#ReceUstioni

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Antrum: The Deadliest Film Ever Made

Bentornati a tutti, cari lettori di #Receustioni. Questa settimana la recensione sarà leggermente diversa da quella di “Dolittle”, un po’ meno divertente -I know, eravate qui per le risate, ma questa settimana faccio la seria, sorry-, e un po’ più… scottante, in tutti i sensi. Questa settimana, udite udite, parliamo di un film horror. Quindi amanti del genere, a me.

Da anni ormai, più precisamente da quando Netflix è sulla piazza, si parla spesso di film horror prodotti da queste piattaforme streaming, e a volte emergono titoli, come ad esempio “Veronica”, che sembrano essere l’Horror con la H maiuscola, capace di non farti dormire per settimane -un po’ come “The Ring” quando eravamo pischelli noi-. And it happened again. Quest’anno infatti su Prime Video è uscito un mockumentary horror che ha fatto molto discutere gli amanti del cinema: “Antrum”. A onor del vero, Prime Video ne è solo il distributore a livello globale, perché in realtà il film è una pellicola indipendente, girata da Amito e Laicini, uscita nel 2018 e proiettata durante vari festival cinematografici.

Ma, mes amis, procediamo con calma: innanzitutto che cosa significa mockumentary? Un mockumentary è un falso documentario, quindi in breve “Antrum” su Prime Video è strutturato come un documentario, con la pretesa di raccontare la vera storia del film horror “Antrum” uscito negli anni ‘70. Oui, je sais mes amis, sento la vostra confusione. Mi spiego meglio. La trama del film è sviluppata come la sesta stagione di “American Horror Story” (per chi se ne intende): si inizia con un documentario in cui si parla di questo horror uscito negli anni ‘70, che ha portato alla morte di diverse persone a causa di attacchi d’isteria in seguito alla visione del film; poi ci si ritrova catapultati nel 2018, quando viene rinvenuta una copia di questa pellicola, che viene per la prima volta ridistribuita al pubblico… E qui inizia l’horror vero e proprio. La presunta pellicola parla di due bambini, fratello e sorella, che vanno in una foresta maledetta per accedere all’Inferno e poter rivedere il loro cane. Je sais, è inquietante come trama, per me basta già questo a farmi avere le palpitazioni, ma iniziamo la nostra receustione.

Signori e signore, chapeau. Questo film è un CA-PO-LA-VO-RO. I brividi sono assicurati, e badate bene che le scene splatter sono quasi inesistenti in questo film, non sono il sangue o la violenza a fare paura, bensì sono le colonne sonore, le immagini e la recitazione degli attori a rendere il tutto spaventoso. Quando parte la pellicola del presunto film horror degli anni ‘70, sembra proprio di guardare un film degli anni ‘70: i colori, i vestiti dei protagonisti, l’audio… tutto sembra così realistico che diventa facile credere che effettivamente questa pellicola maledetta sia esistita sul serio.

Le scene in cui i due bambini eseguono rituali occulti per poter accedere all’Inferno sono state studiate con molta cura dai due registi -nonché sceneggiatori- Amito e Laicini, che si sono concentrati sui dettagli per rendere il tutto il più realistico possibile. Oralee, la sorella maggiore, ha con sé un libro dell’occulto con tutti i rituali da fare per poter man mano scendere nei gironi Infernali, e ci sono anche Cerbero e Caronte: l’Inferno di Dante è stato usato come fonte d’ispirazione, e penso che ciò renda il tutto ancora più poetico e terrificante -forse anche in memoria della mia professoressa delle medie che ci fece studiare quasi tutto l’Inferno a memoria… alcune terzine me le sogno ancora la notte-.

Gli attori sono spettacolari: i due protagonisti sono Rowan Smyth (oggi 14 anni sulla carta, candidato già a vari premi per il suo film “I believe”, uscito nel 2017) e Nicole Tompkins (doppiatrice di Jill Valentine nel videogioco “Resident Evil 3” e comparsa nella quinta stagione di “American Horror Story”). Le espressioni facciali della Tompkins sono il punto forte del film, riescono a veicolare quella sensazione di inquietudine che fa stare con il fiato sospeso, e il piccolo Rowan Smyth riesce a farti immedesimare nel protagonista… Insomma, sono entrambi giovanissimi e bravissimi, spero proprio che ne sentiremo ancora parlare in futuro.

Per quanto riguarda la colonna sonora invece, non ho niente da dire perché non saprei proprio da dove partire. Avete presente la sensazione di irrequietezza che si prova guardando “Shining”? Quella scena in cui la famigliola viaggia in macchina per dirigersi verso l’hotel, e c’è quella musica che vi fa già salire l’ansia -che poi io sia l’ansia fatta persona è una cosa a parte-? Ecco, questa colonna sonora trasmette le stesse sensazioni. La narrazione procede un po’ a rilento: ci sono molte inquadrature sul viso dei protagonisti e sulla foresta, e tutto ciò rende il tutto ancora più terrificante.

Ammetto di essere debole di cuore di mio, ma vi garantisco che questo film vi lascerà con il battito accelerato e una strana sensazione addosso… Fa uno strano effetto guardarlo, e lo definirei un vero e proprio Horror -sì, con l’H maiuscola-. Quindi se avete una serata libera, possibilmente in compagnia di un fratello/genitore/coinquilino non deboli di cuore, guardate questo capolavoro e fatemi sapere se ne è valsa la pena!

À bientôt mes amis!

Emanuela Batir

#POLITICAFFÈ

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La Spagna supera il milione di casi Dichiarato lo stato di emergenza

Stampa spagnola

Un’emergenza indica una situazione di difficoltà o di pericolo a carattere tendenzialmente transitorio. E la situazione giuridica che deriva dall’accertamento ufficiale di tale condizione di gravità assume denominazioni specifiche, a seconda dei presupposti e degli effetti giuridici.

Nell’ordinamento spagnolo, l’articolo 116 della Costituzione del 1978 invia a una ‘Ley Orgánica’ (varata pochi anni dopo, la 4/1981) la disciplina dei tre stati eccezionali previsti (alarma, excepción, sitio). Secondo questa legge, l’«estado de alarma» ˗ il più blando dei tre – è il migliore per fronteggiare una circostanza epidemica (su tali temi sì è tenuto un convegno alla UNINT, i cui atti sono consultabili su www.dpceonline.it).

Ebbene, il premier spagnolo Pedro Sánchez, ha dichiarato nel fine settimana tale stato di emergenza per fronteggiare la nuova ondata di contagi da coronavirus. Ad ogni modo, il decreto governativo ha una durata limitata di 15 giorni; per la proroga è necessaria, infatti, una successiva autorizzazione del Congresso dei Deputati.

El País specifica che il coprifuoco, stabilito dal nuovo decreto, si estenderà dalle 23:00 alle 06:00 del mattino in tutta la Spagna, ad eccezione delle Isole Canarie. Inoltre, i governi autonomi hanno la possibilità di limitare l’ingresso e l’uscita delle persone nei propri territori. Ancora poca chiarezza c’è riguardo alle leggi che verranno utilizzate per sanzionare il mancato rispetto delle nuove misure. Gli esperti legali del quotidiano ipotizzano che molto probabilmente si andrà a fare riferimento alla ‘Ley Orgánica 4/2015’, che ha come oggetto quello di tutelare la sicurezza dei cittadini, e a cui è stato fatto richiamo durante la prima ondata.

Ciò che ha spaventato di più i cittadini e che sta creando maggiore attrito nell’area decisionale, è la volontà del Governo di prolungare lo stato di emergenza per i prossimi sei mesi. Il Partido Popular (PP) si è fatto portavoce di questo dissenso. Il leader del movimento Pablo Casado ha, infatti, avanzato due richieste per sostenere la decisione governativa. La prima, che lo stato di emergenza venga protratto per un massimo di otto settimane. La seconda, che l’Esecutivo elabori un ‘piano B’, ossia una modifica normativa per approvare restrizioni sugli spostamenti senza che venga attivato questo strumento costituzionale. Anche gli altri partiti di opposizione stanno esercitando pressioni affinché la durata venga modificata. Ciudadanos ha definito eccessiva tale decisione: Inés Arrimadas ha dichiarato che procederà verso una negoziazione dei termini.

Dal canto suo, il Governo si dichiara fermo rispetto alla sua decisione. E la richiesta di autorizzazione per la durata dei sei mesi dovrebbe essere approvata proprio oggi 29 ottobre.  

El Mundo fa sapere che sul versante economico, Pablo Casado ha chiesto ancora una volta una riduzione generale delle tasse. Puntando in particolare, alla riduzione dell’IVA sulle mascherine. Casado ritiene, infatti, che per affrontare nel migliore dei modi le conseguenze della pandemia, sia necessario avere una certa flessibilità e pagare meno tasse.

Il giornale economico Expansión si preoccupa di porre l’accento sulle esigenze degli imprenditori. Durante il 23° Congresso Nazionale delle Imprese Familiari tenutosi a Madrid, i presenti hanno chiesto che il Governo proceda con importanti accordi politici e riforme strutturali. Non a caso, secondo un’indagine condotta dall’ente imprenditoriale IEF, il 53% degli industriali è convinto che recupererà i precedenti livelli di fatturazione non prima del primo o secondo trimestre del 2022.

Stampa statunitense

Sono settimane difficili quelle che stanno affrontando i governi dei Paesi europei a causa del Covid-19. Domenica scorsa il Governo spagnolo ha dichiarato lo stato di emergenza dopo aver superato il milione di casi la settimana passata. In Francia, dove le morti stanno aumentando poiché gli ospedali stanno avendo difficoltà nel gestire un numero di pazienti costantemente e vertiginosamente in aumento, il governo si trova a dover studiare nuove misure per contenere questa seconda ondata. Allo stesso modo l’Italia, il primo paese europeo ad aver imposto un lockdown generale all’inizio dello scoppio di questa pandemia, sta andando incontro a nuove restrizioni volte ad evitare l’imposizione di una seconda chiusura.

Come riporta The New York Times, la Spagna, oltre ad aver dichiarato lo stato di emergenza, ha ordinato un coprifuoco esteso a tutto il territorio nazionale a partire dalle 23 fino alle 6, ad eccezione delle Isole Canarie, dove ad oggi si sono registrati pochi casi. La scorsa settimana la Spagna è divenuta il primo paese europeo ad aver superato il milione di casi confermati. Per questo motivo il Primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha chiesto al Parlamento di approvare lo stato di emergenza fino a maggio 2021.

In Francia, i numeri continuano a crescere e si è raggiunto il record di più di 50 000 casi registrati in una sola giornata. Anche qui è stato imposto un coprifuoco per evitare lo spostamento dei cittadini almeno in orario notturno.

Racconta Bloomberg che l’Italia, che detiene ancora il triste primato di Paese con il numero maggiore di morti in Europa, ha aumentato le restrizioni e ha disposto la chiusura anticipata di bar e ristoranti e quella totale di palestre, piscine, teatri, cinema e discoteche. Per il prossimo mese bar, pub, gelaterie, pasticcerie e ristoranti potranno rimanere aperte al pubblico nei fine settimana, ma dovranno rispettare la chiusura alle 18. Il governo italiano ha raccomandato ai cittadini di aumentare il lavoro da casa e di non lasciare le proprie abitazioni se non per lo stretto indispensabile. 

Abc News riporta le parole di Sánchez il quale descrive la situazione spagnola come “estrema” e specifica che non è previsto alcun confinamento in casa dei cittadini durante lo stato d’emergenza. Il Primo ministro ha rinnovato il suo invito alla popolazione di rimanere in casa e, nel tentativo di stimolare la responsabilità collettiva, ha ribadito che tutti sanno come devono comportarsi in questa situazione di crisi. Le autorità vogliono evitare un secondo e completo lockdown perché ci sarebbero inevitabilmente delle ripercussioni severe sull’economia già in crisi. Infatti, la Spagna è entrata in una fase di recessione e sono centinaia di migliaia i posti andati persi a causa della pandemia. Il Primo ministro ha sottolineato la necessità di salvaguardare sia la salute dei cittadini sia l’economia del Paese.

Che cosa dice l’opposizione? Reuters riporta lo scontento del partito conservatore Partido Popular di Pablo Casado e del partito di centro-destra Ciudadanos di Inés Arrimadas. Il primo ha affermato che il suo partito è favorevole alla dichiarazione dello stato di emergenza ma per una durata di otto settimane e non di sei mesi. Nel suo messaggio a reti unificate, Sánchez ha specificato che lo stato di emergenza dovrà durare sei mesi perché è questo il tempo necessario secondo gli esperti per superare questa seconda ondata e la fase più pericolosa di questa pandemia. Evidentemente il Primo ministro faceva riferimento al fatto che al momento non esiste né un vaccino né un farmaco specifico per sconfiggere la malattia. Quindi, si può interpretare la dichiarazione dello stato di emergenza come un altro tentativo di vincere questa corsa contro il tempo, cercando di limitare la diffusione del virus tra la popolazione, sperando che la comunità scientifica riesca a trovare una cura o un vaccino nel minor tempo possibile. 

Chiara Aveni e Gaia Natarelli

Fonti:

Casado se abre a apoda el estado de alarma si dura solo ocho semanas y se aprueba un plan b jurídico disponibile su https://elpais.com/espana/2020-10-26/casado-se-abre-a-apoyar-el-estado-de-alarma-si-dura-solo-ocho-semanas-y-se-aprueba-un-plan-b-juridico.html, consultato il 26/10/2020

Un estado de alarma que devuelve el protagonismo a la ‘ley mordaza’ disponibile su https://elpais.com/espana/2020-10-26/un-estado-de-alarma-que-devuelve-el-protagonismo-a-la-ley-mordaza.html, consultato il 26/10/2020

Pablo Casado propone un estado de alarma de ocho semanas per el Gobierno insiste en seis meses disponibile su https://www.elmundo.es/espana/2020/10/26/5f96b84ffdddffd3858b4616.html, consultato il 26/10/2020

Los empresario piden al Gobierno reformas de calado y acuerdos políticos para recuperar la confianza tras la crisis disponibile su https://www.expansion.com/economia/2020/10/26/5f969df5468aeb922c8b45e5.html, consultato il 26/10/2020

For Europe, the numbers keep climbing disponibile su  https://www.nytimes.com/live/2020/10/25/world/covid-19-coronavirus-updates/for-europe-the-numbers-keep-climbing, consultato il 28/10/2020

Spain’s COVID-19 state of emergency faces backlash disponibile su https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-spain-idUSKBN27B1Q2, consultato il 28/10/2020

Europe Steps Closer to Lockdown-Level Curbs in Italy and Spain disponibile su https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-10-25/italy-spain-move-to-extend-restrictions-as-virus-cases-surge, consultato il 28/10/2020

Spain orders nationwide curfew to stem worsening outbreak disponibile su https://abcnews.go.com/Health/wireStory/spain-pm-works-state-emergency-curb-outbreak-73814670, consultato il 28/10/2020

#UniversEAT

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MUFFIN ALLA GRICIA

Ciao ragazzi, sono di nuovo io, la vostra Sandra!

Oggi ci trasferiamo sul salato e vi porto una ricetta velocissima e perfetta per assaporare uno dei piatti tipici della cucina romana sotto un’altra forma.

Prima che arrivino commenti del tipo “SACRILEGIOOO LA GRICIA NON SI TOCCAAA!!” vi dico che sono romana anche io e anche che dovete provare per credere!

Bando alle ciance e ciancio alle bande: iniziamo subito!

  • 250g di farina 00
  • 2 uova
  • 200 ml di latte
  • 1 bustina di lievito per salati (sono 16g di solito)
  • 200g di guanciale
  • 60 ml di olio di semi di arachide
  • 30-60g di pecorino grattugiato (io sono andata a occhio e a gusto)
  • 20g di parmigiano grattugiato
  • q.b. di pepe
  • 2g di sale

Ottimo, adesso tutti con le mani in pasta!

  1. In una ciotola bella capiente mettete le uova, il latte, la farina e l’olio di semi;
  2. Mescolate il tutto con una frusta fino a che non vedrete più grumi;
  3. Unite quindi il lievito ed assicurativi sempre che non ci siano grumi;
  4. A questo punto unite il sale, il pepe, il parmigiano, il pecorino e mescolare bene. Assaggiate quello che è venuto e vedete se aggiustare di sapore (ricordatevi che c’è il lievito e che quindi avrà un sapore “strano”);
  5. Per ultimo aggiungete il guanciale e mescolate con un cucchiaio o una spatola in modo da non distruggere i pezzi di guanciale;
  6. Ungete uno stampo per muffin (a me ne sono usciti 10) e versate il composto fino a poco più della metà, non di più perché altrimenti straboccano;
  7. Infornate a 180° per 20 minuti (ricordatevi la prova dello stecchino!!);
  8. Fate intiepidire e togliete dallo stampo le vostre creazioni.

I muffin verranno morbidissimi e il guanciale cotto a puntino (per questo non è stato precotto in padella prima di aggiungerlo al composto).

Siete pronti a pasticciare? 3…2…1… UNINT AI FORNELLI!

Ricordatevi di farci vedere le vostre creazioni, vi aspettiamo!!

Alessandra “Sandra” Alfano

#LOSAPEVATECHE

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Come una pianta d’incenso nell’Orto di Roma può cambiarti la vita

Alle pendici del Gianicolo, attorno al palazzo romano di Villa Corsini nel cuore di rione Trastevere, si trova il bellissimo Orto Botanico di Roma con una varietà straordinaria non solo di vegetazione, ma anche di storie umane. Proprio alla scoperta di una storia di accettazione ed inclusione è dedicata questa tappa nel nostro itinerario tra i luoghi romani, indagando le profonde connessioni con la questione coloniale italiana e le problematiche di tutti i ragazzi di seconda generazione. Siete pronti?

L’orto Botanico di Roma è lo scenario di un interessantissimo racconto – che vi consiglio di leggere – dal titolo “Rapdipunt” dell’autrice italo-somala Ubax Cristina Ali Farah. Nello specifico Rapdipunt è un monologo della protagonista che si rapporta ad un gruppo di adolescenti, tutti maschi di origine africana, ispirati alle vicende della Comitiva Flaminio negli anni ’80 il cui luogo di ritrovo era piazzale Flaminio a Roma. Nel gruppo di ragazzi le difficoltà tipiche dell’età si aggiungono alla questione identitaria e a quella disillusione che si genera fin dalla prima adolescenza riguardo le false promesse sul proprio futuro italiano. Nonostante siano molto giovani, i personaggi sono infatti descritti con serietà e sembrano possedere una forma di scetticismo nei riguardi della realtà che li circonda.

Il racconto di Ali Farah rappresenta una scena di vita quotidiana che si svolge in storici luoghi romani, elementi integranti della crescita e della costruzione identitaria dei ragazzi che appartengono tutti alla seconda generazione, con una perfetta dominanza della lingua e soprattutto del dialetto romano. Nonostante ciò, permane in questi giovani un senso di inadeguatezza e manca il senso di una piena inclusione sul territorio. La coesistenza e l’oscillazione tra due identità diverse nei giovani di seconda generazione – identità non sempre in grado di conciliarsi armonicamente – genera un senso di spaesamento e l’incapacità di sentirsi realmente appartenere agli spazi. L’idea che fatica ancora ad entrare nell’opinione comune è però che la sensibilità nuova di cui si fanno portatori i ragazzi della comitiva consente di avere uno sguardo innovativo sugli spazi.

Uno dei ragazzi di origine somala del racconto – Mauro, nato e cresciuto a Roma – ascolta da un signore incontrato per strada storie e leggende sulla resistenza somala e viene condotti all’Orto Botanico di Roma per vedere una piccola e apparentemente insignificante pianta di incenso tipica ed originaria della Somalia.

Trovare in un luogo così importante per Roma una piccola pianta d’incenso rappresenta per i ragazzi della compagnia la riscoperta di un legame col passato e un parziale radicamento al presente. Quel che emerge infatti continua ad essere la disillusione delle seconde generazioni e l’impatto della rimozione storica sui luoghi, sulle storie personali e sul processo di integrazione; la relazione storica tra Somalia e Italia è in questo caso ineludibile, ma gli stessi ragazzi della compagnia non avvertono più una vicinanza emotiva con gli spazi e con le persone che li abitano.

La pianta di incenso, dunque, e il fatto che sia reperibile nell’Orto Botanico di Roma, sotto gli occhi di tutti ma nello stesso tempo lontana, consente ai ragazzi di recuperare un legame con la terra in cui vivono; un legame che non si limiti ad essere solo geografico – considerando l’Italia come meta prediletta per l’emigrazione, per la sua ubicazione nel Mediterraneo – ma che sia soprattutto un legame storico ed affettivo.

Evelyn De Luca

Fonti

Ubax Cristina, Ali Farah, Rapdipunt, in La letteratura postcoloniale italiana, dalla letteratura d’immigrazione all’incontro con l’altro, a cura di T. Morosetti, numero monografico di “Quaderni del’ ‘900”, IV, 2004.

Caterina, Romeo, Riscrivere la nazione: la letteratura italiana postcoloniale, Le Monnier Università, Firenze, 2018.

#UNINTSpeechPressReview

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L’incredibile storia di Richard Simcott

Parlare decine di lingue, saper interagire fluentemente in inglese, finlandese o cinese, imparando (quasi) senza sforzo: è il sogno di ogni studente di lingue. Naturalmente, per la maggior parte degli studenti, ottenere dei risultati richiede grande sforzo e costanza. Ma cosa significa davvero “padroneggiare una lingua, e quante se ne possono imparare?

L’intelligenza umana, si sa, ha un potenziale enorme, ma quello che forse non tutti sanno è che nel mondo esistono delle menti geniali, capaci di far invidia anche ai linguisti più affermati: gli iperpoliglotti. Il termine iperpoliglotta viene introdotto dal linguista Richard Hudson per indicare un individuo che padroneggia almeno undici lingue. Tra gli iperpoliglotti più famosi della storia ricordiamo l’archeologo Heinrich Schliemann, scopritore delle rovine della città di Troia che parlava circa 15 lingue e Ludwig Lejzer Zamenhof, medico e linguista polacco nonché padre dell’esperanto. La domanda sorge spontanea: (iper)poliglotti si nasce o si diventa? Dal punto di vista neurologico, recenti studi hanno aperto nuove possibilità per decifrare i processi cerebrali coinvolti nell’apprendimento linguistico.

È stata ormai appurata l’esistenza del cosiddetto “periodo critico”, ovvero la fase di massima plasticità neurale in cui il bambino riesce ad acquisire una o più lingue in modo inconscio e spontaneo, poiché in età infantile il cervello umano è in grado di sfruttare al massimo le sue potenzialità. Una volta superata questa fase, l’apprendimento rallenta e diventa intenzionale. Non è quindi ben chiaro come sia possibile che gli iperpoliglotti imparino decine di lingue in età adulta.

Il britannico Richard Simcott è ad oggi uno degli iperpoliglotti più famosi al mondo. Nato nel 1977 in Gran Bretagna da una famiglia monolingue, sin da bambino mostra una grande predisposizione per le lingue, arrivando nel corso degli anni a studiarne oltre 50. Oggi ne parla correttamente 30 tra cui turco, polacco, ebraico, cinese, islandese, macedone ed esperanto, mentre dichiara di riuscire a passare per madrelingua in sei di queste.

Studenti di lingue, non disperate! Alla fatidica domanda “Esiste un metodo per imparare le lingue così bene?” Simcott risponde, naturalmente in perfetto italiano, che la cosa più importante è non avere paura di sbagliare. Gli adulti sentono il peso del giudizio altrui, mentre i bambini imparano più velocemente perché non hanno paura dell’errore. Un altro aspetto fondamentale è avere un obiettivo preciso e realizzabile, non memorizzare inutili liste di parole senza contesto, ma piuttosto imparare a dire ciò che si vuole realmente dire.

Per aiutare poliglotti e amanti delle lingue a incontrarsi, qualche anno fa Richard ha dato il via alla Polyglot Conference, un ciclo di conferenze che si svolgono ogni anno in una città diversa del mondo. “Prima di internet e dei social media – si legge sul sito ufficiale – i poliglotti erano creature solitarie che dedicavano moltissimo tempo allo studio per raggiungere un obiettivo che a molti sembrava bizzarro o insensato. Poi è arrivato internet e tutto è cambiato, la distanza non è più un ostacolo e finalmente poliglotti e amanti delle lingue sono riusciti a riunirsi”.

Oggi Simcott vive a Skopje, nella Macedonia del Nord, con la figlia e la moglie, che parla 11 lingue ed era trilingue già a tre anni. In casa Simcott si parlano quotidianamente francese, inglese, spagnolo, tedesco e macedone. In una recente intervista Richard ha dichiarato: “Parlare una lingua significa capire una cultura diversa, è qualcosa di magico”.

Vanessa Iudicone

Fonti

https://multilinguismoprocessineurologici.files.wordpress.com/2015/06/tesi-di-laurea-paola-ferraiuoli.pdf, consultato il 19/10/2020.

https://www.youtube.com/watch?v=MEv0bAeGylI, consultato il 19/10/2020.

https://www.ilpost.it/2018/09/09/iperpoliglotti/, consultato il 19/10/2020.

https://www.sbs.com.au/language/italian/audio/richard-simcott-iperpoliglotta, consultato il 19/10/2020.

#RECEUSTIONI

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Enola Holmes – Un nome, una garanzia

Enola Holmes è l’adattamento cinematografico dei romanzi di Nancy Springer, “The Enola Holmes Mysteries”, distribuito da Netflix (causa pandemia, sob) dal 23 Settembre 2020.

Protagonista è la brillante, indomabile e ribelle sorellina sedicenne di Mycroft e del leggendario Sherlock Holmes, la cui intelligenza non tarda a regalare agli eroi usciti dalla penna di Arthur Conan Doyle, parecchi grattacapi!

Seppur classificato come genere misto tra Giallo e Avventura, è un vero e proprio viaggio rocambolesco – a tratti esilarante e dolceamaro insieme – in cui non solo vivi le avventure di Enola, ma inizi a pensare come lei, diventi lei.

Impossibile non notare la naturalissima e sbalorditiva capacità di Millie Bobbie Brown (nei panni di Enola herself) di mandare in frantumi la quarta barriera, e catapultarti fin dal primo fotogramma al di là dello schermo, in un perfetto British English, of course.

Lo stesso vale per l’irresistibile charm di Henry Cavill nei panni di Sherlock, il fratello più comprensivo e affine per spirito ed intelletto ad Enola, e per Sam Claflin che interpreta quel borioso di Mycroft, che si fa odiare dal primo all’ultimo secondo, com’è giusto che sia secondo papà Doyle, ndr.

Ma il premio Oscar come personaggio più tosto di tutti (anche da dietro le quinte), va ad Helena Bonham Carter nei panni della mammina scomparsa, che è fisicamente presente quasi solo nei flashback di Enola, ma che ormai è una voce nella sua testa, e come una mano amorevole che tira un filo rosso a sé con indizi qua e là, la guida per tutto il tempo.

Mommy’s love is neverending, right?

Nonostante Enola sia la bifronte di Alone, e all’inizio effettivamente la madre svanisca nel nulla proprio nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Enola è tutt’altro che sola nel suo viaggio.

Alone stands for “Alone you’ll muddle through everything”, trust your gut, honey.

È proprio così che Enola trova se stessa cercando la madre, viene fuori come una giovane donna audace e sicura di sè, non si lascia imbrigliare da Mycroft, nè zittire con le raffinate smancerie tipiche delle civette allevate dalla spocchiosa società vittoriana.

Poi come le ha insegnato la mamma, nascondendosi in bella vista proprio nei panni di una lady, si riprende la sua voce, il diritto di scegliere per sé e il suo posto nel mondo.

“Puoi prendere due strade Enola, la tua o quella che gli altri scelgono per te. ”

In tutto ciò non riusciamo a capire perché la mamma sia scomparsa, fin quando non diamo uno sguardo al quadro per intero, cioè lei, come Enola, è una donna nata nell’epoca sbagliata, che se ne infischia delle lunghe gonne merlettate e dà fuoco ai corsetti.

Insegna invece a sua figlia ad osservare, ascoltare, combattere per ciò in cui crede, piuttosto che ricamare.

Una perfetta Giovanna d’arco, una Mary Wollstonecraft di noialtri, una self-made woman con l’unico grande scopo di rendere il mondo un posto migliore, quell’una su un milione disposta a rischiare tutto per fare la differenza, ad uscire dalla cucina e dalla nursery per dimostrare la verità più vecchia del mondo: una donna non vale meno di un uomo, e il suo posto non è certo al guinzaglio di qualcuno, ma in prima fila, nell’avant-garde.

“La scelta è tua, Qualsiasi cosa la società ti dica, non può controllarti.

Mai accontentarti del mondo che hai davanti.

Bisogna fare un po’ di rumore se si vuole essere ascoltati.

Il futuro dipende da noi, essere soli non significa essere solitari, vuol dire trovare il tuo posto nel mondo, il tuo scopo. ”

Al mondo serve un cambiamento, e potresti essere proprio tu, sì, tu in ultima fila!

Worth the hype, isn’t it?

Let me know!

Francesca Nardella

#POLITICAFFÈ

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Ancora un fallimento dell’Occidente in Africa: il Burkina Faso precipita nel caos

Stampa statunitense

Il Burkina Faso, Paese dell’Africa occidentale senza sbocco sul mare, una volta considerato un esempio di successo nella storia degli aiuti militari statunitensi, oggi si trova a fronteggiare un crescente livello di insicurezza dovuta da sempre più frequenti insurrezioni, una crisi umanitaria in atto e un apparato di sicurezza che, anziché proteggere, colpisce i civili. La situazione viene presentata in modo chiaro da The New York Times. Il Burkina Faso ha lottato a lungo con le difficoltà quotidiane tipiche di un Paese posizionato nella regione subsahariana. Infatti, siccità, desertificazione, colonialismo, colpi di Stato, corruzione, povertà e conflitti etnici sono temi costantemente presenti nell’agenda di Governo. Tuttavia, negli ultimi decenni, mentre i conflitti affliggevano diversi Paesi nella regione – come Liberia, Sierra Leone, Costa d’Avorio e Mali –, il Burkina Faso ha rappresentato un fulcro di stabilità. Prima dell’attuale crisi, la capitale era conosciuta anche perché ospita il più grande e prestigioso film festival di tutto il continente africano, Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou. Per decenni, gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato scarso interesse nei confronti di questo Paese oltre all’invio di volontari membri dei Peace Corps e modeste quantità di aiuti umanitari.

In un report sul Burkina Faso Human Rights Watch ha documentato più di 60 uccisioni di civili per mano di Islamisti armati tra la fine del 2017 e l’inizio del 2019 senza includere le 130 uccisioni extragiudiziali delle forze di sicurezza del Burkina Faso avvenute nello stesso periodo di tempo. Queste esecuzioni e altri abusi perpetrati dalle truppe governative hanno avuto luogo in circa 19 occasioni diverse. La direttrice e referente della regione dell’Africa occidentale di Human Rights Watch, Corinne Dufka, ha affermato che non ci sono dubbi circa il fatto che quelle atrocità siano state commesse dai membri delle forze di difesa e sicurezza del Paese. Tra l’altro, il Ministro della Difesa, Chérif Sy, si è rifiutato di rispondere alle ripetute domande circa la sicurezza nazionale.

Alla luce degli eventi appena riportati, il panorama del Paese non sembra prospettare progressi significativi nel futuro prossimo. Che impatto avranno le elezioni presidenziali in Burkina Faso di novembre 2020? Si avranno dei miglioramenti concreti se dovesse cambiare il Presidente?

Stampa inglese

Nell’ultimo decennio il Burkina Faso ha sperimentato una intrinseca fragilità, tanto che l’emergenza umanitaria di questo Paese è diventata tra le più preoccupanti al mondo.

Aumento dei conflitti, insicurezza, governance debole e mancanza di sviluppo sono per The Independent le cause profonde che hanno consentito il rapido deterioramento della situazione. E il sottosegretario generale delle Nazioni Unite Mark Lowcock, ha dichiarato che la condizione allarmante in Burkina Faso, Mali e Niger è il sintomo dell’incapacità di affrontare tutte queste cause di problemi. Lo stato inquietante di questa nazione è dovuto ad alcune problematiche che attanagliano in linea generale, la regione africana del Sahel. Non a caso, un numero record di persone – oltre 13 milioni – necessita di assistenza sanitaria, e tale esigenza è concentrata nelle aree di confine di questi tre Paesi. Peraltro, la maggior parte di loro sono bambini.  

Per comprendere meglio, occorre spiegare che l’insicurezza nella regione del Sahel è iniziata nel 2012 quando un’alleanza di militanti separatisti e islamisti ha preso il controllo del nord del Mali. Da quel momento in poi, le aree centrali e occidentali della regione sono diventate un importante fronte di combattimento nella guerra contro la militanza islamista, a cui hanno partecipato gli statunitensi e gli europei – soprattutto francesi. Tuttavia, dal 2016 la regione del Sahel è stata protagonista di una crescente violenza islamista, perché in quel periodo sono emersi nuovi gruppi armati legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico. Questi militanti hanno approfittato dei confini colabrodo per raccogliere finanziamenti attraverso estorsione e traffico di armi e di esseri umani. Così si sono espansi in Burkina Faso, Mali centrale e Niger. E nell’ultimo periodo si sono verificati diversi scontri tra questi affiliati dello Stato Islamico e di al-Qaeda. In particolare, durante la scorsa primavera, lo Stato Islamico aveva detto di essere stato oggetto di pesanti attacchi da parte del JNIM proprio in Burkina Faso e in Mali. Precisamente, il JNIM è emerso come uno dei rami più letali di al-Qaeda, insieme ad al-Shabab in Somalia – spiega la BBC.

Questa violenza avrebbe raggiunto il suo apice in Burkina Faso nel periodo di tempo compreso tra novembre 2019 e giugno di quest’anno, soprattutto a danno dei civili. Gruppi di decine di cadaveri sono stati trovati legati e bendati lungo le autostrade, sotto i ponti e nei campi – così The Guardian che enuncia un rapporto del Human Rights Watch. Dunque, un Paese trasformato in un campo di sterminio a cielo aperto. In buona sostanza, tale aggressività si è diffusa progressivamente dal nord e dal centro verso l’est del Paese, dove una serie di ripetuti attacchi ha rafforzato l’afflusso degli sfollamenti di massa di migliaia di famiglie.

Sempre il quotidiano britannico, afferma che l’Institute for Economics and Peace (IEP) ha realizzato uno studio secondo cui la crisi climatica e il rapido aumento della popolazione produrranno entro il 2050 un aumento dei flussi migratori verso i Paesi più sviluppati. Il Burkina Faso rientra nella categoria dei Paesi che saranno oggetto di questa fuoriuscita di cittadini, proprio per la combinazione tra alto rischio per le minacce ecologiche e crescita degli abitanti.  

Tralasciando i disastri naturali, su tale crisi umanitaria pesano anche le responsabilità dei Paesi occidentali, il cui marcato interventismo ha finito per esacerbare alcune vicende. Per esempio, le operazioni di Francia e Stati Uniti hanno contribuito a indirizzare i militanti di al-Qaeda verso i confini del Burkina Faso.   

Chiara Aveni e Gaia Natarelli

Fonti

Climate crisis could displace 1.2bn people by 2050, report warns disponibile su https://www.theguardian.com/environment/2020/sep/09/climate-crisis-could-displace-12bn-people-by-2050-report-warns, consultato il 21/10/2020

At least 180 civilians killed in Burkina Faso town, says rights group disponibile su https://www.theguardian.com/world/2020/jul/09/at-least-civilians-killed-burkina-faso-town-says-rights-group, consultato il 21/10/2020

Africa’s Sahel becomes latest al-Qaeda-IS battleground disponibile su https://www.bbc.com/news/world-africa-52614579, consultato il 21/10/2020

France summit: Macron and Sahel partners step up jihadist fight disponibile su https://www.bbc.com/news/world-africa-51100511, consultato il 21/10/2020

UN hopes meeting will raise $1 billion for key Sahel nations disponibile su https://www.independent.co.uk/news/un-hopes-meeting-will-raise-1-billion-for-key-sahel-nations-sahel-mark-lowcock-countries-un-nations-b1142756.html, consultato il 21/10/2020

How One of the Most Stable Nations in West Africa Descended Into Mayhem, disponibile su https://www.nytimes.com/2020/10/15/magazine/burkina-faso-terrorism-united-states.html, consultato il 20/10/2020

Burkina Faso: Residents’ Accounts Point to Mass Executions, disponibile su https://www.hrw.org/news/2020/07/08/burkina-faso-residents-accounts-point-mass-executions, consultato il 20/10/2020

#UNIVERSEAT

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Ed eccoci con un nuovo appuntamento di #UniversEat!!

Ogni volta che mi presento, dato il mio cognome Cossu e, forse, i miei lineamenti, la prima domanda che mi viene fatta è “Sei sarda?”.

Le mie origini, a quanto pare, sono evidenti e, proprio per questo motivo, oggi ho deciso di stupirvi con un piatto tipico della suddetta tradizione: le seadas, un tempo definite mannas cantu su prattu, ossia “grandi quanto il piatto” in cui venivano servite. Oggi la dimensione è stata ridefinita, pur rimanendo il gusto sempre lo stesso.

Ingredienti per sei persone:

  • 300 g di farina (è consigliata quella di grano duro ma io ho usato la 00 che avevo in casa);
  • 30 g di strutto;
  • 100 ml di acqua tiepida;
  • Pasta fresca di dolce sardo q.b. (formaggio tipico sardo);
  • Scorza di limone e/o arancia grattugiata;
  • 1 albume;
  • Miele q.b.;
  • Olio per friggere q.b.;
  • Coppapasta di due misure (generalmente il più grande da 9 cm).

Ora che abbiamo tutto l’occorrente, mettiamo le mani in pasta!

Per prima cosa, uniamo lo strutto e l’acqua alla farina (l’acqua va aggiunta poco alla volta). Lavoriamo l’impasto finché non diventa liscio e morbido; a questo punto lo lasciamo riposare 30 minuti a temperatura ambiente in una ciotola e coperto dalla pellicola.

Intanto che l’impasto riposa, prepariamo la farcia iniziando a grattugiare il dolce sardo. Per il ripieno abbiamo due possibilità: la maniera tradizionale o quella più rapida (vi anticipo già, avendole provate entrambe, che il risultato finale sarà lo stesso). Nella versione tradizionale, il dolce sardo, dopo essere stato grattugiato, va cotto in un pentolino e, una volta sciolto, gli si vengono aggiunte le scorze di limone e/o arancia; dopodiché, viene steso il composto su un foglio di carta forno e vengono formati dei dischi col coppapasta più piccolo. Nella versione più rapida, invece, non è necessario cuocere il dolce sardo, ma lasciarlo grattugiato aggiungendo la scorza dell’agrume scelto.

Passati i 30 minuti riprendiamo l’impasto, lo stendiamo e formiamo dei dischi di circa 9 cm.

A questo punto, prendiamo un disco e spennelliamo il bordo con un po’ di albume; dopodiché, mettiamo il formaggio al centro (è indifferente che sia quello fresco o quello cotto) e andiamo a chiudere con un altro disco non spennellato; proseguiamo così fino al completamento.

Mettiamo sul fuoco una padella con abbondante olio per friggere e quando quest’ultimo sarà caldo, aggiungiamo le nostre seadas, lasciandole fino a che non avranno un bel colore dorato. Una volta pronte le asciughiamo con un foglio di carta assorbente e le cospargiamo di (taaaaaanto) miele.

Il nostro piatto è ora pronto per essere gustato.

Siete pronti a replicare? Tre, due, uno… Unint ai Fornelli!

E se non trovate il dolce sardo, sbizzarritevi nel creare seadas col formaggio tipico delle vostre zone, noi qui aspettiamo le vostre creazioni!

Ylenia Cossu

#LUXURYMOMENTS: #LUXURYJUICE

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Emily in Paris Courtesy of Instagram EIP Official Page

Emily in Paris: the fashion tv series that criticizes les Parisiennes

The Netflix scenario has been surrounded by many news during this year. For the most fashionable viewers the waiting was all concentrated into the new chic comedy-drama, Emily in Paris, by the Darren Star the creator of Sex and the City (also Beverly Hills 90 and Melrose Place).

The plot is set from Chicago to Paris where Emily an industrious and lively girl turns up for a work opportunity in the city of love, and fashion, Paris.

She will be surrounded by a super French chic entourage headed by Sylvie, played by the brilliant Philippine Leroy-Beualieu who seems to be extremely unsympathetic to the American girl since the first day. A meeting of minds one “shouting” in English about the importance of social media for an efficiently marketing approach, the other whispering in French and strongly believing in the “old methods” of marketing.

The result is straightforward: a series of events will confirm Emily as a creative, intuitive ace in the fashion game. but before that many challenges will be faced.

As Emily arrives to Paris, she settles into a perfect artistic little flat and meets several new characters. The firstly charming neighbor, Gabriel, who cooks in the restaurant nearby in the district. The two will immediately find a chemistry but, drama spoiler, the guy is taken.

Soon Emily will meet Mindy, a Chinese who’s escaping from her home in Shanghai to prove her independence and ending up being a nanny (still, a fashionable one).

Then Emily meets Camille, the sweetest Parisienne in the city, who happens to be in a relationship with Gabriel making the potential romance a failure from the beginning.

But, the city is still hers.

Even if the workplace is a chronicles of nightmares and her cultural misadventures make Emily a funny character before making her a fashion influencer, she will eventually end up blossoming into a fierce woman fascinating even the most unlikely-susceptible character, Pierre Cadault the anchor-designer of the season and the lucky star among the Emily’s P.R. agency customers.

Few questions arose during the view of the series and some are deliberately left unanswered for the next season.

  1. Is it snob(bish) really cool?

The description of the Parisienne atmosphere at the workplace has left the French public particularly annoyed.  Some argued that the visitors could be “traumatized” by the antiseptic vision that the people who actually live in Paris have in relation of the visitors from abroad. Not guests, not visitors more like strangers here the word we are looking for. This is like an inner circle: if you cannot share the same ideals of the big city, you’re labelled as “out of market”. But from people who once where from abroad and successfully integrated into the city, with struggle of course but not exceptionally atrocious as the series describes, Paris is more opportunities than opportunism. The series has been ironically seasoned by Americans using misunderstandings as a sharp blade cut the, hypothetically, serious atmosphere.

  • Is Fashion a debate of generations?

First Emily vs Sylvie then Pierre Cadault (who sound very much like Arnault, very clever) vs Grey Space. The debate is true: from methodology and approach to designer and production. Emily is a fresh, lively twenty-something girl who unexpected turned her life upside by moving to Paris. Her views for promotion are quite different from Sylvie ones’ more related to the vis-à-vis relation with the client and overall against the fast turn of social media, considering them as a tool not exactly an end. But the combinations of the two is that balance we wish to see in season two, a training- supportive adventure that is not far from reality if you think about flourishing firm which constantly invest in their human resources. As for Pierre Cadault and Grey Space the debate is also visual: one reminds the golden age of Paris and the romantic silhouette of Christian Dior (at least at the beginning of the series), the others are street-styled almost futuristic pioneers of a generations that sometimes seems to be a little too contemptuous.

  • Is love preventing us from ruling the world?

The hardest question not just from this series I presume. Love and work, carrier and private life. Find the perfect balance is already difficult even if there are not connected in the same field: as Emily exceeds in one this the other seems to be at least damaged. The  city of love will for sure call for many romantic encounters: a fascinating but pedantic teacher, an impossible love story and, for now, the shadow of Mathieu Cadault, heir of Pierre, are the possible “distractions” for our Emily: who’s going to overturn the annoying Parisienne stereotype first?

  • Who’s really Pierre Caldault?

The most hunted fashion icon and designer of the season needs of course a personal space.

Even if at the beginning he could seem a gathering of all the worst attributes for French people, during the developing of the season, his character grows as well touching some important aspect of the fashion industry like acceptance, the fear of the failure and the exactment of renovation. Starting like an elegant owner of an “aristocratic” atelier he struggles with the innovative designer of Grey Space represented by two young Americans who believe that the future of Haute Couture is the simplification of the system by using Jumpers and culdoscopies textures in their production.

After several moments of discomfort and almost a resignation, Pierre comes up with a new concept of Haute couture which engage the street wear and the youth of its public. From soft colors and textures to strong and daring overlapping of fluos and tons, tons of tulle. To conclude every dress has some sort of message according to the concept of “think differently”. Pierre creations have something of Jean Paul Gaultier from the pistol dress in velvet in 1984 to the “outrageous” black leather dress of Madonna later on but also something very Italian like the creation of Moschino of the last years, like the icon black dress with the capital white letters “You can dress me up! but  you can’t take me out”.

A dress, a statement.

Fanny Trivigno

Sources

https://www.independent.co.uk/arts-entertainment/tv/reviews/emily-paris-netflix-review-lily-collins-b714646.html

https://www.vogue.it/moda/article/jean-paul-gaultier-momenti-memorabili-sfilate-carriera

https://www.instagram.com/emilyinparis/?hl=en

#FACCIAMOILPUNTO

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ECCO PERCHÈ IL FATTORE 5G È DA TENERE D’OCCHIO

La discussione sul fatto che il nuovo network 5G potesse essere uno dei principali fattori veicolanti del Covid-19 è stata accolta con una sonora risata da tutti noi: durante la prima metà di questo rocambolesco 2020, ci siamo divertiti ad ascoltare tutti quei negazionisti e le loro teorie secondo le quali il virus sopracitato sarebbe uno strumento inventato appositamente al fine di frenare le libertà dei cittadini. Da un punto di vista scientifico non esiste alcun collegamento tra Covid-19 e 5G; ciononostante, quello che abbiamo scherzosamente screditato per mesi potrebbe essere un fattore di collisione tra due superpotenze.

Di per sé lo scontro tra Pechino e Washington non è una grande novità: i dissidi tra i due giganti sono più o meno all’ordine del giorno in campo di relazioni internazionali. Si tratta di due attori internazionali che producono circa un terzo del PIL mondiale e che non vogliono proprio sentir parlare l’uno dell’altro. Le origini di questo reciproco disprezzo sono profondamente ancorate nel fatto che i due rappresentino ideologie completamente differenti: da una parte, la patria della democrazia liberale, dall’altra un comunismo interpretato ad hoc con sfumature autoritarie. I due Paesi rispecchiano inoltre modus operandi opposti in ambito di relazioni internazionali. Gli USA, sulla base del principio del manifest destiny, sono i pionieri della democrazia e delle libertà fondamentali in tutto il mondo, mentre Pechino ha sempre adottato una linea chiusa, sulla base del rigetto del prodotto del modo di fare diplomazia degli Stati occidentali. Due mondi opposti ma simili in quanto entrambi al momento appoggiano su un forte sentimento nazionalistico. Basti considerare l’ultimo discorso che Trump ha tenuto durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il cui principale scopo era quello di colpire la Cina ed identificare in quest’ultima l’unico e solo responsabile della pandemia. Un discorso che ha rimbalzato in Oriente e non ha fatto altro che rafforzare la posizione del Xi Jinping agli occhi del popolo dell’ex Celeste Impero.

Perché, quindi, l’avvento del 5G dovrebbe preoccuparci? La risposta è legata alla nuova guerra che riguarda il campo del progresso tecnologico. Gli USA sono da sempre leader del settore ed hanno dimostrato la loro superiorità a partire dall’inizio della guerra fredda. L’Unione Sovietica non è mai stata in grado di reggere il confronto con il nemico d’oltreoceano, ma Pechino sembra aver raccolto il guanto della sfida americana con prontezza. A seguito delle proteste di fine anni ’80, infatti, il governo cinese si è trovato ad investire molto nello sviluppo tecnico. Dopo circa 4 decenni, ci troviamo ad un punto cruciale: marchi come Huawei sono diventati i principali competitor delle aziende americane ed hanno esportato i loro prodotti in tutto il mondo. Questo nuovo conflitto, acuito dalle accuse poco accurate del presidente Trump nei confronti della responsabilità cinese riguardo alla pandemia, si sta trasformando in un fattore scatenante di quella che viene definita come una nuova possibile Guerra Fredda. In effetti, dopo aver messo al bando la costruzione della rete 5G da parte di Huawei a Londra, i nostri principali alleati stanno facendo pressioni su Roma proprio per evitare che l’Italia possa concedere al colosso cinese l’appalto per l’adesione al network. In poche parole, la posizione dura che gli Stati Uniti hanno adottato nei confronti della Cina si sta concretizzando attraverso l’appello agli ex-alleati di prendere una posizione netta nei confronti nei confronti di quella che può essere definita come una vera e propria crociata contro l’espansione cinese. D’altro canto, nonostante la propria iniziale timidezza, Xi Jinping non ha alcuna intenzione di restare a guardare: una sfida alquanto interessante, i cui sviluppi stanno prendendo forma anche in ambito diplomatico. Il 20 Luglio scorso l’FBI ha fermato 4 cittadini cinesi sostenendo che fossero coinvolti in operazioni di spionaggio, chiudendo il consolato cinese di Houston. Proprio all’interno di queste dinamiche si inserisce il nuovo dibattito hi-tech sul 5G, sul quale il Vecchio Continente giocherà un ruolo fondamentale.

In poche parole, bisognerà valutare quali politiche adotteranno gli Stati europei per far fronte a questo nuovo scontro internazionale. Il dibattito si è già scatenato in Francia ed all’interno della CDU tedesca: applicare una politica protezionistica di esclusione delle tecnologie cinesi, favorendo ancora una volta l’ingerenza USA nelle politiche di sviluppo del nostro continente, oppure lasciare il campo ad una potenza emergente con un potere economico non indifferente? Ad ognuno le proprie conclusioni. Quello di cui siamo certi è che la fine della governance internazionale americana e dell’asset mondiale unipolare è ormai giunta e bisognerà scegliere, ancora una volta, da che parte stare.

Martina Noero