Recensione Alice in Borderland

Buongiorno lettori, oggi voglio parlarvi di una serie di cui ho visto la prima stagione quando è uscita, ma recentemente è uscita anche la seconda stagione, quindi ho deciso di rivedermi la prima poiché non ricordavo alcune cose, per poi proseguire con la visione della nuova. Vi sto parlando di Alice in Borderland, una serie televisiva giapponese tratta dall’omonimo manga di Haro Aso, diretta da Shinsuke Sato e scritta da quest’ultimo in collaborazione con Yasuko Kuramitsu Yoshiki Watabe.

TRAMA

Ryōhei Arisu (Kento Yamazaki) è un ragazzo di 24 anni di Tokyo che, dopo essersi rifugiato insieme ai suoi due amici Chōta (Yūki Morinaga) e Karube (Keita Machida) nei bagni dell’incrocio di Shibuya nel tentativo di fuggire alla polizia, ritrova la città completamente deserta, scoprendo di essere costretto a dover competere in giochi pericolosi per sopravvivere: proprio in questo nuovo mondo, Arisu incontra Usagi (Tao Tsuchiya), con cui decide di capirne i meccanismi per arrivare sempre più vicino agli architetti e ai “game master” creatori della distopica Tokyo.

Questi giochi, o “game”, sono categorizzati in base ai semi delle carte da gioco francesi: fiori, cuori, picche e quadri, e sono più o meno difficili a seconda del numero sulla carta.

  • Fiori: sono giochi di collaborazione, in cui un gruppo di persone deve fare gioco di squadra per sopravvivere;
  • Cuori: sono giochi psicologici, i più spietati di tutti poiché si basano sulla manipolazione dei sentimenti altrui;
  • Picche: sono giochi fisici, che richiedono resistenza, forza e agilità;
  • Quadri: sono giochi di intelligenza, dove è necessario usare logica e strategia per risolvere gli enigmi che vengono presentati.

RECENSIONE

Questa serie mi ha affascinato sin dall’inizio per la sua complessità ma soprattutto per la curiosità che ti lascia durante la visione. Dal mondo normale ci troviamo all’improvviso catapultati in un mondo distopico, una realtà alternativa fatta di giochi mortali folli e di sopravvivenza. Non sappiamo chi gestisce i game, come i personaggi abbiano fatto ad arrivare a questo mondo, non sappiamo nulla e dobbiamo aspettare proprio l’ultima puntata per unire tutti i fili e avere un quadro generale della storia. Le informazioni vengono date un po’ alla volta, a tratti anche in modo confuso e ci si arriva a capirle solo dopo.

Super interessante è anche la scelta del titolo “Alice in Borderland” che richiama Alice in Wonderland. Questo perché c’è una sorta di collegamento tra le due storie, a partire proprio dai nomi: il protagonista si chiama Arisu, che in giapponese sarebbe Alice, Usagi vuol dire coniglio; abbiamo poi anche il Cappellaio e i giochi di carte; il nome di un altro personaggio, Chishiya, richiama il gatto del Cheshire, lo stregatto. Anche il fatto che il mondo sia così folle e stravagante richiama un po’ la storia di Alice, però è un mondo molto più macabro, pieno di morte.

La storia della prima stagione mi è piaciuta davvero tanto, tra giochi folli, mondo alternativo, incontri strani, il tutto era strutturato bene e aveva senso nella logica della storia creata. Nella seconda stagione seguiamo la storia dal punto di vista dei vari personaggi incontrati nella prima stagione, ma stando separati saltiamo da un posto all’altro spesso in modo confusionato, rendendo la visione un po’ meno piacevole. La seconda stagione si riprende però sul finale, andando ad approfondire gli aspetti di alcuni personaggi e svelando tutta la verità che c’è dietro alla storia di base, chiudendo il cerchio che si era aperto con la prima stagione.

Se vi piacciono i distopici e i giochi di sopravvivenza sicuramente non potete lasciarvi sfuggire una serie come questa, soprattutto se avete amato storie come Squid Game o Maze Runner!

Chiara Citarrella