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Il confine degli errori

Soltanto nel mese di novembre, sono stati circa 5 mila i tentativi da parte dei migranti ammassati in Bielorussia di oltrepassare il confine polacco. Si tratta per la maggior parte di profughi provenienti da regioni mediorientali, ‘adescati’ dalle autorità bielorusse con visti concessi facilmente e successivamente spinti verso il confine con la Polonia. Si tratta di migliaia di persone che si trovano al freddo, in mezzo alla foresta, in condizioni sempre più precarie. Secondo le stime di Varsavia, sono stati circa 30 mila i tentativi clandestini di ingresso dalla Bielorussia a partire da quest’estate.

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Il 30 ed il 31 ottobre Roma ha ospitato il summit del G20 a presidenza italiana. Il vertice dei grandi leader mondiali ha passato poi il testimone ad un altrettanto importante evento che andrà a concludere questo 2021, ovvero la Cop26 di Glasgow, durante la quale l’Italia condividerà la presidenza con la Gran Bretagna di Johnson. Il G20 è considerato come uno dei più importanti forum ‘informali’ di discussione e come uno degli eventi più rappresentativi della governance globale e del multilateralismo. Le grandi potenze che vi partecipano rappresentano infatti circa l’80% del PIL mondiale ed il 74% delle emissioni di gas serra totali. Nonostante ciò, alla luce dei cambiamenti avvenuti nello scacchiere internazionale negli ultimi anni, il dubbio sorge spontaneo: in un momento di crisi di globalizzazione e multilateralismo, quanto ancora conta il G20?

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La resa dell’Afghanistan

Nell’agosto 2021, dopo oltre venti anni di conflitto, i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan. La presa del paese, definita una catastrofe inaspettata, è accaduta velocemente e senza troppi intoppi. Il 6 luglio i Taliban controllavano circa un terzo del territorio afghano; un mese dopo circa, il governo aveva ormai perso il controllo della maggior parte delle aree contese. Kabul è caduta nel giro di poche ore; sono innumerevoli le immagini ed i video che abbiamo visto negli scorsi mesi degli aeroporti, della disperazione di coloro che volevano fuggire dal nuovo regime. Nel caso dell’Afghanistan ci troviamo di fronte a migliaia di persone che si trovano di fronte ad un futuro incerto, complicato, senza alcuna garanzia.

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La Birmania che (non) c’è

Da oltre quattro mesi dal giorno del colpo di Stato dei militari, il Myanmar si trova ancora a fare i conti con una situazione drammatica. Sabato scorso, il consiglio dei militari ha annunciato la sospensione di 125 mila insegnanti dal posto di lavoro, mentre si attende il processo di Aung San Suu Kyi, accusata di frode elettorale. Il golpe del febbraio 2021 resta una faccenda spinosa che si somma all’attuale drammaticità della situazione tra Israele e Palestina, sottolineando le sempre più nette divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’impasse della comunità internazionale. Yangon è da mesi teatro di scontri violenti tra i manifestanti ed i militari, con oltre 700 morti e migliaia di feriti.

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Quando l’indifferenza genera violenza: l’escalation del conflitto israelo-palestinese

Botti, pietre, granate e fumogeni: questo è il contenuto dei video condivisi sui social ieri mattina, lunedì 10 maggio, della Spianata delle moschee a Gerusalemme. Secondo le autorità palestinesi, ci sarebbero centinaia di feriti a seguito dell’irruzione della polizia israeliana nella moschea di al-Aqsa. In alcuni video pubblicati su Twitter, si vede chiaramente l’interno della moschea che da luogo di preghiera si trasforma in teatro di scontro; l’ennesimo episodio di violenza dopo giorni di rivolta a causa dello sfratto di alcune famiglie palestinesi residenti a Gerusalemme Est. Nel frattempo, l’escalation di violenza si protrae anche al di fuori della Città Santa, dove gli scontri con Gaza hanno raggiunto un nuovo apice.

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25 aprile 2021

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.”
Cesare Pavese

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Il Ritorno del Donbass

Il 22 Luglio dello scorso anno è stato ufficialmente dichiarato il cessate il fuoco nel Donbass, la regione dell’Ucraina orientale che, dai tempi del crollo del Muro, è sempre stata il luogo di violenti scontri tra il governo di Kiev ed i gruppi di separatisti filo-russi supportati da Mosca. L’accordo ha segnato sicuramente uno dei momenti più ambiziosi della politica del Presidente Zelenskyi, il cui obbiettivo ultimo era proprio la fine degli attriti tra milizie ribelli e l’esercito ucraino. Ad oggi, il ceasefire non sembra essere mai stato rispettato propriamente da ambo le parti e la possibilità di un nuovo scontro sembra ormai dietro l’angolo. Nei giorni precedenti Zelenskyi ha denunciato agli alleati occidentali pericolosi ammassamenti di truppe russe sul confine con la Crimea; in risposta, Mosca ha affermato di disporre come meglio crede della propria porzione di territorio. Negli ultimi giorni, le due parti hanno raggiunto livelli di massima sopportazione e le questioni irrisolte iniziano a riemergere, rendendo l’equilibrio della regione sempre più precario. Mentre Kiev richiede un intervento della NATO al fine di controllare la regione sul mar Nero, il portavoce della presidenza Russa Peskov tuona che un eventuale coinvolgimento NATO possa soltanto ‘peggiorare la situazione’ di una già complicata guerra civile. Intanto, il 9 Aprile l’US Navy ha comunicato il dispiegamento di due navi da guerra che attraverseranno il Bosforo nella prossima settimana (sicuramente non una passeggiata primaverile).

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THE DEMOCRACY DILEMMA

Si tratta di una vera e propria guerra telecomandata, in cui un Paese può arrivare a manipolare un altro Paese senza neanche oltrepassare i propri confini’: così Tristan Harris, ex-collaboratore Google, descrive le tecniche di manipolazione dei social network in The Social Dilemma. Il documentario di Jeff Orlowski, distribuito da Netflix, tratta le spinose conseguenze della onnipresenza della tecnologia nel mondo contemporaneo. Uno dei principali argomenti trattati è la capacità dei social di veicolare la politica e la visione del mondo che ci circonda, nel bene, ma anche (e soprattutto) nel male, attraverso la divulgazione di fake-news e di teorie alquanto discutibili. Da un paio di anni ormai si parla di crisi di democrazia, ma ciò che è davvero sconcertante è che il principale veicolo di questi squilibri lo portiamo sempre con noi.

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Presentazione Tina  

Ciao a tutti,

mi chiamo Martina Noero, ho 22 anni, curo la rubrica #FacciamoIlPunto su questo blog e non credo nell’Oroscopo. A dirla tutta non mi sento una persona per niente originale, mi piacciono i cani, mi piace mangiare, dormire, lamentarmi. Ogni tanto cerco di leggere un libro per cercare di acculturarmi un po’ di più ma poi Netflix decide di pubblicare una nuova serie storica ed io fallisco nei miei buoni propositi di lettura. Ma poi, diciamocela tutta: chi riesce a leggere quando per la sessione bisogna preparare otto libri da 400 pagine l’uno? Io no e, per quelli che ci riescono: siete davvero degli eroi moderni ed avete tutta la mia stima.

Per quanto riguarda la mia biografia, mi sono trasferita a Roma ad ottobre dopo una triennale in Scienze Politiche conseguita presso l’Università di Bologna, anche se in realtà non ho mai vissuto a Bologna. La mia facoltà aveva sede a Forlì, situata a solo mezz’ora dalla ridente riviera romagnola, destreggiandomi tra crescioni, piadine e Lambrusco. Ad oggi invece, passo le mie giornate attendendo autobus dell’ATAC, minaccio piccioni, scappo dai gabbiani romani e mangio tonnellate di carbonara. Ovviamente, nel mio palinsesto giornaliero si inseriscono le ore che dovrei passare a studiare, ma che invece trascorro lamentandomi della mole di pagine che si accumulano e moltiplicano misteriosamente.

Sarei davvero felice di potervi dire che tra le mie passioni principali c’è il fitness, ma chi vogliamo prendere in giro. Negli anni ho davvero compreso che tra i miei animali guida posso distinguere chiaramente il bradipo, per agilità e riflessi, ed il baco da seta in bozzolo, perché davvero per me la definizione di giornata perfetta è restare avvolta nella coperta.

Auto-compiacimento a parte, ho iniziato a scrivere su questo blog a partire da ottobre perché volevo dare voce a quelli che sono realmente i miei interessi, che spaziano dalla politica alle relazioni internazionali. L’obbiettivo della mia rubrica è infatti quello di contribuire a sviluppare nuovi spunti di riflessione riguardo alle questioni di attualità, più o meno conosciute. Si tratta di un modo per restare in contatto con il mondo che ci circonda e che permette (sia a me che ai lettori del blog) di approfondire argomenti che solitamente analizzeremmo soltanto in maniera superficiale. Adoro scrivere e spero, un giorno, di poter fare della scrittura il mio mestiere, ma intanto sono davvero grata di aver avuto l’opportunità di poter partecipare a questo progetto e spero di poter trasmettere la mia passione attraverso gli articoli che scrivo, coinvolgendo anche chi ci legge.

Sperando di riuscire ad essere sempre fedele a questi obbiettivi, ci vediamo, o meglio, ‘leggiamo’ sempre il martedì con #FacciamoIlPunto’.

Un abbraccio,
la vostra Marti

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Il Recovery Fund tra necessità e difficoltà

Il deal raggiunto quest’estate riguardante il cosiddetto Recovery Fund, altresì conosciuto come programma Next Generation EU, è stato considerato un accordo storico, senza precedenti di fama né di effettivo peso economico. L’accordo politico trovato a luglio prevede l’istituzione di un fondo di 750 miliardi, di cui 390 miliardi di sussidi a fondo perduto; tuttavia la situazione non è stata così semplice, in quanto nei mesi successivi la strada intrapresa si è dimostrata impervia e piena di ostacoli critici; in primo luogo, l’importanza di tramutare il politico in legislativo, quindi la necessità di trasformare l’abbozzo in regolamento UE; infine, la conseguente difficoltà di adozione di una linea chiara e precisa alla luce delle divisioni intrinseche all’Unione.

La condizione del rispetto del famoso concetto di stato di diritto al fine di accedere al fondo sembra essere comprensibilmente un requisito minimo necessario al fine di poter beneficiare delle future risorse stanziate. Proprio in questo quadro si inserisce il veto imposto da Polonia e Ungheria sul bilancio europeo, volto al fine di bloccare il processo di messa in moto del piano economico. La ragione di questa mossa politica riguardava l’impossibilità per Orbàn e Morawiecki di accettare che la rule of law potesse davvero inficiare la prelazione nell’attingere dal Bancomat europeo post Covid-19. Nelle ultime settimane si è discusso molto sul da farsi ed una delle soluzioni contemplate riguardava anche la possibilità di aggirare totalmente il veto dei due ‘ribelli dell’Est’, come sottolineato dal commissario europeo per l’economia Gentiloni.

Settimana scorsa, la svolta: la couple franco-allemande ha riscosso l’ennesimo successo in termini di diplomazia economica. Dopo un vertice intenso con Orbàn e Morawiecki, Angela Merkel (con il sostegno di Macron) è riuscita a far rimuovere il veto e a sbloccare finalmente il progetto di ripresa europeo che tutti i stati membri stavano aspettando. Quale sarà il prezzo? Le sovvenzioni destinate ai paesi principalmente colpiti (prima su tutti l’Italia) servono eccome, sono richieste da mesi da governanti ed opposizioni, l’iter al fine di ricevere le risorse è stato ben delineato, il progetto italiano c’è. Il rovescio della medaglia, seppur ragionevolmente flebile alla luce dei successi elencati sopra, è la conferma di un’Unione divisa, composta da Paesi con visioni differenti che tendono a complicare persino una situazione delicata come la pandemia del 2020. Le prime divisioni, emerse già in primavera tra Nord e Sud dell’Europa (MES versus Eurobond), hanno continuato a complicare la buona riuscita del Recovery Fund, sino ad arrivare al compromesso del 10 dicembre.

Anche quest’ultimo, purtroppo, nasconde qualche insidia. Sicuramente, grazie alla mediazione tedesca il nostro paese sarà il primo a beneficiare degli aiuti europei, elemento non facilmente trascurabile. Per quanto riguarda invece il fattore rispetto dei pilastri fondamentali, il passo indietro di Ungheria e Polonia ‘costa’ di base la sospensione delle sanzioni previste dei confronti dei due Paesi per le violazioni dello stato di diritto fino alla sentenza definitiva della CGUE che verosimilmente coinciderà con le elezioni politiche nei due Paesi (rispettivamente nel 2022 e nel 2023).

Martina Noero