#LOSAPEVATECHE

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Il caso del Cinema Impero – Roma e Asmara a un passo di cuore

«“Arzete” fece allora, “e vattene ggiù pe l’Acqua Bullicante, che io te vengo appresso.” Chiacchierando si rifecero tutta la via dell’Acqua Bullicante, mentre alle loro spalle le sambe suonate al fonografo e i canti della processione andavano smorzando. C’era ormai solo qualcuno che tornava dal Preneste o dall’Impero verso la Borgata Gordiani, o verso il Pigneto, oppure qualche ubriaco che rincasava cantando ora Bandiera Rossa ora la Marcia Reale.»

È così che scriveva Pier Paolo Pasolini nel suo Ragazzi di vita, raccontando di una umanità dimenticata sul bordo delle strade e di ragazzini che s’affacciano sul cinismo del mondo in uno dei quartieri più fervidi e dinamici della Roma del secondo dopoguerra: Tor Pignattara.

È tra le strade di Tor Pignattara che inizia il nostro itinerario.

Qui, in Via dell’Acqua Bullicante 123, dove i ragazzetti pasoliniani chiacchieravano e compivano piccoli furti, era stato inaugurato nella metà degli anni ’30 il Cinema Impero. Con una forte impronta fascista e in stile Art Decò, l’Impero fin dai primi anni di attività rappresentò un luogo imprescindibile nella vita popolare, sintesi perfetta di affaire galanti ed incontri loschi, punto di riferimento di generazioni di abitanti del quartiere romano e spazio attorno cui orbitavano principalmente giovani.

La struttura venne poi abbandonata in uno stato di totale degrado a partire dal 1983 nonostante i diversi progetti di riqualificazione urbana ed il tentativo nel corso degli anni di trasformare l’Impero in un cantiere artistico e culturale polifunzionale.

Se cammini a Tor Pignattara e presti attenzione alla facciata deteriorata dell’Impero, puoi notare ancora oggi la citazione di Pasolini e la scritta provocatoria «Ci siamo trasferiti ad Asmara». Questa frase è apparentemente insignificante, ma rappresenta invece un fondamentale collegamento tra la realtà italiana e quella eritrea e il tentativo di creare una memoria in uno spazio politicamente manipolato nella direzione della rimozione storica del colonialismo all’interno dell’esperienza italiana.

La costruzione del Cinema Impero avvenne infatti nel periodo di massimo consenso al regime fascista e di massima espansione italiana, parallelamente ad un nuovo progetto architettonico dell’Italia oltre il Mediterraneo con l’obbiettivo di riproporre in Eritrea una architettura che fondesse modernismo, futurismo ed un inconfondibile stile littorio. La struttura del Cinema Impero, decodificata e adattata alla sua funzione di spazio d’aggregazione, dopo essere stata costruita a Roma fu ripresa e riproposta ad Asmara (Eritrea) seguendo il medesimo format architettonico, realizzando un Cinema quasi identico nel 1937 ed attualmente ancora in uso.

Il tentativo di riprodurre in Eritrea una città coi connotati tipicamente italiani celava però una ulteriore brama di assoggettamento e una presunta inferiorità della capitale eritrea su quella italiana. Ad Asmara – ma anche nella città portuale di Massaua e nelle città minori, ma in maniera meno evidente – si tentò di imporre una prossimità storica, politica ed architettonica che valse alla capitale eritrea il nome di “Piccola Roma”. La pianificazione urbanistica e delle infrastrutture permise una forte innovazione in campo architettonico, applicando al contesto eritreo tendenze stilistiche tipicamente europee ed imponendo nella gestione degli spazi un controllo sorvegliato, per delimitare i confini di una Asmara tranquilla e pacifica, distinguibile facilmente dal caos delle altre città del Corno d’Africa.

Quella che fu proiettata su Asmara fu però un’utopia architettonica e urbanistica, mai definitivamente conclusa, che vedeva la città come una meta privilegiata di emigrazione italiana secondo il piano d’espansione fascista.

Ad oggi però, nonostante il tentativo di ricreare una “Piccola Roma” su suolo eritreo, solo in pochi sentono lo stretto legame tra l’Italia e le ex colonie; quel legame tra il Cinema Impero di Roma che sembra ormai solo un locale dismesso e il suo fratello eritreo, ancora attivo e punto di ritrovo della capitale. La semplice scritta “Ci siamo trasferiti ad Asmara” rappresenta così, in un territorio che spesso cerca di negare le sue connessioni storiche, il desiderio di rivendicare uno spazio; educare il passante a guardare con criticità alla realtà, scoprire laddove vi sia stato un tentativo di occultamento storico, legittimare uno spazio.

Questa semplice scritta crea infatti un collegamento tra l’Italia e il suo passato coloniale; è una rivendicazione di appartenenza di tanti migranti e figli di migranti, di storie di vita vissuta e di persone che cercano luoghi da abitare, in cui muoversi, in cui integrarsi, in cui sentirsi a casa.

Un grazie speciale e un invito alla lettura dei testi dell’autrice italo-somala Igiaba Scego, una ricchezza straordinaria per Roma e per tutte le storie che sa raccontare nel suo modo unico di dire le cose.

Evelyn De Luca

#LoSapevateChe

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Abitare la spaccatura – come camminare può diventare un atto politico

Camminare per una città, appropriarsi degli spazi, riconoscere le connessioni profonde tra i luoghi storici del nostro Paese, è un atto fortemente politico. Camminare poi tra i luoghi simbolici del colonialismo italiano – più o meno riconoscibili per un qualsiasi passante distratto – vuole dire cercare di porre la questione coloniale in una luce nuova, e comprendere quei complessi meccanismi della storia coloniale italiana e delle sue conseguenze in epoca postcoloniale. È con questa considerazione che vuole iniziare la rubrica #LoSapevateChe!

A oggi si parla spesso di “seconda generazione” (G2) per racchiudere in una etichetta non sempre lusinghiera ragazze e ragazzi figli degli immigrati, nati in Italia oppure arrivati nel Paese nei primi anni di vita o anche in fase adolescenziale; una categoria che raccoglie dunque le casistiche più disparate con storie e background culturali profondamenti diversi tra loro. La presenza sempre più numerosa di questa componente eterogenea rende necessaria una riflessione sull’esito – a distanza di decenni – dell’immigrazione sul piano sociale e su come essa si trasformi in un insediamento durevole; su come, dunque, siano mutati i rapporti tra due o più culture che si scontrano e si incontrano e sulle aspettative future dei ragazzi di seconda generazione.

Nel panorama sociale e culturale dell’Italia contemporanea comprendere gli spazi e le dinamiche di potere presenti sul territorio consente una rilettura del concetto stesso di italianità; un concetto mutevole, connesso a una identità flessibile e in continua negoziazione, che sia un grado di cogliere spinte culturali e sociali diverse. Parlare di italianità nei termini convenzionali, infatti, non consente di comprendere a pieno la polifonia di voci e testimonianze che agiscono nel nostro spazio e migrano da un luogo a un altro.

Ragazze e ragazzi G2, la loro voce, la loro sofferenza e le loro aspettative sull’Italia, consentono forse più di qualsiasi altro fenomeno sociale di ampliare il concetto di italianità e proporre una visione nuova non limitata esclusivamente allo status giuridico dell’essere cittadini italiani, ma comprendente sfaccettature diverse sul piano sociale, culturale e linguistico. Arrivare, dunque, a una inclusione progressiva e all’idea di una cittadinanza flessibile vuole essere l’obbiettivo di questa rubrica per aiutare, anche solo in maniera impercettibile, tanti giovani a pieno titolo italiani ma che, per questioni che man mano indagheremo più specificatamente, non vengono percepiti tali nello spazio che abitano.

Ad oggi risulta indispensabile una costante interconnessione globale e multi-vocale che operi in maniera fluida e flessibile; pensare infatti che una comunità all’interno di confini nazionali, sia fisici sia simbolici, possa essere etnicamente omogenea è ormai una prospettiva anacronistica. Quel che è necessario è invece un un border thinking che colga le dinamiche reticolari dello spazio, e che riesca a muoversi con contaminazioni, assemblaggi, costellazioni, legami orizzontali e trasversali.

Per questo motivo camminare vuole dire riscoprire sul territorio memorie celate e negate; soltanto rileggere la storia coloniale italiana, senza più giustificazioni, consente di riappropriarsi dello spazio e di aiutare la seconde generazioni a diventare soggetti attivi nelle città che abitano. Raccontare i luoghi attraverso la storia coloniale ed imparare ad abitare le spaccature della nostra era consente così di essere un crocevia e il tramite per una nuova concezione di spazio urbano.

Partendo dal Cinema Impero di Tor Pignattara per continuare poi con tutti i luoghi di rimozione storica del colonialismo italiano, quel che faremo in questa rubrica sarà quindi comprendere quel legame storico, geografico, politico, architettonico e affettivo che l’Italia ha posseduto e possiede con le ex colonie, e con tutti quei figli che dovrebbe imparare ad accettare.

Evelyn De Luca