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Il Ritorno del Donbass

Il 22 Luglio dello scorso anno è stato ufficialmente dichiarato il cessate il fuoco nel Donbass, la regione dell’Ucraina orientale che, dai tempi del crollo del Muro, è sempre stata il luogo di violenti scontri tra il governo di Kiev ed i gruppi di separatisti filo-russi supportati da Mosca. L’accordo ha segnato sicuramente uno dei momenti più ambiziosi della politica del Presidente Zelenskyi, il cui obbiettivo ultimo era proprio la fine degli attriti tra milizie ribelli e l’esercito ucraino. Ad oggi, il ceasefire non sembra essere mai stato rispettato propriamente da ambo le parti e la possibilità di un nuovo scontro sembra ormai dietro l’angolo. Nei giorni precedenti Zelenskyi ha denunciato agli alleati occidentali pericolosi ammassamenti di truppe russe sul confine con la Crimea; in risposta, Mosca ha affermato di disporre come meglio crede della propria porzione di territorio. Negli ultimi giorni, le due parti hanno raggiunto livelli di massima sopportazione e le questioni irrisolte iniziano a riemergere, rendendo l’equilibrio della regione sempre più precario. Mentre Kiev richiede un intervento della NATO al fine di controllare la regione sul mar Nero, il portavoce della presidenza Russa Peskov tuona che un eventuale coinvolgimento NATO possa soltanto ‘peggiorare la situazione’ di una già complicata guerra civile. Intanto, il 9 Aprile l’US Navy ha comunicato il dispiegamento di due navi da guerra che attraverseranno il Bosforo nella prossima settimana (sicuramente non una passeggiata primaverile).

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THE DEMOCRACY DILEMMA

Si tratta di una vera e propria guerra telecomandata, in cui un Paese può arrivare a manipolare un altro Paese senza neanche oltrepassare i propri confini’: così Tristan Harris, ex-collaboratore Google, descrive le tecniche di manipolazione dei social network in The Social Dilemma. Il documentario di Jeff Orlowski, distribuito da Netflix, tratta le spinose conseguenze della onnipresenza della tecnologia nel mondo contemporaneo. Uno dei principali argomenti trattati è la capacità dei social di veicolare la politica e la visione del mondo che ci circonda, nel bene, ma anche (e soprattutto) nel male, attraverso la divulgazione di fake-news e di teorie alquanto discutibili. Da un paio di anni ormai si parla di crisi di democrazia, ma ciò che è davvero sconcertante è che il principale veicolo di questi squilibri lo portiamo sempre con noi.

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Presentazione Tina  

Ciao a tutti,

mi chiamo Martina Noero, ho 22 anni, curo la rubrica #FacciamoIlPunto su questo blog e non credo nell’Oroscopo. A dirla tutta non mi sento una persona per niente originale, mi piacciono i cani, mi piace mangiare, dormire, lamentarmi. Ogni tanto cerco di leggere un libro per cercare di acculturarmi un po’ di più ma poi Netflix decide di pubblicare una nuova serie storica ed io fallisco nei miei buoni propositi di lettura. Ma poi, diciamocela tutta: chi riesce a leggere quando per la sessione bisogna preparare otto libri da 400 pagine l’uno? Io no e, per quelli che ci riescono: siete davvero degli eroi moderni ed avete tutta la mia stima.

Per quanto riguarda la mia biografia, mi sono trasferita a Roma ad ottobre dopo una triennale in Scienze Politiche conseguita presso l’Università di Bologna, anche se in realtà non ho mai vissuto a Bologna. La mia facoltà aveva sede a Forlì, situata a solo mezz’ora dalla ridente riviera romagnola, destreggiandomi tra crescioni, piadine e Lambrusco. Ad oggi invece, passo le mie giornate attendendo autobus dell’ATAC, minaccio piccioni, scappo dai gabbiani romani e mangio tonnellate di carbonara. Ovviamente, nel mio palinsesto giornaliero si inseriscono le ore che dovrei passare a studiare, ma che invece trascorro lamentandomi della mole di pagine che si accumulano e moltiplicano misteriosamente.

Sarei davvero felice di potervi dire che tra le mie passioni principali c’è il fitness, ma chi vogliamo prendere in giro. Negli anni ho davvero compreso che tra i miei animali guida posso distinguere chiaramente il bradipo, per agilità e riflessi, ed il baco da seta in bozzolo, perché davvero per me la definizione di giornata perfetta è restare avvolta nella coperta.

Auto-compiacimento a parte, ho iniziato a scrivere su questo blog a partire da ottobre perché volevo dare voce a quelli che sono realmente i miei interessi, che spaziano dalla politica alle relazioni internazionali. L’obbiettivo della mia rubrica è infatti quello di contribuire a sviluppare nuovi spunti di riflessione riguardo alle questioni di attualità, più o meno conosciute. Si tratta di un modo per restare in contatto con il mondo che ci circonda e che permette (sia a me che ai lettori del blog) di approfondire argomenti che solitamente analizzeremmo soltanto in maniera superficiale. Adoro scrivere e spero, un giorno, di poter fare della scrittura il mio mestiere, ma intanto sono davvero grata di aver avuto l’opportunità di poter partecipare a questo progetto e spero di poter trasmettere la mia passione attraverso gli articoli che scrivo, coinvolgendo anche chi ci legge.

Sperando di riuscire ad essere sempre fedele a questi obbiettivi, ci vediamo, o meglio, ‘leggiamo’ sempre il martedì con #FacciamoIlPunto’.

Un abbraccio,
la vostra Marti

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Il Recovery Fund tra necessità e difficoltà

Il deal raggiunto quest’estate riguardante il cosiddetto Recovery Fund, altresì conosciuto come programma Next Generation EU, è stato considerato un accordo storico, senza precedenti di fama né di effettivo peso economico. L’accordo politico trovato a luglio prevede l’istituzione di un fondo di 750 miliardi, di cui 390 miliardi di sussidi a fondo perduto; tuttavia la situazione non è stata così semplice, in quanto nei mesi successivi la strada intrapresa si è dimostrata impervia e piena di ostacoli critici; in primo luogo, l’importanza di tramutare il politico in legislativo, quindi la necessità di trasformare l’abbozzo in regolamento UE; infine, la conseguente difficoltà di adozione di una linea chiara e precisa alla luce delle divisioni intrinseche all’Unione.

La condizione del rispetto del famoso concetto di stato di diritto al fine di accedere al fondo sembra essere comprensibilmente un requisito minimo necessario al fine di poter beneficiare delle future risorse stanziate. Proprio in questo quadro si inserisce il veto imposto da Polonia e Ungheria sul bilancio europeo, volto al fine di bloccare il processo di messa in moto del piano economico. La ragione di questa mossa politica riguardava l’impossibilità per Orbàn e Morawiecki di accettare che la rule of law potesse davvero inficiare la prelazione nell’attingere dal Bancomat europeo post Covid-19. Nelle ultime settimane si è discusso molto sul da farsi ed una delle soluzioni contemplate riguardava anche la possibilità di aggirare totalmente il veto dei due ‘ribelli dell’Est’, come sottolineato dal commissario europeo per l’economia Gentiloni.

Settimana scorsa, la svolta: la couple franco-allemande ha riscosso l’ennesimo successo in termini di diplomazia economica. Dopo un vertice intenso con Orbàn e Morawiecki, Angela Merkel (con il sostegno di Macron) è riuscita a far rimuovere il veto e a sbloccare finalmente il progetto di ripresa europeo che tutti i stati membri stavano aspettando. Quale sarà il prezzo? Le sovvenzioni destinate ai paesi principalmente colpiti (prima su tutti l’Italia) servono eccome, sono richieste da mesi da governanti ed opposizioni, l’iter al fine di ricevere le risorse è stato ben delineato, il progetto italiano c’è. Il rovescio della medaglia, seppur ragionevolmente flebile alla luce dei successi elencati sopra, è la conferma di un’Unione divisa, composta da Paesi con visioni differenti che tendono a complicare persino una situazione delicata come la pandemia del 2020. Le prime divisioni, emerse già in primavera tra Nord e Sud dell’Europa (MES versus Eurobond), hanno continuato a complicare la buona riuscita del Recovery Fund, sino ad arrivare al compromesso del 10 dicembre.

Anche quest’ultimo, purtroppo, nasconde qualche insidia. Sicuramente, grazie alla mediazione tedesca il nostro paese sarà il primo a beneficiare degli aiuti europei, elemento non facilmente trascurabile. Per quanto riguarda invece il fattore rispetto dei pilastri fondamentali, il passo indietro di Ungheria e Polonia ‘costa’ di base la sospensione delle sanzioni previste dei confronti dei due Paesi per le violazioni dello stato di diritto fino alla sentenza definitiva della CGUE che verosimilmente coinciderà con le elezioni politiche nei due Paesi (rispettivamente nel 2022 e nel 2023).

Martina Noero

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ISRAELE-IRAN: L’AVVENIRE DELLA DETERRENZA

Il 27 novembre scorso, lo scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh è stato aggredito a nord di Teheran da quattro uomini armati che, dopo averlo costretto a scendere dalla propria auto, l’hanno colpito con alcuni colpi di pistola. Fakhrizadeh era considerato il padre del progetto di sviluppo del nucleare militare iraniano a partire dagli anni duemila, un personaggio ‘scomodo’ per molti, il cui omicidio non sembra essere una drammatica fatalità. Non tardano ad arrivare, nelle ore seguenti all’episodio, alcune dichiarazioni e indiscrezioni divulgate principalmente dal New York Times, secondo le quali le principali autorità iraniane descrivono l’avvenimento come un vero e proprio ‘attentato terroristico’, mentre altre fonti, specialmente israeliane, ritengono responsabili dell’omicidio le forze del Mossad. Ricordiamo, tra l’altro, che più volte in passato il premier israeliano Netanyahu aveva sottolineato l’importanza del ruolo di Fakhrizadeh per quanto riguardasse lo sviluppo di un potenziale progetto segreto di armi nucleari.

A seguito dell’avvenimento, il ministro dell’Energia di Tel Aviv, Steiniz, ha dichiarato al quotidiano della grande mela come la scomparsa dello scienziato iraniano fosse una vera e propria ‘manna dal cielo’ sia per la sicurezza di Israele che per tutto il Medioriente. Dichiarazioni decisamente ambigue, che sembrano confermare quanto temuto: se dietro quest’omicidio ci fosse davvero l’intelligence israeliana, allora in quel caso si potrebbe trattare di una vera e propria crisi mediorientale che si inscrive nel quadro della deterrenza nucleare.

Tra Israele ed Iran non scorre buon sangue da tempo e le frizioni con Israele hanno avuto conseguenze irreversibili anche nei rapporti con gli Stati Uniti. Le tensioni, scoppiate in periodo di Guerra Fredda, si sono acuite a partire dagli anni duemila e riguardano prevalentemente la spinosissima questione delle armi nucleari. Israele, dal canto suo, combatte da sempre una guerra coriacea con i paesi islamici al fine di poter difendere la propria sicurezza nazionale; inoltre, Tel Aviv e Teheran si sono confrontati apertamente più volte in territorio siriano.

Nel 2015 era stato raggiunto un particolare accordo sul nucleare iraniano (anche noto come JCPOA), a cui avevano partecipato i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, la Germania ed una delegazione UE. Il JCPOA prevedeva un taglio drastico delle riserve di uranio e la conversione di alcuni impianti al fine di ridurre al minimo i rischi di proliferazione. L’accordo poneva, inoltre, fine alle sanzioni dei Paesi occidentali imposte precedentemente nei confronti di Teheran. Nonostante questa presa di posizione, nel 2018 la presidenza Trump ha deciso di uscire dal JCPOA e di re-instaurare nuove sanzioni nei confronti dell’Iran; al seguito di questo episodio, alcuni Paesi UE, la Russia e la Cina hanno rimproverato gli USA di non aver rispettato la risoluzione 2231 del CdS, secondo la quale non era possibile revocare l’accordo e di re-imporre sanzioni così dure nei confronti dell’Iran. I rapporti, inaspritisi già da allora, non hanno fatto altro che capitolare rovinosamente negli ultimi anni, fino ad arrivare all’episodio dello scorso venerdì.

Al seguito dell’attentato, i vertici iraniani promettono vendetta e di proseguire con la propria strategia nucleare. Intanto, il presidente entrante Biden si troverà immediatamente per le mani l’ennesima delicatissima crisi mediorientale. Si sa, la posizione di Israele non è mai piaciuta ai Paesi della Lega Araba, come allo stesso tempo esiste un passato di grande risentimento tra Iran ed USA: una lunga storia fatta di piani, mirini ed obbiettivi mancati che ci portano alla situazione odierna. La nuova sfida nel campo delle relazioni internazionali e della deterrenza dovrà essere gestita con maestria dal nuovo leader US, il quale sarà senza alcun dubbio il solo e l’unico in grado di assumere la direzione di un potenziale nuovo tracollo mediorientale.

Martina Noero

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KAMALA HARRIS: IL V.P. DI CUI ABBIAMO BISOGNO O UN PACCHETTO BEN CONFEZIONATO?

We did it Joe, you’re gonne be the next President of the United States’: il video twittato da Kamala Harris, diventato in poche ore virale, lascia trasparire l’incredibile emozione della neo-eletta vicepresidente USA. Probabilmente si tratta della prima volta nella storia delle presidenziali a stelle e strisce in cui un vicepresidente ottiene così tanta visibilità, forse addirittura di più dello stesso Presidente. Mentre il mondo si congratula per la vittoria di Joe Biden, non può far altro che andare in visibilio per il team che il nuovo leader democratico propone; una squadra la cui frontwoman principale è proprio l’ex procuratrice generale della California. Figlia di due immigrati e della rivoluzione sessantottina, Kamala Harris sembra proprio rappresentare tutto ciò di cui il futuro degli States ha bisogno: una donna nera, indipendente, che parla chiaro ed è pronta a difendere i diritti dei più deboli; tutto quello che la presidenza Trump aveva dimenticato, o meglio, mai preso in considerazione.

Il messaggio che questa nuova elezione vuole inviare è quello di una donna forte, che ce l’ha fatta: se lei può, tutte noi possiamo. E’ incontestabile che questa nuova presidenza democratica abbia rivoluzionato lo scenario politico americano con una proposta nuova dopo i quattro anni dell’età di Donald Trump. Da procuratore distrettuale di San Francisco a ‘progressive prosecutor’ dello Stato della California e, infine, Vicepresidente, Kamala Harris ha compiuto un processo di ascesa ragguardevole, anche se è proprio all’interno di quest’ultimo che emergono le prime sfumature ambigue del suo personaggio. Donna sì, nera sì, asiatica e giamaicana sì, ma cos’ha davvero fatto questa donna per la propria comunità?

La biografia della Harris è facilmente ricostruibile, soprattutto perché le sue origini non-americane sono state ben pubblicizzate: la sua carriera politica comincia a San Francisco, distretto considerato dall’opinione pubblica come ‘super-progressive’ ed all’interno di questo quadro, la nostra protagonista si inserisce come una figura decisamente moderata. In molti, come il reporter di Mother Jones Jamilah King, hanno di fatto criticato il fatto che la neo V.P. si presenti come figlia di immigrati e di conseguenza protettrice della causa afroamericana, ma che di base sia cresciuta e abbia vissuto tutta la sua vita in un ambiente privilegiato; citando la madre: ‘she knows what forks to use at the dinner table’. Per di più, l’importanza che la Harris ha sempre dato alle questioni di legge e di polizia non hanno fatto altro che farle perdere una buona parte del sostegno di quella comunità afroamericana che di base, secondo il progetto democratico, dovrebbe rappresentare. Affermazioni e prese di posizione scomode che andrebbero approfondite, che non sono piaciute e che non piacciono tutt’ora, specialmente al BLM.

Al momento sembra che ci sia stato un imponente cambio di vedute e che la Harris sia sempre di più coinvolta all’interno di quello che è sempre stato il suo campo con un approccio diverso, opponendosi agli abusi della polizia, alle etichette razziali. La nuova proposta democratica sembra davvero cadere al momento giusto: elezioni, pandemia, movimenti antirazzisti. Insomma, quello che stupisce (ma al contempo non stupisce affatto) è che il vicepresidente USA è davvero la figura giusta al momento giusto; ma se si approfondisce la vicenda con occhio critico, sembra soltanto una pedina del gioco del bastone e della carota. La Harris sembra un po’ un prodotto ben pensato e confezionato al fine di calmare gli animi, dare al popolo americano ciò che chiede e propinare al mondo quello che serve per affermare ancora una volta la superiorità USA.

Una donna come vicepresidente, rivoluzionario sì. Di fatto ci troviamo al momento zero di una nuova presidenza democratica, ma il dubbio che sorge spontaneo riguardo a Kamala Harris è se si tratta davvero di un bagliore rivoluzionario oppure soltanto della rappresentazione fisica di un ideale. A questo quesito, ovviamente, solo l’evoluzione della futura politica dei neo-eletti leader degli States saprà darci una risposta.

Martina Noero

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PUÒ UNA RIVOLUZIONE DAVVERO ESSERE LA NOSTRA SOLUZIONE?

Napoli, 23 ottobre. Quella che doveva nascere come una manifestazione pacifica di ristoratori ed imprenditori contro le nuove misure di contenimento imposte da De Luca, si trasforma in poco tempo in un vero e proprio caos. Lanci di bottiglie, petardi, fumogeni, auto e vetrine distrutte, poliziotti e giornalisti presi d’assalto: ‘ ‘a salute è ‘a primma cosa, ma senza sorde nun se cantano messe’. Le immagini che abbiamo visto di Napoli, un po’ ci hanno scosso, un po’ indignato, un po’ preoccupato: la verità è che, per quanto possiamo rigettare la violenza nella sua forma più primitiva, in quella situazione ci siamo sentiti un po’ tutti napoletani. Ci siamo sentiti il ristoratore arrabbiato con l’acqua alla gola che richiede aiuti allo Stato; ci siamo sentiti il poliziotto aggredito senza sapere bene il perché; ci siamo sentiti il cittadino rimasto a casa ad osservare la propria città in balia della violenza. A partire da quel venerdì sera, alcune cose sono cambiate. L’Italia, da Torino a Catania, si è accanita contro il coprifuoco, contro la possibilità di un nuovo lockdown e contro il proprio Governo. Alcune manifestazioni sono pacifiche, organizzate ed approvate dai Comuni, ma al contempo altre si trasformano in vere e proprie guerriglie, come l’episodio di Piazza Castello a Torino. I manifestanti ‘aventi diritto’ di Torino vengono oscurati nella notte del 26 ottobre da una banda di anarchici e ragazzetti; via Roma viene messa a ferro e fuoco e le vetrine di molti negozi distrutte. Sotto lo slogan ‘#italiasiribella’, il nostro Paese si rivolta.

Fare il punto, alla luce di quello che sta succedendo nelle ultime settimane, significa esaminare attentamente l’evoluzione delle circostanze che ci hanno portato alla situazione attuale. Da una parte, ci sono cittadini e lavoratori italiani che richiedono aiuti e sovvenzioni perché non possono fronteggiare l’imposizione di nuove restrizioni; dall’altra, c’è un Governo che si trova in difficoltà di fronte ad una questione di priorità. Il nuovo dilemma in seno allo stato sociale è legato al fatto che favorire  determinate politiche metta a dura prova il quadro economico del nostro Paese. Chiudere determinate attività, come i bar, i teatri ed i cinema, al fine di cercare di contenere la pandemia, va a colpire determinati settori. Gli imprenditori che fanno parte di queste categorie, si vedono da un giorno all’altro nel mirino delle nuove misure senza però alcun tipo di garanzia. Lo Stato moderno non può non mettere al primo posto la salute dei propri cittadini e non può nemmeno ignorare la situazione economicamente drammatica di questi ultimi.

Ed è proprio all’interno di questo dilemma che ci si trova a dover agire, ma gli ostacoli sembrano insormontabili. Ci sono gravi problemi di coordinamento tra comuni, regioni e governo centrale, grattacapi ai quali i principali attori politici non sembrano avere risposte certe. L’opposizione si fionda irreprensibile contro qualsiasi decisione presa dal Governo. Il pensiero della Destra italiana si riassume all’interno dell’ultimo tweet di Giovanni Toti: ‘solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti anziani, persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese’.

In breve, le violenze a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo sono il frutto di un Paese in ginocchio, un Paese abituato ad avere poca fiducia nei confronti della propria classe dirigente, ma non avvezzo a scendere in piazza e a manifestare. Il famoso droit de grève è uno dei pilastri della Costituzione francese: scendere in piazza al fine di esprimere il proprio dissenso è una pratica diffusa nell’Esagono. La rivoluzione, la rivolta popolare, ha storicamente sempre portato i suoi frutti, ma siamo sicuri che questo tipo di violenza che sta imperversando nel nostro Paese sia davvero la risposta ai nostri problemi? Distruggere locali di privati, aggredire la polizia, porterà davvero a delle soluzioni concrete? Le manifestazioni di Napoli hanno fatto fare dei passi indietro alla Regione Campania nell’immediato, ma al momento siamo in attesa di un nuovo DPCM che proporrà nuove chiusure. 

Mi rivolto, dunque siamo’ disse Albert Camus nei suoi Scritti Politici: l’uomo in rivolta è un uomo che rifiuta di subire, spinto da una forte volontà legata all’impazienza di agire. Quello che resta da stabilire per il nostro Paese è, in via definitiva, se si tratta davvero del momento giusto per rifiutare.

Martina Noero

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ECCO PERCHÈ IL FATTORE 5G È DA TENERE D’OCCHIO

La discussione sul fatto che il nuovo network 5G potesse essere uno dei principali fattori veicolanti del Covid-19 è stata accolta con una sonora risata da tutti noi: durante la prima metà di questo rocambolesco 2020, ci siamo divertiti ad ascoltare tutti quei negazionisti e le loro teorie secondo le quali il virus sopracitato sarebbe uno strumento inventato appositamente al fine di frenare le libertà dei cittadini. Da un punto di vista scientifico non esiste alcun collegamento tra Covid-19 e 5G; ciononostante, quello che abbiamo scherzosamente screditato per mesi potrebbe essere un fattore di collisione tra due superpotenze.

Di per sé lo scontro tra Pechino e Washington non è una grande novità: i dissidi tra i due giganti sono più o meno all’ordine del giorno in campo di relazioni internazionali. Si tratta di due attori internazionali che producono circa un terzo del PIL mondiale e che non vogliono proprio sentir parlare l’uno dell’altro. Le origini di questo reciproco disprezzo sono profondamente ancorate nel fatto che i due rappresentino ideologie completamente differenti: da una parte, la patria della democrazia liberale, dall’altra un comunismo interpretato ad hoc con sfumature autoritarie. I due Paesi rispecchiano inoltre modus operandi opposti in ambito di relazioni internazionali. Gli USA, sulla base del principio del manifest destiny, sono i pionieri della democrazia e delle libertà fondamentali in tutto il mondo, mentre Pechino ha sempre adottato una linea chiusa, sulla base del rigetto del prodotto del modo di fare diplomazia degli Stati occidentali. Due mondi opposti ma simili in quanto entrambi al momento appoggiano su un forte sentimento nazionalistico. Basti considerare l’ultimo discorso che Trump ha tenuto durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui principale scopo era quello di colpire la Cina ed identificare in quest’ultima l’unico e solo responsabile della pandemia. Un discorso che ha rimbalzato in Oriente e non ha fatto altro che rafforzare la posizione del Xi Jinping agli occhi del popolo dell’ex Celeste Impero.

Perché, quindi, l’avvento del 5G dovrebbe preoccuparci? La risposta è legata alla nuova guerra che riguarda il campo del progresso tecnologico. Gli USA sono da sempre leader del settore ed hanno dimostrato la loro superiorità a partire dall’inizio della guerra fredda. L’Unione Sovietica non è mai stata in grado di reggere il confronto con il nemico d’oltreoceano, ma Pechino sembra aver raccolto il guanto della sfida americana con prontezza. A seguito delle proteste di fine anni ’80, infatti, il governo cinese si è trovato ad investire molto nello sviluppo tecnico. Dopo circa 4 decenni, ci troviamo ad un punto cruciale: marchi come Huawei sono diventati i principali competitor delle aziende americane ed hanno esportato i loro prodotti in tutto il mondo. Questo nuovo conflitto, acuito dalle accuse poco accurate del presidente Trump nei confronti della responsabilità cinese riguardo alla pandemia, si sta trasformando in un fattore scatenante di quella che viene definita come una nuova possibile Guerra Fredda. In effetti, dopo aver messo al bando la costruzione della rete 5G da parte di Huawei a Londra, i nostri principali alleati stanno facendo pressioni su Roma proprio per evitare che l’Italia possa concedere al colosso cinese l’appalto per l’adesione al network. In poche parole, la posizione dura che gli Stati Uniti hanno adottato nei confronti della Cina si sta concretizzando attraverso l’appello agli ex-alleati di prendere una posizione netta nei confronti nei confronti di quella che può essere definita come una vera e propria crociata contro l’espansione cinese. D’altro canto, nonostante la propria iniziale timidezza, Xi Jinping non ha alcuna intenzione di restare a guardare: una sfida alquanto interessante, i cui sviluppi stanno prendendo forma anche in ambito diplomatico. Il 20 Luglio scorso l’FBI ha fermato 4 cittadini cinesi sostenendo che fossero coinvolti in operazioni di spionaggio, chiudendo il consolato cinese di Houston. Proprio all’interno di queste dinamiche si inserisce il nuovo dibattito hi-tech sul 5G, sul quale il Vecchio Continente giocherà un ruolo fondamentale.

In poche parole, bisognerà valutare quali politiche adotteranno gli Stati europei per far fronte a questo nuovo scontro internazionale. Il dibattito si è già scatenato in Francia ed all’interno della CDU tedesca: applicare una politica protezionistica di esclusione delle tecnologie cinesi, favorendo ancora una volta l’ingerenza USA nelle politiche di sviluppo del nostro continente, oppure lasciare il campo ad una potenza emergente con un potere economico non indifferente? Ad ognuno le proprie conclusioni. Quello di cui siamo certi è che la fine della governance internazionale americana e dell’asset mondiale unipolare è ormai giunta e bisognerà scegliere, ancora una volta, da che parte stare.

Martina Noero

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Armenia-Azerbaigian : il nuovo conflitto in Medio Oriente per lo stato che non c’e’

200 vittime, tra civili e soldati, è l’attuale bilancio degli scontri tra Armenia e Azerbaigian, anche se rischierebbero di essere molti di più. Il conflitto è riesploso nella notte della scorsa domenica 27 settembre 2020 per il controllo della regione autonoma del NagornoKarabakh, a seguito di alcuni bombardamenti mirati organizzati dalle forze azere in risposta ad altrettanti attacchi dei separatisti armeni. Le forze indipendentiste hanno poi dichiarato la legge marziale, seguite in un secondo momento dai governi di Baku ed Erevan: si tratta sicuramente di una delle peggiori crisi tra i due paesi mediorientali dai tempi della risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 1994. Inoltre, ricordiamo che il provvedimento aveva posto una tregua alle ostilità già implose all’interno dell’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta.

Quello tra Armenia ed Azerbaigian è un conflitto in cui entrano in gioco fattori di tipo identitario, ma anche fattori di carattere economico; difatti, il Nagorno – Karabakh è un importante  snodo per alcuni dei principali gasdotti e oleodotti che riforniscono il continente europeo.

La regione è stata riconosciuta dal diritto internazionale come parte dello stato azero, ma di fatto si tratta di una zona popolata e controllata da una solida comunità armena, autoproclamatasi Repubblica, mai riconosciuta da nessun altro Stato e che rifiuta la dominazione di Baku. Le prime tensioni per il controllo dell’area scoppiano nel febbraio 1988, quando l’oblast’ armena indipendentista della regione (altresì conosciuta come NKAO) richiede l’annessione del Nagorno-Karabakh alla Repubblica sovietica armena. I contrasti e le proteste si inaspriranno a partire dal momento in cui l’assemblea del Soviet supremo dell’Unione dichiarerà che la regione dovrà rimanere parte della repubblica dell’Azerbaigian. La decisione e lo sgretolamento dell’URSS saranno il punto di partenza di una serie di scontri armati e di episodi violenti, come il ‘massacro di Khojali’, in cui perderanno la vita numerosi abitanti dell’area di etnia azera. Tra l’aprile del 1993 ed il maggio del 1994, il Consiglio di Sicurezza adotterà una serie di risoluzioni in cui imporrà il cessate il fuoco e la successiva smilitarizzazione dell’area. Nonostante l’intervento della comunità internazionale, non si troverà mai un punto di mediazione al fine di intavolare delle trattative di pace per attenuare le divergenze tra i due stati contendenti: da una parte l’Armenia, appellandosi a fattori religiosi e patriottici, continua a  rivendicare la propria podestà territoriale, mentre Baku sostiene la propria incapacità di farsi da parte di fronte alle continue provocazioni, sollecitando di fatto un’azione mirata da parte della comunità internazionale.

All’impasse degli organi ONU di fronte alla questione, si aggiungono le attuali problematiche che gli altri membri della comunità internazionale si trovano a fronteggiare: l’Europa si trova nuovamente a gestire una nuova ondata di contagi da Covid-19 e gli USA sono nel bel mezzo delle presidenziali. Gli unici attori che, al momento, sembrano destinati a giocare un ruolo importante all’interno del conflitto sono Russia e Turchia. La prima si è sempre rivelata come un interlocutore decisamente equivoco tra le due ex-repubbliche sovietiche, ma la corsia preferenziale con lo Stato armeno è consolidata attraverso un’alleanza denominata Organizzazione del Trattato di Sicurezza collettiva (CSTO). In una prima telefonata con il premier Armeno, Putin ha affermato di voler evitare in tutti i modi una possibile ‘escalation del conflitto’. Dall’altra parte, invece, sembra che ci siano tutti i presupposti per adottare una linea dura: Erdogan si è dimostrato pronto ad intensificare quelle che sono già solide relazioni con l’Azerbaigian inviando aiuti consistenti, soprattutto al fine di riabilitare la propria reputazione nello scacchiere internazionale. Denunciando deliberatamente gli atteggiamenti di USA, Francia e Russia, che hanno richiesto un cessate il fuoco immediato, la presa di posizione adottata da Istanbul rischia di sconvolgere i già fragili equilibri della zona. Per il premier turco si tratta dell’ennesima scoccata ‘occidentale’ ad un problema che fino a questo momento è stato decisamente ignorato dalle grandi potenze, anche se di fatto Parigi, Mosca e Washington sono parte dell’OSCE, un’organizzazione creata proprio per far fronte a questo conflitto.

Lo scontro nella regione rischia di essere un nuovo teatro di contrapposizioni tra potenze internazionali e provvede ad acuire quelle che sono già delle palpabili tensioni tra Russia e Turchia in Eurasia. Quello che resta da capire è se, in questo caso, il Consiglio di Sicurezza riuscirà a mediare e a trovare una soluzione definitiva ad un conflitto che si porta avanti già da troppo tempo, a cui solo una soluzione comune e largamente condivisa potrà porre fine.

Martina Noero

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Il virus che ha sorpreso l’Italia

In poche settimane abbiamo conosciuto il Covid-19. È come quando una terribile malattia si impadronisce del corpo di una persona portandola allo sfinimento, solo che questa volta nello stato patologico non ci sono solo le persone fisiche, ma è l’intero organismo-Paese che è in una condizione di sofferenza. Quotidianità stravolta, sistema sanitario che è sull’orlo dell’implosione, borse europee che hanno perso miliardi di euro e, soprattutto, piccole e medie imprese che a breve registreranno una mancanza di liquidità. Questi sono i principali disturbi funzionali che si manifestano con questo virus.                                                                                                                      
E mentre dai bilanci i numeri dei pazienti positivi e dei decessi continuano ad aumentare, noi cittadini dobbiamo farci carico delle nostre responsabilità, gli errori non sono più ammessi. In questi giorni abbiamo visto trionfare le istanze egoistiche dell’individuo, che come un cavaliere sguainava la spada dell’invincibilità, della sicurezza. Purtroppo nessuno è immune. E sfortunatamente non è stata percepita la giusta dimensione del pericolo. Bastava aprire i social network, perfetto misuratore del tessuto sociale, per vedere che gli abbracci, le cene e gli aperitivi non sono mai cessati. Ma durante queste settimane la classe dirigente italiana come si è mossa? È la fine di gennaio quando la positività di due turisti cinesi in vacanza a Roma fa scattare le prime misure: l’Italia blocca i voli diretti da e per la Cina, ma ahimè, continuano ad aver luogo i voli indiretti. A metà febbraio sembra tutto risolto, fino a quando dalla Lombardia arriva la notizia della positività del primo italiano, un uomo di trentotto anni residente a Codogno. Da questo momento in poi rimbalzeranno le notizie relative a continui contagi, inizia l’isolamento di alcuni paesi, scattano i primi obblighi di quarantena e le Regioni coinvolte emanano le loro ordinanze.  Il 4 marzo segna l’adozione del decreto-legge che suona come fortemente drastico, quello che in primis prevede la chiusura di scuole e Università di tutto il territorio nazionale fino alla metà del mese, e la sospensione di manifestazioni, eventi e spettacoli. Tali misure vengono accompagnate da un videomessaggio del premier Conte che chiama la nazione a fare la propria parte. Nella serata in cui i casi sono 5.883 emerge l’indiscrezione sul decreto con le nuove misure. L’8 marzo l’Italia si sveglia con l’isolamento della Lombardia e di altre 14 province. Ma è lunedì 9 marzo che gli italiani non possono far a meno di trovarsi incollati davanti al televisore, sono da poco trascorse le 21.30, il Presidente Conte da Palazzo Chigi annuncia la decisione relativa a “rinunce” e “misure più stringenti”. L’intera nazione diventa zona di contenimento, ciò implica il divieto di tutti gli spostamenti – eccezion fatta per situazioni comprovate di necessità -, restrizioni nei locali pubblici, la sospensione delle manifestazioni sportive e il prolungamento della chiusura dei luoghi di istruzione. L’Italia è in piena emergenza. E come va inquadrata un’emergenza dal punto di vista politico-istituzionale? A differenza di altri Paesi, il nostro ordinamento è privo di una disciplina sullo stato di emergenza, ciò nonostante l’Assemblea Costituente elaborò degli strumenti da mettere a disposizione del Governo. Uno di questi strumenti è l’art.77 Cost., che fa riferimento alla facoltà del Governo di emanare provvedimenti provvisori aventi forza di legge, esclusivamente in casi eccezionali. Sono appunto i cosiddetti decreti-legge che stiamo vedendo sul tavolo dell’Esecutivo in questi giorni. Ricordiamolo, anche quando sembrava non esserci via d’uscita – ad esempio negli anni di piombo – l’Italia è riuscita a risalire la china.                                                                           
In tutta questa vicenda poi, un paziente che sembra riversare in condizioni particolarmente difficoltose è l’Europa che per il momento ha lasciato alle sue spalle la voce «Unione» e ha assistito inerme al prevalere della ragion di Stato dei suoi membri. L’Italia si è ritrovata ad essere dipinta come l’untore dell’Occidente proprio dai suoi partner regionali. È proprio vero che a volte il colpo più duro viene inflitto da chi meno te lo aspetti, ed è senza dubbio quello più doloroso. Ma siamo certi che quella forte identità che nel passato è riuscita a stimolare il processo di integrazione sarà il catalizzatore di una riorganizzazione comune. L’Europa riprenderà il controllo del proprio destino e riuscirà ad imprimere una nuova sinergia fra i suoi membri.
C’è stato un tempo, quello del primo conflitto mondiale, in cui la guerra di posizione fece conoscere la trincea. Oggi, le nostre mura domestiche potrebbero diventare il luogo dove trincerarsi, noi però non siamo soldati sottoposti ad atroci sofferenze, a noi è richiesta solo pazienza, all’interno delle nostre “fortificazioni” ci sono i nostri affetti, ci sono i nostri indispensabili dispositivi tecnologici. Insomma, è sì un tempo scandito dall’incertezza, ma possiamo uscirne. E no, non ci sono nemmeno supereroi, ma ci sono persone con il camice bianco che ci stanno salvando anche senza i superpoteri. Fantastico, vero?  
L’Italia ormai indossa la corazza del combattente, ma è una nazione dalla scorza dura. Siamo l’Italia delle meraviglie!  Siamo il Paese del caffè caldo al mattino, della pasta al dente. Siamo il Paese del buon vino, dei tramonti sui vigneti e sul mare cristallino. Siamo il Paese dei celebri artisti, dei piccoli borghi e dei grandi monumenti. Siamo il Paese con la illustre laguna, con il Duomo, con gli incantevoli golfi e con la città eterna. Siamo il Paese dei magnifici stilisti, degli artigiani e delle vette mozzafiato. Noi siamo il Paese che “nel blu dipinto di blu” riesce a volare.                                         

Caro Belpaese ti promettiamo che ce la farai, ancora una volta!

Gaia Natarelli

  • Fonte: articolo “Il Foglio” 3 marzo 2020
  • Fonte: articolo “Corriere della Sera” 4 marzo 2020
  • Fonte: articolo “Corriere della Sera” 7 marzo 2020
  • Fonte: articolo “Corriere della Sera” 8 marzo 2020
  • Fonte: “governo.it – Notizie” del 9 marzo 2020