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Educare e parlare: il linguaggio inclusivo e le identità di genere

Come si può includere se il discorso collettivo non si origina dalla lingua, che performa il pensiero e che crea nuove categorie, nuovi border thinking ibridi, mutabili, flessibili, lontano da ogni categorizzazione e cristallizzazione?

Estendere la lingua italiana, oggi, a tutte le categorie sociali consente di superare ogni tipo di limitazione caratterizzante e tutto ciò che ne consegue: al pari dell’operazione linguistica e della Carta di Roma per il corretto uso mediatico delle parole, il discorso di genere rappresenta una delle tematiche – se non la principale – connessa all’inclusività, verso una lingua che sia in grado di esprimersi e riferirsi senza menzionare il genere e parlando anche a chi non si identifica nel classico sistema binario, ormai obsoleto e da decostruire.

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Credits by Carta di Roma

Linguaggio inclusivo e migrazioni: come e perché parlarne?

È un dato di fatto: negli ultimi anni la configurazione della nostra società si è incredibilmente trasformata.

Oggi, infatti, viviamo in una società in cui siamo intimamente connessi reciprocamente e in cui dipendiamo praticamente l’uno dall’altro, e questo è accaduto perlopiù dell’aumento dei fenomeni migratori, che hanno pressoché eliminato i confini tra i Paesi.

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Linguaggio inclusivo: perché una riscrittura è necessaria

Parlare è, ad oggi, un indubbio atto politico.

E ancor di più (re)insegnare a parlare e prendere coscienza della relatività linguistica non possono che essere atti dovuti, e necessari.

Cresciute in spazi pubblici eterogenei e a contatto coi mass media, sono maggiormente le nuove generazioni ad essere bombardate da un uso non controllato di parole, spesso incapaci di aderire ai nuovi orizzonti e alle nuove visioni in termini di diversità, e ancora veicolate a modelli offensivi e stigmatizzanti. 

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Presentazione

Guardo il foglio con un enorme senso di inadeguatezza cercando di capire cosa scrivere ma non mi viene nulla, ma insieme mi viene tutto; sono le cose apparentemente più elementari quelle più difficili da inserire in una architettura compiuta, davanti a cui le parole sembrano non essere in grado di afferrare i pensieri e si mostrano sempre troppo scontate, troppo ridicole, troppo banali. Per chi si è sempre sentito al margine, poi, è ancor più difficile raggiungere il centro delle cose e trovare un modo adatto per presentarsi.

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La (colpevole) proiezione di Mercatore e la sua visione eurocentrica

Come abbiamo visto insieme nello scorso episodio, una carta geografica non è – e non può essere – neutrale, ma sempre strettamente connessa al contesto storico e geografico in cui viene prodotta; frutto quindi di un preciso posizionamento, di una politica nazionale e della visione geopolitica di uno Stato che utilizza la cartografia per proiettare la propria potenza.

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La politica del posizionamento e il mapclash: quando la geografia non è mai neutrale

Con la liquefazione della società in epoca postmoderna decade un macro-sapere onnicomprensivo e le “grandi narrazioni” vengono delegittimate. L’uomo della società liquida si libera – o meglio, tenta di liberarsi – dal pesante fardello della tradizione e dai sistemi centenari a cui sa dire un sacro no, partecipando in maniera attiva alla costruzione della propria identità mutevole, ibrida e negoziabile.

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Roma, l’ambiente habesha di etiopici ed eritrei

Roma è, insieme a Milano, la città italiana con il più grande ambiente habesha, termine che fa riferimento a un gruppo di popolazioni presenti nelle odierne Etiopia ed Eritrea che hanno numerosi elementi comuni alle popolazioni indigene e mediorientali, come la condivisione di lingue appartenenti al ceppo semitico (ovvero affini a quelle dell’attuale Medio Oriente), ed elementi culturali molto simili nella tradizione della chiesa ortodossa eritrea e etiope. Secondo l’uso colloquiale del termine, habesha investe si utilizza principalmente per la diaspora etiope e eritrea verso Nord America e Europa.

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Mass media, flussi migratori e la costruzione di un nemico: il caso della Carta di Roma

Cresciuti in famiglie immigrate ma parallelamente educati nel Paese di nascita, socializzati in spazi pubblici compositi a contatto coi mass media in un contesto iperconnesso, sono i membri della seconda generazione, che rispetto ai propri genitori sono culturalmente e socialmente più inseriti nelle istituzioni mainstream, pur scontrandosi sempre con discriminazione e pregiudizio. Ma sono loro, attualmente, la principale ricchezza per una riscrittura che proviene “dall’interno” del sistema e che investa il piano linguistico, culturale e sociale, per una percezione più giusta del fenomeno migratorio come dato strutturale delle società postmoderne e postcoloniali.

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Crisi migratoria: la proliferazione degli spazi-frontiera e la cartografia degli hotspot

Il contesto mediterraneo è una zona di intenso dibattito e riflessione nello scenario geopolitico contemporaneo; è forse lo spazio pubblico più adatto a svelare i limiti e criticità delle azioni politiche e istituzionali sul territorio, rappresentando una sfida per le politiche europee e globali, e potenzialmente una grande opportunità. Come definito dallo storico Braudel, il Mediterraneo è uno “spazio-movimento” che si esplicita attraverso il viaggio e l’incontro con una alterità sociale, storica e politica.

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La fantascienza nella letteratura araba, tra distopia e denuncia

Profumi reali, sontuosi palazzi, califfi e visir: sembrano questi i tratti vincenti dell’antica letteratura araba. Quella contemporanea invece appare, con una lettura superficiale, orientata in due direzioni. Da un lato, realismo e denuncia come in Nazik al-Mala’ika, poetessa irachena che scrive sulla condizione femminile nel mondo arabo, dall’altro ripiegamento intimistico e a tratti crepuscolare come in Adonis, poeta siriano che predilige temi d’evasione nelle sue Cento poesie d’amore. Ma la letteratura araba ha orizzonti ben più ampi e confini in espansione che toccano le più inimmaginabili periferie oltre lo Yemen e il Kuwait. Più d’ogni altra realtà, esplora temi originali e inusuali, attualizzandoli e adeguandoli alle esigenze della contemporaneità con una presa diretta sul reale.