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Il paese che non c’è: la Transnistria

Probabilmente non avete mai sentito parlare di questo posto, o forse vi siete imbattuti in un video su Youtube sulla Transnistria, o forse ancora guardando la Champions League vi siete chiesti da dove venisse lo Sheriff, squadra sconosciuta che inaspettatamente ha battuto il Real Madrid. Comunque sia, cercherò di parlarvene io in questo articolo.

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Presentazione

Ciao a tutti!

Sono Alessia ho 23 anni e per la prima volta mi accingo a scrivere per un blog. Scriverò per la rubrica #curiositàdalmondo. Quindi una o due volte al mese vi ritroverete, se lo vorrete, a leggere dei miei pezzi.
Dunque vi parlo un po’ di me.

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Il significato del bacio tra Honecker e Brèžnev

Cari lettori,

oggi parleremo del significato che si cela dietro il famoso murales “Il Bacio” presente alla East Side Gallery di Berlino, la sezione di muro dedicata a temi come la pace o relativi alla caduta del muro. I soggetti raffigurati nell’opera sono Erich Honecker, secondo Segretario generale del Comitato Centrale del Partito di Unità Socialista della Germania Est e Leonìd Brèžnev, capo dell’URSS e Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. I due leader si incontrarono per festeggiare il trentesimo anniversario della Repubblica democratica tedesca della Germania est nel 1979. Il fotografo che ha immortalato il momento è stato Régis Bossu, che ha visto il suo scatto fare il giro del mondo grazie alla rivista Paris Match. Il bacio, nei paesi socialisti, è il saluto che gli uomini di Stato si scambiavano, si tratta di un gesto di formalità. Il bacio fraterno socialista consisteva in un abbraccio, con tre baci alternati sulle guance o sulla bocca quando si voleva essere particolarmente solidali. Brèžnev era amante di questo rituale. Quello che potrebbe sembrare un semplice gesto d’affetto in realtà trova le sue radici nei riti della Chiesa ortodossa.

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Cari lettori,

oggi voglio raccontarvi di un posto che mi è rimasto nel cuore, ovvero Punta del Este, che si trova a 140 km da Montevideo, la capitale dell’Uruguay. Vi sono stata nel lontano 2010 durante la nostra stagione invernale. Ebbene sì, il periodo perfetto per visitare l’Uruguay va da gennaio a marzo con temperature dai 25 ai 30 gradi. È una meta che sostituisce le Maldive o i Caraibi.


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Cari lettori,

sono Rosita Luglietto, ho 23 anni e sono una studentessa iscritta al secondo anno del corso di laurea magistrale in Interpretariato e Traduzione. Ho concluso nel 2019 il mio percorso triennale presso l’Università per Stranieri di Siena in mediazione linguistica e culturale. Sono nata e cresciuta in Calabria, precisamente a Rossano, paese tra mare e montagna. Da sempre la mia più grande passione sono le lingue straniere. Da piccola ho sempre viaggiato molto e ogni volta che visitavo un posto nuovo la mia attenzione non si focalizzava solo sulle bellezze monumentali o sui paesaggi, ma il mio orecchio non poteva e tutt’ora non può fare a meno di essere attratto dai suoni linguistici differenti dalla lingua italiana. Direi che è proprio questo il motivo per cui alla fine di ogni articolo che scrivo nella rubrica “Curiosità dal mondo” firmo con Different country, different sound. Questa rubrica unisce la mia passione per i viaggi e per le lingue straniere e ha come obiettivo quello di farvi scoprire sempre qualcosa di nuovo. Tra le più belle esperienze che ho vissuto rientrano il viaggio in Egitto e quello in Uruguay di cui sicuramente vi parlerò nei miei prossimi articoli.

Le mie lingue di studio sono l’inglese e il russo. L’inglese è una lingua di cui sono innamorata da quando ero piccola. Il mio erasmus presso la UCL (University College of London) di Londra mi ha concesso di vivere un’esperienza indimenticabile che rifarei altre mille volte. Ho sempre amato vedere serie televisive in lingua inglese e sebbene inizialmente facessi fatica a comprendere tutto perfettamente, non mi sono mai fermata davanti questo ostacolo. Come ho appreso anche durante i miei studi universitari, in particolar modo durante il corso di didattica delle lingue moderne, è necessario che vi sia passione e al contempo motivazione. A tal proposito è importante menzionare il filtro affettivo di cui parla il linguista Krashen, un filtro che si abbassa o si alza e che funziona come una “difesa”. Per apprendere più velocemente è importante che questo filtro si abbassi e che si creino le giuste condizioni di apprendimento. Quando parlo di “giuste condizioni” intendo alto grado di coinvolgimento, divertimento, motivazione e assenza di emozioni negative quali paura o ansia. Credo che il mio interesse nei confronti della lingua russa sia nato proprio in presenza di tali condizioni. Quando mi sono trasferita a Siena, ormai cinque anni fa, ho affittato una stanza in una casa di una signora russa, la quale mi ha fatto appassionare a questa lingua così diversa dalla mia e così affascinante. Pertanto, consiglio a chiunque abbia voglia di cimentarsi nello studio di una lingua straniera di tenere sempre a mente due parole chiave “passione” e “motivazione”.

Oltre il mio interesse per le lingue e per i viaggi, amo la lettura, il cinema, la musica, la scrittura, la fotografia, ma soprattutto la danza. La danza è stata e continua a essere il mio primo amore e il primo amore si sa, non si scorda mai. Amo anche preparare dolci, passione che ho ereditato da mio padre, che ha origini napoletane.  Ho due cani, precisamente due maltesi, Charlie e Kira e sono la mia gioia più grande. Sono molto legata alla mia famiglia, ragione per cui, prima della pandemia, ogni scusa era buona per comprare un biglietto e tornare a casa. Credo che quest’anno più che mai mi abbia insegnato ad apprezzare il valore delle piccole cose e di essere grata alla vita ogni giorno. In attesa di poter riprendere a viaggiare nuovamente spero di riuscire a suscitare in voi interesse per le meraviglie del mondo, tutte ancora da scoprire, ma soprattutto di riuscire a farvi viaggiare con la mente e con il cuore.

Vi saluto!

Rosita Luglietto

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Il Natale nel mondo

Manca sempre meno alla festa più attesa dell’anno: il Natale. Ma vi siete mai chiesti come si festeggia negli altri paesi del mondo?

Nel Regno Unito:

Il Natale è uno dei giorni più belli e i preparativi iniziano già a novembre, le strade sono piene di luci e si respira già aria natalizia. Il giorno della Vigilia i bambini appendono le calze e per ringraziare Babbo Natale, in inglese “Father Christmas”, lasciano un bicchiere di latte con un dolce tipico natalizio inglese, Mince pie, mentre lasciano una carota per la renna Rudolph.

In America:

I festeggiamenti natalizi rispecchiano le tradizioni europee e iniziano dopo il Giorno del ringraziamento che ha luogo ogni quarto giovedì di novembre, una festa pagana molto antica. È inutile dire quanto siano meravigliosi gli addobbi e le luci e di come gli americani si impegnino a illuminare ogni angolo delle loro case.

In Germania:

Anche qui il Natale inizia già a novembre, infatti il giorno di San Martino, 11 novembre, viene organizzata una grande processione dove bambini e adulti accendono una lanterna per illuminare la strada a San Martino. Nel periodo dell’avvento si preparano delle ghirlande e nelle quattro settimane precedenti al Natale si accendono quattro candele, una per ogni settimana, aspettando così l’arrivo di Gesù bambino.

In Spagna:

Tutto inizia con la lotteria più famosa al mondo, “la lotteria del Gordo”, dove i numeri vincenti vengono estratti il 22 dicembre in diretta tv da alcuni bambini. La tradizione vuole che i regali si scambino il 6 gennaio, giorno dell’arrivo dei “Reyes Magos” (Re Magi). Un’altra tradizione particolare è quella del conto alla rovescia per il giorno di Capodanno, dove invece di gridare “Buon anno”, gli spagnoli cercano di mangiare dodici chicchi di uva prima che finiscano i dodici rintocchi alla mezzanotte. Chi riesce a completare l’impresa avrà un anno pieno di prosperità.

In Argentina:

Sebbene si trovi dall’altra parte del mondo, la tradizione natalizia è uguale alla nostra, ma l’unica differenza è che lì è piena estate!

In Austria:

Tutti preparano l’Adventkranz (Corona d’avvento), formata da rami di pino con quattro candele che indicano le quattro settimane che mancano alla nascita di Gesù. Ogni settimana ne viene accesa una fino alla quarta e ultima settimana, momento in cui arriva Christkindl, il tradizionale portatore dei doni di Natale, ovvero Gesù bambino.

In Russia:

Il termine Natale in russo è Roždestvo Christovo, (lett. Nascita di Cristo). Il giorno di questa festività coincide con il 7 gennaio in quanto in Russia viene adottato il calendario Giuliano che differisce da quello gregoriano per tredici giorni.

In Cina:

Sebbene solo il 7% della popolazione cinese sia cristiana, la festa è molta sentita, ma in Cina succede un po’ quello che succede con Halloween in Italia, si tratta di una festa commerciale priva di significato religioso in cui è evidente il ruolo della globalizzazione culturale.

In Giappone:

Così come in Cina, anche in Giappone si tratta perlopiù di una festa commerciale, alberi di Natale e illuminazioni addobbano le strade e ricorre la tradizione di fare regali ad amici e parenti, ma è un momento da trascorrere principalmente con il proprio partner.

Different country, different sound                                                                                       

                                                                    Rosita Luglietto

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Storia e origine della Matrioska

La matrioska è il souvenir per eccellenza della Russia, ma non tutti sanno che trae origine da un’antica tradizione giapponese. È difficile non essere attratti da questa bambola di legno che si compone di pezzi di diverse dimensioni, ciascuno contenuto nell’altro. Oggi vi parleremo della sua origine e del suo significato simbolico poco conosciuto.

Savva Mamontov (1841-1918), imprenditore e promotore del circolo artistico e letterario di Abramcevo, luogo di raduno di pittori e artisti, ideò la matrioska. Mamontov allestì vari laboratori e il suo intento era quello di far fiorire il genere artistico tradizionale dei contadini russi. A lui si deve anche l’idea di un laboratorio destinato alla creazione di giocattoli per bambini. Tra questi giocattoli vi erano delle “bambole etnografiche” ovvero bambole vestite di costumi tradizionali di tutto il mondo.

Come nacque l’idea della matrioska?

Mamontov rimase colpito da un oggetto importato dal Giappone, che rappresentava Fukurokuju, divinità della Fortuna secondo la mitologia giapponese e al cui interno vi erano altre quattro figure. I giapponesi dichiararono che fu proprio un monaco russo a realizzare per primo una di quelle figure e da lì nacque l’idea di creare la matrioska.

La prima bambola di legno, chiamata matrena dal termine latino “mater”, ovvero madre, fu costruita nei primi anni del Novecento da Vasilij Petrovič Zvëzdočkin e colorata da Sergej Vasil’evič Maljutin, illustratore di libri per l’infanzia. All’interno di questa bambola vi erano otto pezzi più piccoli che rappresentavano in ordine di grandezza una madre, una ragazza, un ragazzo, una bambina e via dicendo fino ad arrivare alla figura più piccola che rappresentava un neonato.

Significato simbolico

Il termine matrioska si pensa dunque che sia un diminutivo di matrena, ovvero matrona e che rappresenti la figura materna, il capofamiglia in una società matriarcale e che sia collegata alla fertilità della terra e della donna. La matrioska rappresenta dunque la donna forte, in grado di guidare l’intera famiglia e la matrona di riferimento potrebbe essere la nonna, in russo babushka. Essa viene raffigurata tramite l’utilizzo di colori vivi, una contadina russa vestita di abiti tradizionali e con un fazzoletto a fiori sul capo. Sebbene i personaggi contenuti all’interno della matrioska classica siano sempre stati gli stessi, nel corso del tempo si è lasciato spazio anche alla creatività andando così a raffigurare personaggi delle favole, ma anche personaggi politici come Stalin, Lenin e Putin. Il materiale di lavorazione della bambola, il legno, è simbolo di resistenza e amore, è un elemento che si collega alla stagione primaverile, tempo in cui tutto fiorisce. Un’interpretazione interessante della matrioska la si ritrova nella commedia Trois et Une di Demys Aniel, secondo cui in ogni donna vi sono altre donne, ognuna con la propria personalità, proprio come è rappresentata la matrioska russa.

Come viene realizzata?

La lavorazione del legno è un processo molto impegnativo in quanto si deve evitare che esso marcisca. Si utilizza il legno di tiglio o quello di betulla, che in Russia porta fortuna. La prima bambola ad essere costruita è la più piccola, ovvero quella che non si può dividere ulteriormente. La matrioska è costituita da un minimo di 3 bambole a un massimo di 60. La matrioska più grande è composta da 51 pezzi ed è stata realizzata nel 2003 negli Stati Uniti.

Perché regalare una matrioska?

Dopo aver letto queste informazioni, avrete sicuramente capito che la matrioska simboleggia elementi positivi quali l’amore, la bontà e la vita, quindi regalarla a qualcuno è segno di buon auspicio.

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Rosita Luglietto

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Milton Glaser e il logo simbolico di NY

Il 26 giugno scorso è venuto a mancare uno tra i più grandi grafici dell’era contemporanea, Milton Glaser. Egli è noto soprattutto per aver disegnato il famoso logo di New York, presente su tutti i souvenir e diffusosi in tutto il mondo. Non tutti conoscono questo grande artista, dunque scopriamo insieme chi è e come mai è così importante ricordarlo.

La storia di Milton Glaser

Milton Glaser, nasce nel 1929 da genitori ebrei e ungheresi. In seguito ai suoi studi presso l’Università di Manhattan, la Cooper Union, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti a Bologna, grazie a una borsa di studio. Lì viene influenzato da esponenti dell’arte italiana come Piero della Francesca e Giorgio Morandi. Il designer statunitense emergeva per la sua semplicità, originalità, ma soprattutto era dotato di un grande potere, quello di ottenere risultati grafici di grande qualità in un’epoca in cui si disegnava a mano senza l’ausilio di strumenti informatici. Nel 2009, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama lo premia donandogli la National Medal of Arts, onore artistico più alto che si possa ricevere. Muore il 26 giugno 2020 giorno del suo 91° compleanno.

NY e il suo logo immortale

All’inizio degli anni Settanta, New York era in bancarotta, non era un periodo facile per la Grande Mela anche per il tasso alto di criminalità che vi era e poiché servivano soldi, il Dipartimento del Commercio di New York capì che il modo migliore per risollevare la città dalla crisi e conferirle una buona immagine era attraverso il turismo. L’agenzia pubblicitaria Wells Rich Greenefu assunta e a lei si deve l’idea del logo “I love New York” su cui si sarebbe costruita l’intera campagna pubblicitaria. Questa campagna riuscì a salvare New York dalla crisi che la stava travolgendo. Nel 1977, Mary Welles Lawrence, fondatrice dell’agenzia Wells Rich Greene, affidò a Milton Glaser il compito di disegnare il logo della campagna pubblicitaria e lui accettò, ignaro che quel logo sarebbe diventato famoso, ma anche immortale e dal quale tutti avrebbero preso ispirazione.

Dove gli venne l’idea?

Su un taxi. Ebbene sì, anche le grandi idee arrivano quando meno te lo aspetti. Mentre si stava recando al suo studio di lavoro, mise da parte la sua prima idea, ovvero la scritta “I love New York” realizzata in due losanghe e prese un pezzo di carta, un pennarello rosso e ridisegnò il logo definitivo, composto da 4 simboli che Glaser spiega in questo modo:

«È un po’ complicato. “I” è una parola. “♥” è il simbolo di un’emozione. “NY” sono le iniziali di un posto. Ci sono quindi sono tre trasformazioni. Devi usare un po’ il cervello per tradurlo, anche se una volta che lo fai, è ovvio, e non c’è nessuno che non riesca a capirlo. Ma l’attività del cervello è in parte responsabile per la sua resistenza nel tempo».                   

In seguito all’attacco terroristico alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, Glaser aggiunse al logo le parole “More Than Ever” (trad. più che mai).

Quel logo è diventato più di un semplice mezzo per promuovere la città e risollevarla da tempi bui, è diventato un simbolo, un’emozione, un messaggio chiaro, un forte elemento culturale di appartenenza.

A dimostrazione del fatto che questo logo, i cui diritti appartengono all’Empire State Development, abbia riscontrato un enorme successo dagli anni 70 a oggi, è il profitto annuo che genera, che è di oltre 1 milione di dollari annui.

Different country different sound

Rosita Luglietto

SPECIALE: US ELECTIONS 2020

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Joe Biden: a Presidency for all Americans

E’ ufficiale: il democratico Joseph (Joe) Biden sarà il 46esimo presidente americano, a partire dal 20 Gennaio 2021. 45 presidenti in 231 anni di storia: realizzare il sogno di diventare presidente degli Stati Uniti d’America non è per niente semplice: ci vogliono impegno, carisma, competenza e resilienza, e su quest’ultimo punto Joe Biden è imbattibile. Durante questi mesi di campagna elettorale molti di voi si saranno forse chiesti chi è Joe Biden e quale è la sua storia: riprendendo un modo di dire inglese, la sua vita è fatta di ups and downs, un po’ come le montagne russe.

Nato nello Stato della Pennsylvania nel 1942, da piccolo si è dovuto trasferire nel Delaware insieme a suo padre, a causa di problemi economici. Si è poi iscritto all’università di legge, dove era un bravissimo atleta, anche se con qualche problema dal punto di vista accademico: Biden infatti soffriva di balbuzie e veniva spesso deriso per questo. Decise di seguire dei corsi per imparare a gestire questo disturbo, rendendosi conto che era l’ansia da palcoscenico il suo principale nemico, quindi ogni volta che ne aveva l’occasione parlava in pubblico.

I suoi studi di legge lo spinsero a partecipare a vari comizi politici, avvicinandosi al partito democratico, principalmente perché contrario al presidente repubblicano Nixon. Partecipando ai comizi, si fece largo anche tra i vari politici, e decise di candidarsi per diventare senatore del Delaware, e contro ogni previsione, a soli 29 anni vinse le elezioni.

Tuttavia, la sua ascesa ebbe un brusco arresto: poco dopo sua moglie -conosciuta negli anni universitari- e la sua bambina più piccola morirono in un incidente stradale. Il mondo gli crollò addosso e la sua vita cambiò all’improvviso: Biden voleva rinunciare alla carica di senatore per prendersi cura degli altri due figli rimasti feriti nell’incidente; ma fu il presidente Nixon stesso a telefonargli e chiedergli di non rinunciare. Con l’aiuto dei colleghi, Biden prestò giuramento come senatore direttamente dall’ospedale dove erano ricoverati i suoi figli, e a 30 anni diventò uno dei 6 senatori più giovani d’America.

A differenza di altri colleghi, Biden non si fermava a Washington tutta la settimana, bensì ogni sera tornava a casa dai figli, facendosi un’ora e mezza di treno. Nel 2011 la stazione di Wilmington in Delaware, da dove Biden partiva ogni mattina, è stata rinominata in suo onore, in occasione del suo 7000esimo viaggio.

Con la carriera da senatore ormai consolidata, Biden conobbe Jill, una giovane insegnante di cui anche i suoi figli si innamorarono, e i due ricostruirono una famiglia. A 45 anni, con 15 anni nel Senato alle spalle, Biden si candidò alle primarie per il partito democratico, ma il suo discorso, largamente ispirato a quello di un altro politico inglese, portò diversi giornali scandalistici ad incolparlo di plagio della tesi universitaria e gli elettori lo abbandonarono. Fu poi dimostrato che la sua tesi non era stata plagiata, ma ormai aveva perso i consensi. La sconfitta alle primarie, però, lo portò a farsi visitare a causa dei frequenti mal di testa che aveva e così scoprì di avere un aneurisma per il quale fu immediatamente operato. Nella sfortuna è stato dunque fortunato perché, come lui stesso dichiarò in seguito, se non avesse perso le primarie non avrebbe dato peso a quelle emicranie.

Nel 2008 decise di candidarsi di nuovo alle primarie del partito democratico, ma come tutti sappiamo fu battuto da Obama. In quell’occasione, però, Biden conobbe il giovane senatore dell’Illinois e tra i due nacque un’amicizia e un profondo rispetto, che portò Obama a nominarlo come vicepresidente per entrambi i mandati.

Nel suo libro “Papà, fammi una promessa” Biden racconta che nel 2015, poco prima che suo figlio Beau morisse di tumore, questi gli chiese di riprovare a candidarsi come presidente degli Stati Uniti, visto che quello era il suo sogno. Ma nel 2016 Biden non si candidò alle primarie: il dolore per la morte del figlio era troppo forte. Fu solo nel 2020 quando portò a termine la promessa fatta ed eccoci qui: 77 anni, di cui 47 come senatore del Delaware e 8 come vicepresidente (una carriera di tutto rispetto alle spalle) che Joseph Biden diventa il 46esimo -nonché più anziano- presidente degli Stati Uniti d’America, con un’affluenza record di elettori alle urne. Non è una cosa da poco: con 47 anni di Senato alle spalle, Biden ha affrontato diverse leggi e preso diverse scelte, di cui ha dovuto dar conto durante queste elezioni, riuscendo a raggiungere il suo sogno nonostante tutta la pressione.

Ad accompagnare Biden nel suo lavoro alla Casa Bianca c’è Kamala Harris: prima donna, prima asiatica e prima persona di colore a diventare vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Con una carriera in legge di tutto rispetto alle spalle, è stata il procuratore generale della California. Per capire meglio la sua importanza sul piano giuridico, basti pensare che negli Stati Uniti il procuratore generale è una carica elettiva, perché ogni procuratore decide la sua linea di condotta, ossia le questioni su cui vuole concentrarsi di più. Diventata in seguito senatrice della California, aveva gareggiato anche lei per le primarie del partito democratico di quest’anno, riuscendo a raccogliere molti consensi. La sua dialettica è ciò che gli elettori più ammirano di lei e negli anni passati come procuratore generale della California la sua fama di giurista e oratrice si è diffusa nell’intero Paese.

E’ stata una corsa alla presidenza emozionante, che si è conclusa con la salita al potere di un uomo che ha finalmente realizzato il suo sogno, nonostante gli alti e bassi della sua vita, aiutato nell’impresa da una donna la cui elezione rompe con la tradizione e cambia la storia degli Stati Uniti d’America.

Emanuela Batir

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Trick or treat, smell my feet, give me something good to eat…

Così inizia la filastrocca che i bambini recitano negli Stati Uniti in occasione della festa di Halloween, diffusasi ormai in tutto il mondo e celebrata il 31 ottobre. Quest’anno purtroppo sarà un anno insolito a causa della pandemia, un anno in cui non sarà possibile celebrare Halloween, una festività le cui tradizioni europee e irlandesi si sono consolidate negli Stati Uniti grazie al flusso migratorio verso il Nuovo Mondo. Ciò che non sentiremo pronunciare sono le famose parole “dolcetto o scherzetto” in inglese “trick or treat”. La rubrica di oggi vi informerà su tutto ciò che c’è da sapere su Halloween e in particolare vi svelerà i vari modi di pronunciare “trick or treat” in alcune lingue e le loro rispettive traduzioni.

Si è sempre pensato che la festa di Haloween fosse di origine americana, ma in realtà questa rinomata festività ha origini celtiche, in particolare trova la sua origine in una festa pagana denominata “Semhain”. Questa festa si svolgeva in occasione dell’ultimo raccolto prima dell’inverno, esso rappresentava la fine dell’estate e le famiglie si occupavano delle provviste per preparasi alla stagione rigida. Questo momento dell’anno era molto importante per i celti in quanto non solo rappresentava un nuovo inizio, ma anche un momento in cui i confini tra il mondo dei morti e quello dei vivi si assottigliava e ne rendeva possibile una comunicazione. Era solo travestendosi da streghe, vampiri, fantasmi, zombie che si poteva spaventare i morti.

Successivamente, i Romani fecero coincidere la festa di origine celtica con la festa dei morti, i cristiani invece la fecero coincidere con il 2 novembre, giorno di Ognissanti.  Il termine “Halloween” infatti, comparso per la prima volta nel XVI° secolo, è una variante del termine scozzese All-Hallows-Eve, che significa “vigilia di Ognissanti”.

Simboli e colori

Jack o’lantern, è la leggenda irlandese più famosa e uno dei simboli più spaventosi di Halloween. Essa narra che Jack, un fabbro ubriacone sia riuscito a ingannare il diavolo ben due volte dopo averci stretto un patto. Jack fu bandito dall’inferno e il diavolo lo costrinse a vagare nel mondo dei vivi con una rapa intagliata, al cui interno vi era la fiamma dell’inferno, che non solo fungeva da lanterna, ma serviva a fargli ricordare che lì non vi era posto per lui.

Nasce da qui la tradizione di tagliare rape e patate, il cui scopo era quello di utilizzarle come lanterne e lasciarle sull’uscio della porta per ricordare le anime bandite dal purgatorio. In seguito, si preferì utilizzare la zucca vista la sua facile malleabilità e la tradizione dell’intaglio di zucche risale al 1837.

Come già detto in precedenza, Halloween è una festività che in origine veniva celebrata in occasione anche dell’arrivo dell’inverno. L’idea dell’inverno pertanto era associata a quella della morte, il cui colore è il nero mentre il colore arancione simboleggia l’autunno.

Culture diverse, tradizioni diverse

È ovvio che ogni lingua abbia un suo modo di pronunciare “trick or treat” e risulta interessante analizzare i vari modi di pronunciare tale formula.

In Spagna, quando i bambini bussano alle porte dei vicini formulano la frase “truco o trato”, che letteralmente significa “o uno scherzo o un patto” e recentemente si è aggiunto all’espressione truco o trato caramelo o te mato (ti ammazzo). In russo si utilizza “сладость или гадость” “sladost’ ili gadost’”, letteralmente dolcezza o cattiveria”; in tedesco Süßes oder Saures, ovvero “i dolci o (per te) si mette male”; in francese friandises ou bêtises (“o le caramelle o [farò qualche] stupidaggine”).

Haloween, nonostante le varie correnti di pensiero per motivi etico-religiosi, resta una delle festività più amate e celebrate, infatti negli Stati Uniti si spendono ogni anno quasi 7 milioni di dollari tra decorazioni, costumi e dolciumi. Al contrario c’è chi non ama festeggiare Halloween o addirittura ha maturato una vera e propria paura irrazionale, in tal caso si soffre di Samhainophobia, nome che deriva dal modo originario di chiamare tale festività.

  Rosita Luglietto