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La Birmania che (non) c’è

Da oltre quattro mesi dal giorno del colpo di Stato dei militari, il Myanmar si trova ancora a fare i conti con una situazione drammatica. Sabato scorso, il consiglio dei militari ha annunciato la sospensione di 125 mila insegnanti dal posto di lavoro, mentre si attende il processo di Aung San Suu Kyi, accusata di frode elettorale. Il golpe del febbraio 2021 resta una faccenda spinosa che si somma all’attuale drammaticità della situazione tra Israele e Palestina, sottolineando le sempre più nette divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’impasse della comunità internazionale. Yangon è da mesi teatro di scontri violenti tra i manifestanti ed i militari, con oltre 700 morti e migliaia di feriti.

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Quando l’indifferenza genera violenza: l’escalation del conflitto israelo-palestinese

Botti, pietre, granate e fumogeni: questo è il contenuto dei video condivisi sui social ieri mattina, lunedì 10 maggio, della Spianata delle moschee a Gerusalemme. Secondo le autorità palestinesi, ci sarebbero centinaia di feriti a seguito dell’irruzione della polizia israeliana nella moschea di al-Aqsa. In alcuni video pubblicati su Twitter, si vede chiaramente l’interno della moschea che da luogo di preghiera si trasforma in teatro di scontro; l’ennesimo episodio di violenza dopo giorni di rivolta a causa dello sfratto di alcune famiglie palestinesi residenti a Gerusalemme Est. Nel frattempo, l’escalation di violenza si protrae anche al di fuori della Città Santa, dove gli scontri con Gaza hanno raggiunto un nuovo apice.

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25 aprile 2021

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.”
Cesare Pavese

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Il Ritorno del Donbass

Il 22 Luglio dello scorso anno è stato ufficialmente dichiarato il cessate il fuoco nel Donbass, la regione dell’Ucraina orientale che, dai tempi del crollo del Muro, è sempre stata il luogo di violenti scontri tra il governo di Kiev ed i gruppi di separatisti filo-russi supportati da Mosca. L’accordo ha segnato sicuramente uno dei momenti più ambiziosi della politica del Presidente Zelenskyi, il cui obbiettivo ultimo era proprio la fine degli attriti tra milizie ribelli e l’esercito ucraino. Ad oggi, il ceasefire non sembra essere mai stato rispettato propriamente da ambo le parti e la possibilità di un nuovo scontro sembra ormai dietro l’angolo. Nei giorni precedenti Zelenskyi ha denunciato agli alleati occidentali pericolosi ammassamenti di truppe russe sul confine con la Crimea; in risposta, Mosca ha affermato di disporre come meglio crede della propria porzione di territorio. Negli ultimi giorni, le due parti hanno raggiunto livelli di massima sopportazione e le questioni irrisolte iniziano a riemergere, rendendo l’equilibrio della regione sempre più precario. Mentre Kiev richiede un intervento della NATO al fine di controllare la regione sul mar Nero, il portavoce della presidenza Russa Peskov tuona che un eventuale coinvolgimento NATO possa soltanto ‘peggiorare la situazione’ di una già complicata guerra civile. Intanto, il 9 Aprile l’US Navy ha comunicato il dispiegamento di due navi da guerra che attraverseranno il Bosforo nella prossima settimana (sicuramente non una passeggiata primaverile).

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THE DEMOCRACY DILEMMA

Si tratta di una vera e propria guerra telecomandata, in cui un Paese può arrivare a manipolare un altro Paese senza neanche oltrepassare i propri confini’: così Tristan Harris, ex-collaboratore Google, descrive le tecniche di manipolazione dei social network in The Social Dilemma. Il documentario di Jeff Orlowski, distribuito da Netflix, tratta le spinose conseguenze della onnipresenza della tecnologia nel mondo contemporaneo. Uno dei principali argomenti trattati è la capacità dei social di veicolare la politica e la visione del mondo che ci circonda, nel bene, ma anche (e soprattutto) nel male, attraverso la divulgazione di fake-news e di teorie alquanto discutibili. Da un paio di anni ormai si parla di crisi di democrazia, ma ciò che è davvero sconcertante è che il principale veicolo di questi squilibri lo portiamo sempre con noi.

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Presentazione Tina  

Ciao a tutti,

mi chiamo Martina Noero, ho 22 anni, curo la rubrica #FacciamoIlPunto su questo blog e non credo nell’Oroscopo. A dirla tutta non mi sento una persona per niente originale, mi piacciono i cani, mi piace mangiare, dormire, lamentarmi. Ogni tanto cerco di leggere un libro per cercare di acculturarmi un po’ di più ma poi Netflix decide di pubblicare una nuova serie storica ed io fallisco nei miei buoni propositi di lettura. Ma poi, diciamocela tutta: chi riesce a leggere quando per la sessione bisogna preparare otto libri da 400 pagine l’uno? Io no e, per quelli che ci riescono: siete davvero degli eroi moderni ed avete tutta la mia stima.

Per quanto riguarda la mia biografia, mi sono trasferita a Roma ad ottobre dopo una triennale in Scienze Politiche conseguita presso l’Università di Bologna, anche se in realtà non ho mai vissuto a Bologna. La mia facoltà aveva sede a Forlì, situata a solo mezz’ora dalla ridente riviera romagnola, destreggiandomi tra crescioni, piadine e Lambrusco. Ad oggi invece, passo le mie giornate attendendo autobus dell’ATAC, minaccio piccioni, scappo dai gabbiani romani e mangio tonnellate di carbonara. Ovviamente, nel mio palinsesto giornaliero si inseriscono le ore che dovrei passare a studiare, ma che invece trascorro lamentandomi della mole di pagine che si accumulano e moltiplicano misteriosamente.

Sarei davvero felice di potervi dire che tra le mie passioni principali c’è il fitness, ma chi vogliamo prendere in giro. Negli anni ho davvero compreso che tra i miei animali guida posso distinguere chiaramente il bradipo, per agilità e riflessi, ed il baco da seta in bozzolo, perché davvero per me la definizione di giornata perfetta è restare avvolta nella coperta.

Auto-compiacimento a parte, ho iniziato a scrivere su questo blog a partire da ottobre perché volevo dare voce a quelli che sono realmente i miei interessi, che spaziano dalla politica alle relazioni internazionali. L’obbiettivo della mia rubrica è infatti quello di contribuire a sviluppare nuovi spunti di riflessione riguardo alle questioni di attualità, più o meno conosciute. Si tratta di un modo per restare in contatto con il mondo che ci circonda e che permette (sia a me che ai lettori del blog) di approfondire argomenti che solitamente analizzeremmo soltanto in maniera superficiale. Adoro scrivere e spero, un giorno, di poter fare della scrittura il mio mestiere, ma intanto sono davvero grata di aver avuto l’opportunità di poter partecipare a questo progetto e spero di poter trasmettere la mia passione attraverso gli articoli che scrivo, coinvolgendo anche chi ci legge.

Sperando di riuscire ad essere sempre fedele a questi obbiettivi, ci vediamo, o meglio, ‘leggiamo’ sempre il martedì con #FacciamoIlPunto’.

Un abbraccio,
la vostra Marti

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Il Recovery Fund tra necessità e difficoltà

Il deal raggiunto quest’estate riguardante il cosiddetto Recovery Fund, altresì conosciuto come programma Next Generation EU, è stato considerato un accordo storico, senza precedenti di fama né di effettivo peso economico. L’accordo politico trovato a luglio prevede l’istituzione di un fondo di 750 miliardi, di cui 390 miliardi di sussidi a fondo perduto; tuttavia la situazione non è stata così semplice, in quanto nei mesi successivi la strada intrapresa si è dimostrata impervia e piena di ostacoli critici; in primo luogo, l’importanza di tramutare il politico in legislativo, quindi la necessità di trasformare l’abbozzo in regolamento UE; infine, la conseguente difficoltà di adozione di una linea chiara e precisa alla luce delle divisioni intrinseche all’Unione.

La condizione del rispetto del famoso concetto di stato di diritto al fine di accedere al fondo sembra essere comprensibilmente un requisito minimo necessario al fine di poter beneficiare delle future risorse stanziate. Proprio in questo quadro si inserisce il veto imposto da Polonia e Ungheria sul bilancio europeo, volto al fine di bloccare il processo di messa in moto del piano economico. La ragione di questa mossa politica riguardava l’impossibilità per Orbàn e Morawiecki di accettare che la rule of law potesse davvero inficiare la prelazione nell’attingere dal Bancomat europeo post Covid-19. Nelle ultime settimane si è discusso molto sul da farsi ed una delle soluzioni contemplate riguardava anche la possibilità di aggirare totalmente il veto dei due ‘ribelli dell’Est’, come sottolineato dal commissario europeo per l’economia Gentiloni.

Settimana scorsa, la svolta: la couple franco-allemande ha riscosso l’ennesimo successo in termini di diplomazia economica. Dopo un vertice intenso con Orbàn e Morawiecki, Angela Merkel (con il sostegno di Macron) è riuscita a far rimuovere il veto e a sbloccare finalmente il progetto di ripresa europeo che tutti i stati membri stavano aspettando. Quale sarà il prezzo? Le sovvenzioni destinate ai paesi principalmente colpiti (prima su tutti l’Italia) servono eccome, sono richieste da mesi da governanti ed opposizioni, l’iter al fine di ricevere le risorse è stato ben delineato, il progetto italiano c’è. Il rovescio della medaglia, seppur ragionevolmente flebile alla luce dei successi elencati sopra, è la conferma di un’Unione divisa, composta da Paesi con visioni differenti che tendono a complicare persino una situazione delicata come la pandemia del 2020. Le prime divisioni, emerse già in primavera tra Nord e Sud dell’Europa (MES versus Eurobond), hanno continuato a complicare la buona riuscita del Recovery Fund, sino ad arrivare al compromesso del 10 dicembre.

Anche quest’ultimo, purtroppo, nasconde qualche insidia. Sicuramente, grazie alla mediazione tedesca il nostro paese sarà il primo a beneficiare degli aiuti europei, elemento non facilmente trascurabile. Per quanto riguarda invece il fattore rispetto dei pilastri fondamentali, il passo indietro di Ungheria e Polonia ‘costa’ di base la sospensione delle sanzioni previste dei confronti dei due Paesi per le violazioni dello stato di diritto fino alla sentenza definitiva della CGUE che verosimilmente coinciderà con le elezioni politiche nei due Paesi (rispettivamente nel 2022 e nel 2023).

Martina Noero

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ISRAELE-IRAN: L’AVVENIRE DELLA DETERRENZA

Il 27 novembre scorso, lo scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh è stato aggredito a nord di Teheran da quattro uomini armati che, dopo averlo costretto a scendere dalla propria auto, l’hanno colpito con alcuni colpi di pistola. Fakhrizadeh era considerato il padre del progetto di sviluppo del nucleare militare iraniano a partire dagli anni duemila, un personaggio ‘scomodo’ per molti, il cui omicidio non sembra essere una drammatica fatalità. Non tardano ad arrivare, nelle ore seguenti all’episodio, alcune dichiarazioni e indiscrezioni divulgate principalmente dal New York Times, secondo le quali le principali autorità iraniane descrivono l’avvenimento come un vero e proprio ‘attentato terroristico’, mentre altre fonti, specialmente israeliane, ritengono responsabili dell’omicidio le forze del Mossad. Ricordiamo, tra l’altro, che più volte in passato il premier israeliano Netanyahu aveva sottolineato l’importanza del ruolo di Fakhrizadeh per quanto riguardasse lo sviluppo di un potenziale progetto segreto di armi nucleari.

A seguito dell’avvenimento, il ministro dell’Energia di Tel Aviv, Steiniz, ha dichiarato al quotidiano della grande mela come la scomparsa dello scienziato iraniano fosse una vera e propria ‘manna dal cielo’ sia per la sicurezza di Israele che per tutto il Medioriente. Dichiarazioni decisamente ambigue, che sembrano confermare quanto temuto: se dietro quest’omicidio ci fosse davvero l’intelligence israeliana, allora in quel caso si potrebbe trattare di una vera e propria crisi mediorientale che si inscrive nel quadro della deterrenza nucleare.

Tra Israele ed Iran non scorre buon sangue da tempo e le frizioni con Israele hanno avuto conseguenze irreversibili anche nei rapporti con gli Stati Uniti. Le tensioni, scoppiate in periodo di Guerra Fredda, si sono acuite a partire dagli anni duemila e riguardano prevalentemente la spinosissima questione delle armi nucleari. Israele, dal canto suo, combatte da sempre una guerra coriacea con i paesi islamici al fine di poter difendere la propria sicurezza nazionale; inoltre, Tel Aviv e Teheran si sono confrontati apertamente più volte in territorio siriano.

Nel 2015 era stato raggiunto un particolare accordo sul nucleare iraniano (anche noto come JCPOA), a cui avevano partecipato i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, la Germania ed una delegazione UE. Il JCPOA prevedeva un taglio drastico delle riserve di uranio e la conversione di alcuni impianti al fine di ridurre al minimo i rischi di proliferazione. L’accordo poneva, inoltre, fine alle sanzioni dei Paesi occidentali imposte precedentemente nei confronti di Teheran. Nonostante questa presa di posizione, nel 2018 la presidenza Trump ha deciso di uscire dal JCPOA e di re-instaurare nuove sanzioni nei confronti dell’Iran; al seguito di questo episodio, alcuni Paesi UE, la Russia e la Cina hanno rimproverato gli USA di non aver rispettato la risoluzione 2231 del CdS, secondo la quale non era possibile revocare l’accordo e di re-imporre sanzioni così dure nei confronti dell’Iran. I rapporti, inaspritisi già da allora, non hanno fatto altro che capitolare rovinosamente negli ultimi anni, fino ad arrivare all’episodio dello scorso venerdì.

Al seguito dell’attentato, i vertici iraniani promettono vendetta e di proseguire con la propria strategia nucleare. Intanto, il presidente entrante Biden si troverà immediatamente per le mani l’ennesima delicatissima crisi mediorientale. Si sa, la posizione di Israele non è mai piaciuta ai Paesi della Lega Araba, come allo stesso tempo esiste un passato di grande risentimento tra Iran ed USA: una lunga storia fatta di piani, mirini ed obbiettivi mancati che ci portano alla situazione odierna. La nuova sfida nel campo delle relazioni internazionali e della deterrenza dovrà essere gestita con maestria dal nuovo leader US, il quale sarà senza alcun dubbio il solo e l’unico in grado di assumere la direzione di un potenziale nuovo tracollo mediorientale.

Martina Noero

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KAMALA HARRIS: IL V.P. DI CUI ABBIAMO BISOGNO O UN PACCHETTO BEN CONFEZIONATO?

We did it Joe, you’re gonne be the next President of the United States’: il video twittato da Kamala Harris, diventato in poche ore virale, lascia trasparire l’incredibile emozione della neo-eletta vicepresidente USA. Probabilmente si tratta della prima volta nella storia delle presidenziali a stelle e strisce in cui un vicepresidente ottiene così tanta visibilità, forse addirittura di più dello stesso Presidente. Mentre il mondo si congratula per la vittoria di Joe Biden, non può far altro che andare in visibilio per il team che il nuovo leader democratico propone; una squadra la cui frontwoman principale è proprio l’ex procuratrice generale della California. Figlia di due immigrati e della rivoluzione sessantottina, Kamala Harris sembra proprio rappresentare tutto ciò di cui il futuro degli States ha bisogno: una donna nera, indipendente, che parla chiaro ed è pronta a difendere i diritti dei più deboli; tutto quello che la presidenza Trump aveva dimenticato, o meglio, mai preso in considerazione.

Il messaggio che questa nuova elezione vuole inviare è quello di una donna forte, che ce l’ha fatta: se lei può, tutte noi possiamo. E’ incontestabile che questa nuova presidenza democratica abbia rivoluzionato lo scenario politico americano con una proposta nuova dopo i quattro anni dell’età di Donald Trump. Da procuratore distrettuale di San Francisco a ‘progressive prosecutor’ dello Stato della California e, infine, Vicepresidente, Kamala Harris ha compiuto un processo di ascesa ragguardevole, anche se è proprio all’interno di quest’ultimo che emergono le prime sfumature ambigue del suo personaggio. Donna sì, nera sì, asiatica e giamaicana sì, ma cos’ha davvero fatto questa donna per la propria comunità?

La biografia della Harris è facilmente ricostruibile, soprattutto perché le sue origini non-americane sono state ben pubblicizzate: la sua carriera politica comincia a San Francisco, distretto considerato dall’opinione pubblica come ‘super-progressive’ ed all’interno di questo quadro, la nostra protagonista si inserisce come una figura decisamente moderata. In molti, come il reporter di Mother Jones Jamilah King, hanno di fatto criticato il fatto che la neo V.P. si presenti come figlia di immigrati e di conseguenza protettrice della causa afroamericana, ma che di base sia cresciuta e abbia vissuto tutta la sua vita in un ambiente privilegiato; citando la madre: ‘she knows what forks to use at the dinner table’. Per di più, l’importanza che la Harris ha sempre dato alle questioni di legge e di polizia non hanno fatto altro che farle perdere una buona parte del sostegno di quella comunità afroamericana che di base, secondo il progetto democratico, dovrebbe rappresentare. Affermazioni e prese di posizione scomode che andrebbero approfondite, che non sono piaciute e che non piacciono tutt’ora, specialmente al BLM.

Al momento sembra che ci sia stato un imponente cambio di vedute e che la Harris sia sempre di più coinvolta all’interno di quello che è sempre stato il suo campo con un approccio diverso, opponendosi agli abusi della polizia, alle etichette razziali. La nuova proposta democratica sembra davvero cadere al momento giusto: elezioni, pandemia, movimenti antirazzisti. Insomma, quello che stupisce (ma al contempo non stupisce affatto) è che il vicepresidente USA è davvero la figura giusta al momento giusto; ma se si approfondisce la vicenda con occhio critico, sembra soltanto una pedina del gioco del bastone e della carota. La Harris sembra un po’ un prodotto ben pensato e confezionato al fine di calmare gli animi, dare al popolo americano ciò che chiede e propinare al mondo quello che serve per affermare ancora una volta la superiorità USA.

Una donna come vicepresidente, rivoluzionario sì. Di fatto ci troviamo al momento zero di una nuova presidenza democratica, ma il dubbio che sorge spontaneo riguardo a Kamala Harris è se si tratta davvero di un bagliore rivoluzionario oppure soltanto della rappresentazione fisica di un ideale. A questo quesito, ovviamente, solo l’evoluzione della futura politica dei neo-eletti leader degli States saprà darci una risposta.

Martina Noero

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PUÒ UNA RIVOLUZIONE DAVVERO ESSERE LA NOSTRA SOLUZIONE?

Napoli, 23 ottobre. Quella che doveva nascere come una manifestazione pacifica di ristoratori ed imprenditori contro le nuove misure di contenimento imposte da De Luca, si trasforma in poco tempo in un vero e proprio caos. Lanci di bottiglie, petardi, fumogeni, auto e vetrine distrutte, poliziotti e giornalisti presi d’assalto: ‘ ‘a salute è ‘a primma cosa, ma senza sorde nun se cantano messe’. Le immagini che abbiamo visto di Napoli, un po’ ci hanno scosso, un po’ indignato, un po’ preoccupato: la verità è che, per quanto possiamo rigettare la violenza nella sua forma più primitiva, in quella situazione ci siamo sentiti un po’ tutti napoletani. Ci siamo sentiti il ristoratore arrabbiato con l’acqua alla gola che richiede aiuti allo Stato; ci siamo sentiti il poliziotto aggredito senza sapere bene il perché; ci siamo sentiti il cittadino rimasto a casa ad osservare la propria città in balia della violenza. A partire da quel venerdì sera, alcune cose sono cambiate. L’Italia, da Torino a Catania, si è accanita contro il coprifuoco, contro la possibilità di un nuovo lockdown e contro il proprio Governo. Alcune manifestazioni sono pacifiche, organizzate ed approvate dai Comuni, ma al contempo altre si trasformano in vere e proprie guerriglie, come l’episodio di Piazza Castello a Torino. I manifestanti ‘aventi diritto’ di Torino vengono oscurati nella notte del 26 ottobre da una banda di anarchici e ragazzetti; via Roma viene messa a ferro e fuoco e le vetrine di molti negozi distrutte. Sotto lo slogan ‘#italiasiribella’, il nostro Paese si rivolta.

Fare il punto, alla luce di quello che sta succedendo nelle ultime settimane, significa esaminare attentamente l’evoluzione delle circostanze che ci hanno portato alla situazione attuale. Da una parte, ci sono cittadini e lavoratori italiani che richiedono aiuti e sovvenzioni perché non possono fronteggiare l’imposizione di nuove restrizioni; dall’altra, c’è un Governo che si trova in difficoltà di fronte ad una questione di priorità. Il nuovo dilemma in seno allo stato sociale è legato al fatto che favorire  determinate politiche metta a dura prova il quadro economico del nostro Paese. Chiudere determinate attività, come i bar, i teatri ed i cinema, al fine di cercare di contenere la pandemia, va a colpire determinati settori. Gli imprenditori che fanno parte di queste categorie, si vedono da un giorno all’altro nel mirino delle nuove misure senza però alcun tipo di garanzia. Lo Stato moderno non può non mettere al primo posto la salute dei propri cittadini e non può nemmeno ignorare la situazione economicamente drammatica di questi ultimi.

Ed è proprio all’interno di questo dilemma che ci si trova a dover agire, ma gli ostacoli sembrano insormontabili. Ci sono gravi problemi di coordinamento tra comuni, regioni e governo centrale, grattacapi ai quali i principali attori politici non sembrano avere risposte certe. L’opposizione si fionda irreprensibile contro qualsiasi decisione presa dal Governo. Il pensiero della Destra italiana si riassume all’interno dell’ultimo tweet di Giovanni Toti: ‘solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti anziani, persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese’.

In breve, le violenze a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo sono il frutto di un Paese in ginocchio, un Paese abituato ad avere poca fiducia nei confronti della propria classe dirigente, ma non avvezzo a scendere in piazza e a manifestare. Il famoso droit de grève è uno dei pilastri della Costituzione francese: scendere in piazza al fine di esprimere il proprio dissenso è una pratica diffusa nell’Esagono. La rivoluzione, la rivolta popolare, ha storicamente sempre portato i suoi frutti, ma siamo sicuri che questo tipo di violenza che sta imperversando nel nostro Paese sia davvero la risposta ai nostri problemi? Distruggere locali di privati, aggredire la polizia, porterà davvero a delle soluzioni concrete? Le manifestazioni di Napoli hanno fatto fare dei passi indietro alla Regione Campania nell’immediato, ma al momento siamo in attesa di un nuovo DPCM che proporrà nuove chiusure. 

Mi rivolto, dunque siamo’ disse Albert Camus nei suoi Scritti Politici: l’uomo in rivolta è un uomo che rifiuta di subire, spinto da una forte volontà legata all’impazienza di agire. Quello che resta da stabilire per il nostro Paese è, in via definitiva, se si tratta davvero del momento giusto per rifiutare.

Martina Noero