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Mass media, flussi migratori e la costruzione di un nemico: il caso della Carta di Roma

Cresciuti in famiglie immigrate ma parallelamente educati nel Paese di nascita, socializzati in spazi pubblici compositi a contatto coi mass media in un contesto iperconnesso, sono i membri della seconda generazione, che rispetto ai propri genitori sono culturalmente e socialmente più inseriti nelle istituzioni mainstream, pur scontrandosi sempre con discriminazione e pregiudizio. Ma sono loro, attualmente, la principale ricchezza per una riscrittura che proviene “dall’interno” del sistema e che investa il piano linguistico, culturale e sociale, per una percezione più giusta del fenomeno migratorio come dato strutturale delle società postmoderne e postcoloniali.

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Crisi migratoria: la proliferazione degli spazi-frontiera e la cartografia degli hotspot

Il contesto mediterraneo è una zona di intenso dibattito e riflessione nello scenario geopolitico contemporaneo; è forse lo spazio pubblico più adatto a svelare i limiti e criticità delle azioni politiche e istituzionali sul territorio, rappresentando una sfida per le politiche europee e globali, e potenzialmente una grande opportunità. Come definito dallo storico Braudel, il Mediterraneo è uno “spazio-movimento” che si esplicita attraverso il viaggio e l’incontro con una alterità sociale, storica e politica.

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La fantascienza nella letteratura araba, tra distopia e denuncia

Profumi reali, sontuosi palazzi, califfi e visir: sembrano questi i tratti vincenti dell’antica letteratura araba. Quella contemporanea invece appare, con una lettura superficiale, orientata in due direzioni. Da un lato, realismo e denuncia come in Nazik al-Mala’ika, poetessa irachena che scrive sulla condizione femminile nel mondo arabo, dall’altro ripiegamento intimistico e a tratti crepuscolare come in Adonis, poeta siriano che predilige temi d’evasione nelle sue Cento poesie d’amore. Ma la letteratura araba ha orizzonti ben più ampi e confini in espansione che toccano le più inimmaginabili periferie oltre lo Yemen e il Kuwait. Più d’ogni altra realtà, esplora temi originali e inusuali, attualizzandoli e adeguandoli alle esigenze della contemporaneità con una presa diretta sul reale.

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Widad Nabi, una voce di donna nella diaspora siriana

Per un Occidente che spesso non ha voglia di vedere – di aprire gli occhi sulle realtà drammatiche di altri mondi, che però sono anche nostri mondi – alcune voci sembrano venire da lontano, e scuotere profondamente la coscienza di chi è disposto a farsi scuotere. Sono voci che portano con sé storie di sofferenze, sopraffazioni e ingiustizie universali; voci di una umanità che è associata sempre a un contesto di guerra – come la Siria – ma che sono in realtà molto altro. Voci che sono persone, donne, uomini, bambini, madri, figli.


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La teoria dei non-luoghi ed il multiculturalismo: il caso della Stazione Termini

Nella fase postindustriale e globalizzata c’è una accelerazione nella trasformazione dello spazio; la rimozione della memoria storica si combina quello che l’antropologo Marc Augè definisce “un triplice eccesso di spazio, di tempo e di ego”. Questo fenomeno porta a una complicazione dei rapporti tra lo spazio e la storia che trova manifestazione nel fenomeno della «surmodernità», un’epoca postmoderna contraddistinta dagli eccessi e dalla circolazione di beni, idee, messaggi e individui portata alle sue massime conseguenze.


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Per una cartografia di Roma: i meeting places e la riscrittura dello spazio postcoloniale

Roma: come rappresentarla in modo scientifico, ma tenendo conto dei flussi umani? Come rappresentarla in modo veritiero, ma insieme simbolico? E come si collocano le seconde generazioni (G2) all’interno dello spazio vuoto della cartografia?


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Presentazione (incompiuta) di Evelyn

La responsabile del blog (la dolce Ila) mi propone di fare una “Presentazione di Evelyn – rubrica #LoSapevateChe”. Guardo il foglio con un enorme senso di inadeguatezza cercando di capire cosa scrivere ma non mi viene nulla, ma insieme mi viene tutto; sono le cose apparentemente più elementari quelle più difficili da inserire in una architettura compiuta, davanti a cui le parole sembrano non essere in grado di afferrare i pensieri e si mostrano sempre troppo scontate, troppo ridicole, troppo banali. Per chi si è sempre sentito al margine, poi, è ancor più difficile raggiungere il centro delle cose.

Cerco di sforzarmi. Quel che posso dire di me è che la tenerezza mi disarma come una carezza inattesa su un campo da guerra, che per me la contraddizione è lo stimolo per qualsiasi processo creativo e che le cose mi piace vederle di traverso, con uno sguardo obliquo o sottosopra o in penombra. E se dovessi individuare uno spazio di mondo in cui collocarmi – sebbene lo stia ancora cercando, e non credo che esista – mi metterei nell’interstizio nascosto tra la persona che sono e quella che vorrei essere.

La mia più lunga e importante storia d’amore è quella col mondo. I viaggi sono una storia d’amore durata una vita e legata alla mia, di vita, a filo doppio. Questa è una storia che permea 21 anni, la mia storia, la mia vita, tutte le frontiere superate, tutte quelle che vorrei avere il coraggio di superare. Conoscere i viaggi di un viaggiatore significa avere un passaporto con visto speciale d’accesso al suo cuore e, forse, non ci sono tratte a unire due anime se non quella cuore-cuore, la più antica e semplice del mondo.  Il viaggio è una eredità che porto fin dentro le ossa e mi fa dire: io sono una strada senza meta. Sono la strada che ho percorso, soprattutto quand’ero persa; i viaggi che ho fatto e le persone che hanno camminato sugli stessi passi anche solo per un giorno; sono quel ritaglio che è faticosamente venuto fuori da tanti diversi e incoerenti frammenti di vita. Sono nell’inevitabile contaminazione di chi viaggia ed è disposto a non sentirsi mai a casa e insieme a sentirsi a casa in ogni parte del mondo. Sono il miscuglio di odori di pelli diverse; gli occhi che vedono, accolgono e si lasciano meravigliare.

L’altra grande storia d’amore è quella con le parole. In una vita di incostanza nei rapporti umani, alla scrittura invece sono stata fedele sempre e l’ho compiuta come si compie un movimento involontario e convulso. Un arto fantasma. Per scrivere non credo servano particolari escrescenze filosofiche o parole complesse per concetti facili; non serve lambiccarsi ore ed ore su un pensiero o tentare di catturarlo a mezz’aria. Non serve navigare in fiumi e fiumi di parole, non è acrobatica né virtuosismo. Non è necessariamente voler trovare un senso. Questo è quello che non è. Cosa è, invece, non saprei dirlo, ma c’è qualcosa di tremendamente bello e insieme crudele nel non riuscire a dirlo, lasciando ogni definizione incompiuta.

Così come incompiuta vuole essere questa (disagiata) presentazione.

Evelyn

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Roma, città postcoloniale costruita su mappe di diseguaglianza

Nella scorsa puntata abbiamo parlato delle città postcoloniali, ma Roma cos’è e come si identifica?

Le realtà metropolitane sono il fulcro di una contro-narrazione, del desiderio di rivendicare i propri spazi e la propria identità alla luce di tutte le profonde fratture che ogni città possiede. Nello specifico Roma è già a primo impatto una città plasmata dal movimento umano, da continui rimandi tra storie diverse e da una infinità di valenze nei suoi luoghi, nelle sue piazze, nei suoi palazzi storici.

La scena sociale della Capitale è attraversata da una continua esclusione dell’altro, dalla sua marginalizzazione dovuta al timore comunemente diffuso di una presunta appropriazione dello spazio urbano; quante volte si sente parlare di migranti o figli di migranti come corpi che sembrano non avere il necessario “diritto” di esserci, di occupare uno spazio, di ricoprire una carica lavorativa?

Il processo di integrazione, infatti, non implica unicamente una appropriazione fisica degli spazi ma consente anche un ribaltamento dei rapporti di forza dei gruppi che vi abitano. Già solo camminando per la città di Roma, sono evidenti le resistenze localistiche che vorrebbero limitare il multiculturalismo.

Nella postfazione di Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, Walter Tocci – vicesindaco e assessore alla mobilità nella Giunta Rutelli fino al 2001 – descrive le forme di diseguaglianza ed esclusione sociale che assumono una intensità notevole nella Capitale. Tocci definisce Roma una città coloniale che ha vissuto una espansione economica e territoriale tanto notevole quanto mal distribuita sul territorio; più di ogni altra città italiana Roma possiede una grande classe di esclusi che sono lontani dalle concentrazioni di ricchezza della capitale, generando una città dotata non di una periferia unica ma di numerose periferie con proprie questioni specifiche e con una propria memoria.

La mappa di Roma appare, dunque, una mappa frammentata in cui la diseguaglianza si manifesta sotto forma di differenze sul livello di istruzione, mancanza di servizi, collegamenti sia fisici sia simbolici ed opportunità. Come afferma Tocci, Roma è ormai dilagata ben oltre i suoi pur ampi confini. La chiamiamo ancora Roma, utilizzando il nome storico per una conurbazione che ha profondamente modificato una geografia secolare, ma in realtà Roma è molto altro.

L’idea diffusa di Roma risulta quindi la somma di un processo di immaginazione e di luoghi comuni senza riscontro con il reale; più delle altre città metropolitane italiane, Roma è uno spazio di disorganicità e marginalizzazione che nel corso della sua storia non è stato in grado di trasformare la sua configurazione in potenziali opportunità.

La rappresentazione cartografica delle disuguaglianze è poi particolarmente adatta a Roma sia per il forte legame che la città possiede con la storia coloniale e con i suoi monumenti commemorativi sia perché qui – più che in molte altre città italiane – la dicotomia tra “centro” e “periferia” consente di considerare la periferia come un luogo lontano la cui condizione è un interesse secondario per il centro; tra le due realtà infatti è rilevante non tanto la distanza fisica quanto la distanza sociale che essa implica.

Ed è proprio in questo panorama in cui dominano i processi di ostracismo sociale e di polarizzazione, che le figure marginalizzate sono le più adatte a comprendere a pieno le dinamiche dello spazio urbano e le sue contraddizioni.

Evelyn De Luca

Fonti:
Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi, Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, Donzelli Editore, Roma, 2019

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Città postcoloniale; cos’è, come si riconosce e perché esiste ancora

Città…città multiculturale, città postcoloniale, città etnica. Ma cosa significa davvero?

Le città “postcoloniali” sono da sempre teatro di scambi transculturali tra popolazioni e culture differenti. Parlare di città “postcoloniale” genera però una problematica terminologica; tale definizione può risultare fuorviante poiché lo smantellamento delle costruzioni coloniali nello spazio urbano è un processo mai definitivamente concluso. Il prefisso “post”, dunque, in questo contesto non può essere considerato in termini strettamente temporali; si rischierebbe infatti di occultare l’importanza che le dinamiche coloniali posseggono ancora nel presente. Una città postcoloniale non è una città ormai lontana e successiva alle dinamiche coloniali, ma – pur appartenendo a un’epoca diversa – è ancora molto influenzata da esse.

Il processo globale dell’imperialismo plasmò il profilo culturale e geografico delle città europee non soltanto in maniera esplicita – con la commemorazione degli imperi e l’esaltazione della cornice ideologica della guerra – ma anche in una maniera velata che ancora oggi si insinua nelle dinamiche sociali.

Frantz Fanon parlò infatti di compartmentalization riferendosi alla divisione della città coloniale in due sezioni distinte sia su un piano fisico sia simbolico; da un lato il luogo dei colonizzatori, «dove i bidoni della spazzatura traboccano di spazzatura strana e meravigliosa, di avanzi inimmaginabili», e dall’altro il luogo dei colonizzati, «dove gli abitanti affamati sono stati accatastati insieme».

Per Fanon le società successive all’epoca dell’imperialismo e del colonialismo non furono però mai in grado di separarsi dalla loro lunga tradizione di segregazione.

Città come Roma, Londra, Istanbul o Baghdad hanno alle spalle una centenaria storia come centri imperiali; rimangono – nonostante i tentativi di rimozione storica – siti chiave in cui gli effetti deleteri degli spossessamenti coloniali sono continuamente sottintesi. Questa sorta di “zonizzazione” attuata nelle città coloniali si riversa spesso nelle città postcoloniali; la suddivisione spaziale in zone territoriali diverse, sebbene più allusiva, risulta ancora evidente e adattata alle dinamiche sociali contemporanee nel tentativo di proteggere i privilegi esclusivi di determinati gruppi e classi.

I labirinti spaziali e identitari delle città sottintendono una rete di simboli sedimentati nel corso delle varie stratificazioni cittadine e riguardanti i modelli comportamentali, i costumi e gli spazi abitativi della città; le architetture e gli edifici coloniali oggi riadattati e utilizzati con altre funzioni sottintendono ancora dei rapporti di forza e mantengono una funzione pedagogica in grado di influenzare le norme vigenti nello spazio urbano.

La segregazione e zonizzazione tanto diffusa in epoca coloniale, si ripropone dunque oggi in qualsiasi grande metropoli. proprio con lo scontro tra centro e periferia, tra centro e margine, tra dentro e fuori, e tra storia dei vinti e dei vincitori.

Evelyn De Luca

FONTI:

Cristina Lombardi-Diop, Caterina Romeo, L’Italia postcoloniale, Le Monnier-Mondadori, Firenze, 2014.

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Migrazioni, media e “immaginazione da spostamento”

Cosa spinge un individuo a migrare, a insediarsi in una nuova comunità – affrontando tutte le sfide dell’accettazione – e a radicarsi in un nuovo spazio urbano facendo nascere lì i propri figli e nipoti?

Lo sforzo di spiegare il fenomeno migratorio è piuttosto recente e si può far risalire agli anni ’70 e al desiderio di elaborare modelli teorici secondo due principali prospettive: una prospettiva macrosociologica, che considera tutte le cause economiche, politiche e culturali, ed una prospettiva microsociologica che prende invece in considerazione l’individuo, le sue pulsioni, i suoi desideri ed il benessere a cui aspira.

La concezione comune del fenomeno migratorio vede tra le cause principali la povertà del luogo di appartenenza, la mancanza di lavoro, una sovrappopolazione crescente e – nello specifico per le migrazioni attuali – una fuga quasi dovuta dalla guerra, dall’oppressione e da una condizione di miseria. Accanto questi fattori centrali ce n’è poi un altro, non particolarmente presente nell’opinione comune, definito dall’antropologo Ugo Fabietti come “immaginazione da spostamento”, per cui determinate aspettative derivanti dall’uso dei media rappresentano fattori di spinta per i flussi migratori.

Nel sistema-mondo e col fenomeno totalizzante della globalizzazione, le aree globali sono continuamente interconnesse e culturalmente influenzate e, nel caso specifico dell’Italia, come abbiamo visto anche in tutte le scorse puntate, perdura un rapporto stretto con le ex colonie e con aree geograficamente e culturalmente vicine, tra cui soprattutto l’Albania, dove la televisione italiana è sempre molto presente nella società. L’influsso dell’industria culturale e degli scambi umani, infatti, non rappresenta soltanto una modalità di evasione ma diventa una parte determinante della vita quotidiana; un individuo, anche collocato in una zona lontana da grandi snodi geografici, è connesso a una realtà globale più ampia e può crescere a contatto con la letteratura, la storia e la televisione di un dato Paese, sentendosi legato ad esso da una profonda connessione culturale.

Il boom della tecnologia – la diffusione capillare della televisione, della parola, della radio, delle connessioni in ogni luogo del globo senza nessuna limitazione – ha consentito l’accesso alla cultura in maniera veloce ed economica, raggiungendo ogni fascia della popolazione e diffondendo importanti standard culturali. Ma la televisione, oltre ad essere un semplice mezzo, rappresenta in primis essa stessa la creatrice di una idea culturale e di aspettative che vengono esportate su larga scala e trasmesse anche oltreoceano.

Questa immaginazione, come teorizzato dall’antropologo Appadurai, arriva ad oggi addirittura ad orientare i flussi migratori: l’immaginazione è una “palestra da azione”, porta i migranti a raggiungere un Paese invece di un altro, a crearsi un panorama di aspettative sulla propria vita futura.

Con la diffusione dei media e della globalizzazione, dunque, si creano delle vere e proprie comunità di sentimento e dei sodalizi collettivi, siti internet, blog, gruppi di persone e super-comunità che condividono quell’interesse culturale per un Paese su cui riversano le proprie ambizioni di vita; in questo modo l’immaginazione genera azione, determinando flussi di individui che si spostano nel globo e che hanno costruito la propria identità culturale e sociale con il contributo dei media e delle interconnessioni della globalizzazione. 

Evelyn De Luca