#MondayAbroad

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Care lettrici e cari lettori,
mi presento: sono Giulia e questo è il mio primo anno di magistrale all’UNINT. Inoltre, come noterete, questo articolo segna il mio esordio nella rubrica #Mondayabroad. Spero, con il fondamentale aiuto di Ilaria, di riuscire a farvi evadere dalle vostre camere, classi o aule studio e di far affiorare in voi la voglia di viaggiare (anche solo ad occhi aperti).

Per rompere un po’ il ghiaccio, ho deciso di parlarvi della mia ultima avventura. Devo ammettere di essere stata particolarmente fortunata poiché, poco prima del lockdown di marzo, sono riuscita a partire in solitaria e la meta scelta è stata il Vietnam.

Questo paese non è mai stato nella lista dei “posti assolutamente da vedere”, anzi, potrei definirla una scelta alquanto casuale e dettata dall’istinto.

Il mio viaggio è cominciato intorno a metà febbraio e, nei 15 giorni successivi, ho percorso tutto il Vietnam, da nord verso sud. Atterrata ad Hanoi, sono rimasta sbigottita nel traffico della città: una miriade di motorini è solita sfrecciare tra le strette vie trasportando ogni sorta di oggetto, da piccole gabbie con animali a giganteschi frigoriferi. L’unica cosa che il passante può fare è fidarsi della capacità di guida degli autisti e lasciarsi schivare alla bene e meglio.

Tra le montagne del nord, ho scoperto l’esistenza di numerosissime etnie (se ne contano addirittura 50). Ognuna si distingue per le proprie tradizioni, per i costumi e per il dialetto che parla. Tutte, però, sono caratterizzate da un’elevata adattabilità al territorio in cui si trovano, riuscendo a coltivare anche nelle zone più rurali. Il loro attaccamento alla terra si riflette nei miti e nelle leggende che vengono tramandate. È forte la convinzione di essere figli della Terra, del Fuoco e dell’Acqua, elementi che vengono comunemente associati alle dee Madri.

Mi sono persa nei colori e nella frenesia del mercato locale di Lung Phin: immersa in un via vai di carretti, buoi e persone che cercano di vendere quello che quotidianamente producono. Il mercato è un’occasione, per i più giovani, di uscire a conoscere una potenziale futura moglie. Le ragazze si agghindano e sfoggiano i loro vestiti più belli, sperando di catturare lo sguardo di qualche fanciullo.

A bordo di una meravigliosa giunca di legno, ho navigato tra le isolette della Baia di Ha Long e, al sorgere del sole, ho praticato Tai Chi sul ponte della nave. Su tutta la costa, i pescatori vietnamiti venerano e rispettano profondamente le creature del mare, tanto da erigere, in loro onore, dei piccoli tempi tra gli scogli (la particolarità di questa Baia è che è possibile scorgere un altarino dedicato ad una balena sfortunatamente arenatasi e morta sulla spiaggia).

Andando verso sud, ho abbandonato il freddo e i villaggi rurali per lasciare posto al caldo e alle grandi città occidentalizzate. Non fraintendetemi, anche il sud ha le sue meraviglie naturali da scoprire, però tutto sembra riarrangiato e sistemato a misura di occidentale. Anche sulle rive del Mekong si cerca di accontentare il pretenzioso visitatore in ogni suo capriccio e nel sito che ospita i famosi tunnel di Cu Chi, costruiti durante la guerra d’Indocina e poi riutilizzati durante la guerra del Vietnam, hanno costruito una sorta di poligono di tiro molto gettonato tra i turisti. Attrazione che personalmente, trovo deprimente: come si può sentire la voglia di sparare ad un bersaglio in un luogo in cui sono morte, tra atroci sofferenze, così tante persone?

Questo è stato uno dei viaggi più intensi che abbia mai fatto: immergersi in una cultura così diversa dalla propria lascia sempre qualcosa di estremamente arricchente in chi parte. Che sia questa o un’altra meta, partite appena potete. Quando gli impegni scolastici o gli ostacoli esterni non saranno oppressivi, compratevi una guida turistica qualunque e fatevi travolgere dalla voglia di scoprire qualcosa di nuovo.

Giulia Giacomino

#MondayAbroad

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Si riparte!

È stata un’estate particolare, distante in tutti i sensi da quelle alle quali eravamo abituati; un’estate calda, ma che non ha potuto essere al contempo calorosa, piena di dubbi e di domande, soprattutto sull’imminente futuro (caratteristica imprescindibile in quest’ultimo anno).

Eppure, siamo ancora qui: pieni di sogni, di speranze e con una gran voglia di tornare alla ribalta.

Per chi non conosce la rubrica, mi presento: mi chiamo Ilaria, sono una studentessa di LM37 e #MondayAbroad è un piccolo rifugio nel quale mi piace pensare di riuscire a raccontarvi e a raccontarmi nel migliore dei modi.

Nata con l’intento di vivere l’estero senza muoversi dalla comoda poltrona di casa, la rubrica ha oggi come prima prerogativa l’intento di trasportavi in luoghi che magari non conoscete o, ancora, che magari vi piacerebbe rivivere il prima possibile.

L’anno scorso siamo volati in molti Stati del mondo, abbiamo sorvolato oceani e continenti e oggi siamo ancora qui, con la stessa curiosità che ci spinge a conoscere e a conoscerci sempre di più.

Siamo arrivati veramente lontanissimo e ora siamo pronti a ripartire: dove siete stati in vacanza?

Quest’estate mi sarebbe piaciuto poter sentire un po’ di quella libertà che il lockdown mi aveva tolto; avrei compiuto tutte le volte che mi sarebbe stato possibile il giro del mondo, proprio perché sentivo una voglia di conoscere, scoprire e innamorarmi sempre più forte e decisa. Eppure, pensandoci bene, mi sono resa conto che tante volte abbiamo le meraviglie a portata di mano, ma non siamo in grado di ammirarle come in realtà dovremmo fare.

Vi racconto, dunque, della mia estate italiana, condita con ‘nduja e tanto, tanto amore di nonna.

Come ogni anno dal lontano 1997, anno della mia nascita, la mia famiglia e io siamo partiti alla volta dei terreni che hanno dato i natali a mio papà e ai miei nonni materni: la Locride. Questa zona rimane in provincia di Reggio Calabria e comprende molte cittadine, tante delle quali si affacciano sul meraviglioso Mar Jonio.

È super consigliata per chi è alla ricerca di ottimo cibo (e no, non sto parlando solo di quello di nonna e di zia), risate e tanta allegria.

Ho dei bellissimi ricordi legati a quelle terre, sia perché intrecciati alle mie origini, sia perché la vita lì è talmente rilassata e serena, che è davvero impossibile non prenderla se non con le migliori intenzioni di relax e divertimento.

Come ognuno di noi penso abbia, anche io ho un posto del cuore: la mia terrazza.

Leggenda narra che se hai il coraggio di salire tutti e cinque i piani di casa di nonna, arrivi in terrazza che neanche ti ricordi come mai ti eri alterato (e io confermo in toto quanto affermato).

È un posto speciale: sei talmente in alto che ti si sollevano anche i pensieri. Inoltre, potrà sembrare banale e quasi mainstream, ma c’è lui, il profondo amico blu che sa abbracciarti anche solo con uno sguardo: il mare.

Tutto si tranquillizza, si calma, si organizza; ti viene offerto uno sguardo sul mondo che, per quanto possa racchiudere un piccolo territorio, ti spinge a vedere oltre l’orizzonte.

Insomma, le mie vacanze sono state questo e tanto altro ancora.

Grazie per essere la mia terrazza preferita, mia cara Calabria.

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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Se chiudo gli occhi sono a… mi Buenos Aires querido

Cari amici, compagni e colleghi,

oggi #MondayAbroad vola a Buenos Aires grazie al racconto della nostra responsabile Sara!

Sara è stata la prima persona che ho conosciuto quando ho messo per la prima volta piede all’UNINT, lo scorso ottobre 2019. In tutto questo tempo, complici molte passioni in comune (per esempio, il nostro amato UNINTBlog), ci siamo avvicinate molto ed è un rapporto che sicuramente porterò sempre nel cuore, sia per la stima e il rispetto che l’hanno caratterizzato, sia per le avventure che l’hanno accompagnato.

Volevo, per questo motivo, dedicarle l’ultimo articolo dell’anno accademico: cara Sara, vedi questo articolo come un ringraziamento per la fiducia che hai riposto in me. Grazie davvero di tutto.

Sara è partita per Buenos Aires grazie a un progetto organizzato dall’Università degli Studi di Bologna: il 10 gennaio 2016 ha iniziato la sua grande avventura ed è rimasta nella capitale argentina per i successivi 9 mesi.

“Diciamo che i primi tempi sono stati sia positivamente che negativamente traumatici. Ho ancora in mente le immagini del viaggio in taxi che feci dall’aeroporto al centro della città: un’altra realtà, era come stare in una bolla e il mio primo sentimento è stato estremamente negativo perché è un mondo che già dal primo impatto risulta di essere estremamente complesso e diverso dalla mia quotidianità. Aggiungiamo, inoltre, che a 19 anni avevo visto poco del mondo e partire per un’esperienza così grande, sicuramente, è stata una scelta coraggiosa e impattante.”

Vi svelo un segreto: sin da bambina (complice “Il Mondo di Patty”, non voglio negarlo) ho sempre sognato di visitare quelle terre così lontane, quindi vi lascio immaginare la mia curiosità nel racconto di Sara.

“C’è da dire che di Buenos Aires non ti abitui mai: puoi esserne perdutamente innamorata, ma, oltre ad avere molti pregi, è una città anche pericolosa e complicata… immagina che anche dopo nove mesi io continuavo a provare questa contrapposizione di emozioni tra loro opposte. […] È comunque una città meravigliosa: a tratti europea, a tratti ricorda New York; è piena di colori, di vita; è vero che la gente balla il tango nelle strade (pensa che sui marciapiedi ci sono addirittura le impronte con i passi!).”

Cerco in tutti i modi di riportare le emozioni che, pian piano, sto riconoscendo nelle parole di Sara: come fosse una spettatrice meravigliata, sta rivivendo la sua esperienza con il giusto pathos e la giusta malinconia (e a me fa davvero piacere sentire la leggerezza di quei ricordi).

“Il mio posto preferito è sicuramente la biblioteca costruita all’interno del teatro: a vederla da fuori, in verità, sembra un edificio qualunque, ma la vera magia avviene quando entri e hai questa distesa infinita di libri colorati, il tutto all’interno di un teatro. Un posto veramente affascinante che mi piaceva vedere come se fosse il mio luogo sicuro, la mia isola di pace in mezzo a tanta confusione. […] Buenos Aires, inoltre, è la città sudamericana per eccellenza e al suo interno puoi trovare i colori più vivaci dentro ai quartieri più pericolosi, come per esempio La Boca, nella quale mi sono sentita come se stessi nuovamente in una bolla. Forse, a essere sincera, questo è il maggior difetto di Buenos Aires: è tanto bella (non le mancano sicuramente arte e architettura), quanto complessa e povera. È una città dove non esistono né il bianco, né il nero, ma neanche il grigio: ti spinge tanto da decentrarti e quasi mandarti in confusione.

[…] Oltre alla biblioteca, un posto meraviglioso è anche il mercato di Sant’Elmo, questa strada lunghissima ricca di bancarelle dell’artigianato, del vintage e del choripán, questo semplice panino con la salsiccia che, però, lì acquista un gusto tutto suo, forse dato dal contesto, più che dalle materie prime!”

La chiacchierata con Sara sta quasi per giungere al termine, ma prima la mia solita domanda “lo rifaresti?”

“È stata sicuramente un’esperienza forte e non nego che, mentre ero lì, contavo i giorni per il mio rientro a casa… Per una ragazza di 19 anni alla sua prima esperienza all’estero, forse, era veramente troppo, anche solo da metabolizzare. È stata dura, ma è da almeno tre anni che dico di volerci tornare, sia col senno di poi, che con la testa di oggi: come tutte le esperienze molto forti, quando si concludono hanno subito un sapore dolce-amaro, che finisce col depositarsi e lasciare scoperto il vero e profondo legame che hai instaurato.

Sento sicuramente il bisogno di rivederla con gli occhi della Sara di oggi: è stata una tappa fondamentale della mia vita e, forse, non l’ho vissuta come avrei dovuto.

Quel lontano 10 gennaio sono partita senza sapere bene cosa avrei voluto fare, né chi avrei voluto essere, ma sono tornata con fame di conoscenza sul mondo e sui suoi meccanismi, tant’è che in quel momento ho deciso che mi sarei iscritta alla triennale in Relazioni Diplomatiche e Internazionali e, in seguito, a Sicurezza Internazionale.”

Concludiamo, dunque, questa meravigliosa serie di storie, di racconti, di vite che nel corso di queste settimane ci hanno tenuto compagnia.

Il mio #MondayAbroad va in vacanza: è stato un anno ricco di emozioni, traguardi, gioie e momenti, sia positivi che negativi; insieme abbiamo conosciuto tanti posti e tanti amici che, mai come in questo periodo così particolare che tutti quanti abbiamo vissuto, abbiamo ritrovato sempre e comunque a un millimetro dal nostro cuore.

Un saluto speciale a tutti voi: in bocca al lupo per gli esami, per la laurea, per la vita.

Grazie per avermi permesso di raccontarvi (e raccontarmi).

Un besito

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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Se chiudo gli occhi sono in… Tanzania!

#MondayAbroad ci continua a dare occasione di viaggiare attraverso i ricordi dei nostri colleghi.

Oggi cambiamo nuovamente continente: si parte per la Tanzania!

Il racconto di Isabella è talmente carico di ricordi, di emozioni e di pathos, che preferisco fare un passo indietro e lasciare spazio interamente alle sue parole, a tratti allegre, a tratti malinconiche, ma comunque ricche di speranza per il futuro!

Isabella ci sottolinea l’importanza di non dare nulla per scontato (riflessione che, mai come in questo periodo di lockdown, abbiamo imparato a trattare); consiglio, dunque, di accompagnare la lettura con una canzone tipica della nostra tradizione musicale, “Meraviglioso” di Domenico Modugno (per quanto ami anche la versione un po’ più recente dei Negramaro):

…ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso?
…perfino il tuo dolore potrà guarire poi, meraviglioso!
Ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato il mare eh!
Tu dici “non ho niente”, ti sembra niente il sole?
La vita?
L’amore?
Meraviglioso: il bene di una donna, che ama solo te
Meraviglioso!
La luce di un mattino;
L’abbraccio di un amico;
Il viso di un bambino
Meraviglioso…

Zanzibar, Tanzania

6 anni fa (regalo dei 18 anni!)

Il mio desiderio era quello di festeggiare il mio compleanno (il 31 dicembre) felice, al mare. Sono metereopatica, dunque da fine novembre smetto di essere un po’ me stessa e torno a sorridere ad aprile. Il sole mi carica e sento il caldo dentro di me, così come il freddo. Ci sono molte cose che potrei raccontare di quei giorni in Africa e che spero di non vedere più ma ce ne sono poche che, purtroppo (e sottolineo purtroppo), non ho visto più.

Mi auguro di non vedere più una macelleria completamente all’aperto con le mosche sulla carne; di non vedere più piccole zone di terra con una fontana per bere e lavarsi ogni tre capanne, ogni tre famiglie; mi auguro di non vedere più donne incinte che lavorano sfruttate e doloranti (non voglio neanche pensare alle condizioni in cui avranno partorito); mi auguro di non bere più acqua così lassativa e di non lavarmi più con acqua che non sembra pulita. Tuttavia, non posso dire di non consigliare questo viaggio, anzi, dopo 6 anni credo di poterlo definire un MUST.

I Masai (o Maasai) sono un popolo, una tribù, che vive ai confini del Kenya e della Tanzania; sono la cultura, la ricchezza, la gioia che ho portato a casa con me; vivono di piccole cose, di affetto, di amore e di pace interiore. Nel villaggio in cui ho alloggiato c’era Samir, un dipendente, che ha festeggiato il compleanno con me e che mi ha anche fatto un regalo: aveva paura non fosse abbastanza per me, un’italiana entrata in quel villaggio con una Micheal Kors e scarpe firmate. Parlavamo inglese, ma lui capiva la mia lingua e spesso mi rispondeva in italiano. Quando andavo in spiaggia mi accompagnava e mi consigliava di stare tranquilla al sole, che quello non era il sole “nostro”. E aveva ragione: quel sole non bruciava; quel sole l’ho tenuto sulla mia pelle fino a gennaio; quel sole era PURO.

Sono entrata, a 18 anni, in un mondo che non credevo esistesse: senza auto, senza tecnologia, senza invidia, senza odio. C’era dolore e tanta povertà, ma loro hanno imparato a conviverci. Dall’Italia ho portato quaderni penne e pastelli per i bambini e li ho resi felici.

In seguito, ho chiesto a una donna, madre, Masaia, perché non facessero del turismo la loro ricchezza, mi si è stato detto sorridendo “ora ti mostro la nostra ricchezza”: prendendomi per mano, mi ha portato nell’Isola delle tartarughe giganti, piccolissima e abitata da un centinaio di animali dai quali prende il nome, provenienti dalle Seychelles. Da lì, abbiamo cominciato a camminare per le diverse spiaggia e lagune.

È stato solo lì che ho conosciuto il Paradiso.

A quelle persone non mancava il parrucchiere, i negozi firmati, l’ultimo iPhone, l’estetista; i bambini giocavano per strada e non su un iPad.

Ma poi, una volta a casa, mi sono detta: chi sono io per dare un messaggio del genere? A 18 anni ho chiesto a mio padre di portarmi in Tanzania e lui l’ha fatto rendendomi la ragazza più felice del mondo. Eppure quei bambini erano felici con così poco. La mia è stata una richiesta che forse non tutti potevano permettersi di fare o di esaudire. Io sono figlia di questa generazione, di questa realtà.

Ed è questo quello che mi è rimasto di questo viaggio: qualcosa che io non avrò mai.

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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#MondayAbroad se chiudo gli occhi sono a… Boston!

#MondayAbroad oggi vola in una della città statunitensi più affascinanti!

La recente esperienza ha, senz’altro, ammaliato molto la nostra collega Martina che ci racconta di essere stata nel capoluogo della contea di Suffolk e capitale del Commonwealth del Massachusetts, lo scorso ottobre.

Per chi non lo sapesse, Boston è la città più grande dello Stato e del New England ed è gemellata con molte città, tra le quali Barcellona, Strasburgo e… Padova!

È una città molto europea nello stile di vita e nell’architettura: presentata da Martina come una perfetta miscela di antico e moderno, racchiude in sé romantici vicoli di ciottoli con case di mattoni rossi, viali alberati, edifici storici, chiese, caffè sulla strada e spaziosi parchi tracciano il profilo della città armonizzandosi ai centri commerciali e alle torri di specchi che delineano il suo affascinate skyline. Chi ha già visitato la capitale del Regno Unito o qualche villaggio inglese, con le case basse fatte di mattoni rossi, i vicoli stretti e le birrerie agli angoli delle strade, sicuramente avrà l’impressione che a Boston, tutto sa d’Inghilterra.

È divisa in due dal fiume che separa la zona antica da quella moderna e ha un bellissimo porto dove i bostonians attraccano le loro barche a vela e dove si può visitare un antico veliero, la USS Constitution.

Come la maggior parte delle metropoli americane, anche Boston ha il suo bel gruppetto di grattacieli che formano la downtown, tra cui la famosa Prudential Tower; tuttavia, la maggior parte degli edifici è storica, dunque palazzi piuttosto bassi e di stampo europeo.

Boston è piena di giovani e di locali, specialmente nella zona di Quincy Market e di South Market. Come mai? Appena fuori città, a Cambridge, si trovano due delle più importanti università del mondo, il MIT (Massachusetts Institute of Technology) e Harvard.

I turisti che visitano Boston per la prima volta la troveranno facilissima da girare: io la definirei la Walking City per eccellenza della nazione, grazie a un layout compatto e a un sistema di trasporti metropolitani estremamente facile da utilizzare.

Inoltre, per i turisti, è stato creato un percorso molto intelligente chiamato The Freedom Trail, il quale si può concludere tranquillamente in poche ore anche da soli ed è riconoscibile perché sui marciapiedi e sulle strade è segnata una linea rossa che indica l’itinerario.

Per visitare Boston non sono necessari molti giorni ed è la perfetta alternativa alla classica e caotica New York City. Un paio di consigli da parte della nostra Martina: se restate qualche giorno, non si può lasciare la città prima di aver fatto un’escursione di un giorno per vedere le balene. Inoltre, è quasi obbligatorio mangiare la tipica aragosta. Se vi capita di essere in città il 6 agosto, non perdetevi il Boston Seafood Festival sullo storico Fish Pier, con un ricco programma di degustazioni, chef, eventi e tanti buoni piatti a base di pesce freschissimo.

“Se ci tornerei? Volentieri: potremmo ancora insegnarci tanto a vicenda!”

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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Se chiudo gli occhi sono a… Londra!

#MondayAbroad oggi diventa veramente british grazie al racconto di Omar!

Parlare con lui è sempre interessante e stimolante, ti apre le porte dei suoi ricordi e ti fa immergere completamente in essi.

Circa due anni fa, per quasi 5 mesi, Omar ha vissuto nella capitale del Regno Unito, città da lui descritta come assolutamente multietnica: “…non hanno bisogno forse di viaggiare più di tanto, perché lì hai sia un pezzo d’Italia, che un pezzo della Germania, della Francia, della Cina, dell’India, del Giappone… Se un giorno vuoi, magari, uscire dal tuo contesto culturale, puoi tranquillamente uscire e farti una passeggiata in un altro quartiere e, solo così, ti fai un mini viaggio!”.

È, difatti, proprio questa sua caratteristica che ha ammaliato il nostro collega, spingendolo verso le altre culture, soprattutto in campo culinario: “Ammetto di non aver assaggiato il fish&chips, ma non era colpa mia se ero troppo curioso delle tante prelibatezze che la città mi offriva e se davanti al banchetto typical british, sistemavano l’equivalente in versione tacos! Ahahah!”

Questa sua caratteristica così tanto positiva da una parte, perde punti da un punto di vista linguistico: “Se vuoi sentire il vero accento inglese, non ti consiglio sicuramente il centro della capitale in quanto troppo influenzato dalle varie culture. Ricordo che il primo accento che ho sentito era di una signora che lavorava a una biglietteria e che, secondo me, era molto simile a Maggy Smith della serie Downton Abbey!”

Continua il viaggio passando per i monumenti della capitale: ciò che più ha rapito lo sguardo del nostro primo spettatore è la quantità di reperti storici derivanti dalle varie imprese che Londra quale capitale dell’impero coloniale aveva e ha raccolto durante i vari secoli d’imprese. Ci racconta Omar: “I musei che ho visitato sono pieni di opere derivanti da tutto il mondo, tuttavia, se dovessi scegliere il mio preferito, sarebbe il museo di scienze naturali: penso che per un bambino sia una grande scoperta vedere i fossili dei dinosauri e io, in quel momento, mi son sentito un po’ un bambinone!”

“Omar, vale la pena tornare?”

“Assolutamente sì, anche se oggi è più complicato causa Brexit, io tornerei lì anche oggi, sia per lavorarci, che per viverci”.

“Una frase per descrivere l’esperienza?”

“Un mood, semmai: io seduto sulla panchina di Buckingham Palace che bevo caffè di Starbucks e, con un altezzoso accento british, ti dico “Get the London look!”.

Ilaria Violi

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#MondayAbroad se chiudo gli occhi sono in… Marocco!

Viterbese con mamma marocchina, Diana è un mix esplosivo di culture apparentemente molto distanti tra di loro, ma che conservano i loro migliori pregi nel carattere della nostra speaker radiofonica (Diana collabora, difatti, con RadioUNINT e, insieme alla splendida Cris Petrillo, dà vita alla rubrica “Radio Mood”, in onda ogni mercoledì).

Parlare con Diana è come prendere una magnifica boccata d’aria fresca: non importa se trascorri con lei due minuti o due ore, alla fine avrai sempre il sorriso stampato in viso.

Quando le ho chiesto se volesse essere una delle mie prede e raccontare un viaggio importante per lei, speravo con tutto il cuore che mi parlasse delle sue origini: “se chiudo gli occhi sono a casa” potrebbe essere un bellissimo viaggio che può accomunare tante persone che, mai come in questo momento, desidererebbero riabbracciare i propri cari (siano essi familiari o amici) e, con loro, vivere nuove avventure nei posti che li hanno visti crescere.

“L’ultima volta che sono stata in Marocco risale a due estati fa.

Mi hai chiesto di raccontarti un viaggio che mi ha segnata e forse, scegliendo il Marocco, sto barando un po’. Il mio sangue è per metà marocchino, ma ti parlo di questo viaggio perché, in realtà, ogni esperienza in questo paese è completamente diversa da quella precedente.

Questa volta mi sono avventurata in macchina da Tangeri ad Agadir per un totale di più di 800km ed è stata letteralmente un’avventura.

Parlando di questa specifica occasione, posso dirti che su di me ha avuto un impatto emotivo molto forte rispetto alle volte precedenti. Mi sono addentrata nelle piccole realtà che circondano le città, visitando luoghi che avevo già visto con un nuovo punto di vista, cercando di riscoprire le origini di quel filo rosso che mi lega a quei posti dalla nascita. Per esempio, una delle cose che mi porto nel cuore è la genuinità e il calore delle persone che le spinge ad essere spontaneamente solidali nei confronti del prossimo.”

Essendo io per prima una curiosona di nuovi sapori (e non essendo ancora andata in Marocco, mea culpa), la domanda sul cibo è un sempreverde: il tuo piatto preferito.

“Sono cresciuta con piatti della tradizione marocchina che mi preparava mia nonna e doverne scegliere uno è veramente complicato, ma sicuramente non potrei mai rinunciare al cous cous.

Un altro piatto che amo particolarmente è l’harira e una delle più buone che ho mangiato è a Marrakech!”

(Per chi, come me, non conoscesse il piatto, l’harira è una zuppa tradizionale della cucina berbera, in particolare marocchina, a base di carne, pomodori e verdure, preparata generalmente durante il periodo del Ramadan e in occasione di celebrazioni).

Concludiamo questo racconto speciale con le dolci parole di Diana che, alla domanda “torneresti perché…?”, mi risponde così “…tornerei in Marocco per condividere un bicchiere di thé alla menta con la mia famiglia; per il sorriso delle mie nipotine che ogni anno mi aspettano; per il profumo delle spezie che collega le vie del souk, per l’oceano che si incontra con la sabbia del deserto e mille altre ragioni che, ogni volta che me ne vado, mi fanno pensare “mi sento come a casa”.

Credo che ognuno di noi abbia un posto nel mondo in cui sa di sentirsi a casa più di ogni altro luogo. Io, due anni fa, credo di aver riscoperto il mio.”

Ilaria Violi

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#MondayAbroad: se chiudo gli occhi sono in… Islanda!

Capitan Pizzuti mi sempre insegnato molto, pur conoscendomi da poco: mi ha spiegato che la vera forza sta nella determinazione e nel sorriso, mi ha mi ha consigliato di guardare in faccia le paure e affrontarle senza aver timore e io, come una brava alunna, gli sono grata dei suoi preziosi consigli (non per fare favoritismi, ma è il mio preferito della nostra mitica squadra di calcio a cinque, non diteglielo shh!)

Sono, difatti, molto contenta che mi abbia dedicato un po’ del suo tempo per raccontarmi e permettermi di raccontarvi l’esperienza che l’ha condotto direttamente in capo al mondo: l’Islanda.

Le parole del Capitano sono talmente cariche di emozione che ho preferito riportarle tali e quali, dunque, vi lascio al suo racconto… grazie mille Capitano!

Il viaggio risale all’estate del 2013, subito dopo la maturità.

Sapete, sono sempre rimasto affascinato dai racconti e dalle foto di mio padre che, per lavoro, era stato in Islanda qualche periodo prima. Proprio perché aveva vissuto in un luogo così particolare, decise di tornare e portare la sua famiglia con sé.

Non appena si atterra nel piccolo aeroporto internazionale di Keflavík, una piccola infrastruttura a pochi chilometri dalla captale Reykjavík, ci si rende conto di essere arrivati in un posto radicalmente diverso dalla realtà nella quali si è abituati a vivere: sarà che l’isola ha una densità abitativa bassissima e che al di fuori della capitale non ci sono insediamenti di grandi dimensioni; sarà che camminando per strada non è difficile imbattersi in buche con dentro acqua che bolle emanando il classico di zolfo, ma, se provenienti da un’altra cultura, o ce ne si innamora, o è molto facile desiderare di tornare al più presto a casa.

Impossibile scegliere ciò che in assoluto più mi ha colpito, in quanto tre luoghi soprattutto mi hanno impattato: il primo si trova a 5 ore di macchina da Reykjavík, per arrivare si percorre una strada statale costeggiata da una parte da un ghiacciaio (per chiarirci, grande più o meno quanto l’Umbria) e numerose e imponenti cascate, mentre dall’altra si può osservare una distesa infinita di erba e sabbia nera che arriva fino all’Oceano, il tutto senza la minima traccia di essere umano o alberi (la selva non è presente perché abbattuta dai vichinghi per la costruzione delle navi, mi sono informato). Una volta arrivati, il ghiacciaio cade a picco nel mare e si staccano numerosi iceberg che prendono il largo col passare del tempo.

Un altro posto stupendo è senza dubbio il parco in cui si può ammirare il secondo geyser più grande del mondo, la cui esplosione è qualcosa di unico (dunque, come dicevano i latini, carpe diem!).

L’ultimo posto che merita una menzione particolare è la “Blue Lagoon”, un lago naturale di acqua calda, dal colore turchese acceso, dove è obbligatorio passare almeno qualche ora.

Tuttavia, come ho già detto, è riduttivo parlare di un luogo più bello quando si racconta dell’Islanda: ogni chilometro percorso è un’esperienza indimenticabile e raccontarlo è molto difficile, se non impossibile.

Se tornerò? Certamente sì, anche perché a causa del tempo a disposizione e della logistica del viaggio, non è stato possibile visitare il nord dell’isola, un luogo ancora più estremo (degno del Capitano 😉 ).

Ilaria Violi

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#MondayAbroad: se chiudo gli occhi sono a… Siviglia!

“A Siviglia non s’invecchia. È una città in cui si sfuma la vita in un sorriso continuo, senz’altro pensiero che di godersi il bel cielo, le belle casine, i giardinetti voluttuosi.” – Edmondo De Amicis

Quando ho chiesto ad Alessandra di raccontarmi la sua esperienza a Siviglia, ho notato subito una grande allegria con un pizzico di malinconia nei suoi occhi: Siviglia innamora, il suo fascino è famoso e senza eguali.

L’Alcázar è sicuramente il monumento che più l’ha affascinata: per chi non lo sapesse, l’alcázar (parola con origini arabe che significa letteralmente “palazzo”) è un palazzo reale edificato durante il dominio arabo ed è uno dei migliori esempi di architettura mudéjar, stile sviluppatosi durante il regno cristiano della Spagna, ma con non poche influenze architetturali islamiche. “Non è tanto quello che c’è dentro… quello che mi ha colpito di più è stato il giardino, dove passerei intere giornate, e la cura per i dettagli presenti sui muri e sulle colonnine… solo a pensare a quanta pazienza nei lavori! Per non parlare del Cuarto Real Alto, la residenza estiva dei reali di Spagna… che effetto stare negli alloggi del re!”

Per gli appassionati: in questo palazzo hanno girato anche qualche scena de “Il Trono di Spade”! 🙂

La chiacchierata si è poi spostata sul cibo (era l’ora di pranzo, sarebbe stato impossibile non cadere su quest’argomento eheh): il Flamenquín (un rotolo di prosciutto e formaggio tipico di Cordoba, a un’ora di distanza da Siviglia più o meno) e le varie crocchette (di patate, di prosciutto e formaggio ecc.) sono ciò che le papille gustative di Alessandra hanno più apprezzato.

“Secondo te, è giusto tornare dove si è stati bene?”

“Secondo me, si presentano sempre nuove occasioni e attività: tornando a Siviglia, per esempio, sono riuscita a fare il tour dei tetti della Cattedrale: da lì si vede tutta la città e vale proprio la pena. Per questo penso che sia stato meraviglioso tornare.”

Infine, ho chiesto ad Alessandra che cosa la città le avesse lasciato: “Siviglia mi ha lasciato un senso di libertà che non ho mai provato a Roma. Passeggiare lungo le sue vie, respirare la sua aria pulita e pura, immergermi nei suoi colori, veder i sorrisi e l’allegria dei suoi abitanti… Siviglia e la sua libertà di espressione rimarrà sempre un grande insegnamento e io non smetterò mai di ringraziarla per questo.” 

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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#MondayAbroad Se chiudo gli occhi sogno…l’Europa dell’est e la Transilvania:

Il mondo è bello perché è vario: detto che, forse, tante volte perde il suo vero significato e che, per questo motivo, viene a sua volta sottovalutato o sopravvalutato.

Le righe che seguono raccontano un viaggio e non solo: Chiara ci ha aperto i suoi ricordi e oggi ha deciso di farli parlare per lei con un’esperienza che pochi possono vantare nel proprio bagaglio culturale; un’impresa che aiuta a crescere, a maturare e, a suo modo, a saper respirare.

Chiara e i suoi sentimenti parlano in prima persona e io, da spettatrice ammaliata, sono contenta di aver potuto leggere e immaginarmi in quei posti e davanti a quei paesaggi. #Torneremoaviaggiare

31 luglio 2017, ore 19.00: un traghetto in partenza da Ancona, con arrivo a Spalato alle 7 del mattino successivo.  Era un periodo strano, particolare della mia vita, pieno di incognite e qualche certezza: era finito il primo anno di università, ero stanca dei tanti esami dati a giugno e luglio e il viaggio Unint-casa, al nord, non mi bastava. Così è bastato un clic su un sito internet per prenotare il biglietto per una settimana dopo per un traghetto da Ancona con destinazione… Croazia! Penserete “Oh, una bella vacanza in Croazia, al mare, sole, caldo, amici”, beh, ecco… non esattamente. Partiamo dall’inizio. Alle ore 19.00, come sopracitato, mi trovo davanti a questo traghetto che avrebbe attraversato tutto l’Adriatico fino alla Croazia in esattamente 12 ore. Lascio immaginare il caldo soffocante, accompagnato da uno zaino sulle spalle, una tenda e un sacco a pelo. Tutto lo stretto necessario.

Ma necessario per cosa? Non lo sapevo nemmeno io. E potrà sembrare una barzelletta ma non è così.

Non era stato pianificato praticamente nulla: né luoghi, tempo, spostamenti, niente. Vi lascio immaginare mia madre, che la mattina della partenza si sente dire dalla figlia appena 20enne che sarebbe partita per un tempo non ancora deciso, per delle mete che nemmeno io sapevo quali sarebbero state. (Nota divertente di quest’imprevedibile avventura: mi ha scattato una foto in caso avesse dovuto mandarla a “Chi l’ha visto”, allegando la frase: “così almeno sanno come sei vestita”).
E così presi quel traghetto. 12 ore dopo ero in Croazia, una “toccata e fuga” come si suol dire, per poi immergersi nei magnifici paesi dell’Europa dell’Est.
Spalato, Mostar, Sarajevo, Novi Sad, Belgrado, Timișoara, Sibiu, Brașov, Sighișoara, Costanza, Vama Veche e Bucarest. 12 città viste, 4 nazioni attraversate, Croazia, Bosnia, Serbia, Romania, in 20 giorni, con uno zaino, una tenda e un sacco a pelo con me.
Tra tutte, la Romania è stata forse quella più sorprendente e in particolare la Transilvania: piccole cittadine tutte colorate e caratteristiche come quelle di Timișoara, Sighisoara, Sibiu e, Brașov.
“Chissà quanti rom, quanti zingari avrai incontrato”, tipica frase una volta tornata in Italia a chiunque raccontassi del mio viaggio. La verità è che ciò che ricordo della Romania è esattamente tanto colore, per l’appunto nella zona della Transilvania, tanta gente che mi ha ospitata aprendo le loro case senza problemi, indicandomi le zone più suggestive da visitare, oltrepassando barriere di ogni tipo, linguistiche e culturali per aiutarmi, reinventandosi guide turistiche per mostrarmi le parti della loro terra di cui erano più orgogliosi e il loro cibo, prevalentemente a base di carne. (Quella non può mai mancare, così come non è mai mancato il caldo: 42/43 gradi era la temperatura che mi ha accompagnata durante tutto il viaggio).

La Transilvania è uno dei punti più alti dell’intera Romania: contiene zone in cui si snodano i monti Carpazi, è meravigliosa dal punto di vista naturalistico ed è caratterizzata da piccoli borghi costellati di case ed edifici antichi (ognuno con un colore diverso dall’altro), viste mozzafiato e i celebri castelli medievali, come il famoso castello di Dracula, il Castello di Bran, uno dei monumenti della Romania più conosciuti al mondo, a mezz’ora da Brașov.

Brașov, cittadina di poco più di 300.000 abitanti, ha una delle viste più sorprendenti che i miei occhi abbiano mai ammirato (e io sono abituata a salire su castelli, torri e chi più ne ha, più ne metta, in qualsiasi città io vada, ma questa mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta).
Certo, la salita fino a quella roccia in cui sono seduta è meglio farla con la funivia, comunque vi assicuro che la vista vale tutto il prezzo del biglietto, non proprio così economico, forse. Una volta arrivati fin lì, ci si perde completamente nel paesaggio: la vista dà sulla grande piazza principale di Brașov (che si vede in foto), su tutta la città e oltre. La discesa poi, così come la salita, si può fare sia con la funivia, sia a piedi: bisogna solo scegliere se metterci mezz’oretta o 3 ore (quelle che ci ho messo io scendendo a piedi per le strade buie di un bosco, perdendomi e riperdendomi per poi ritrovarmi dall’altra parte della città).
Se, dunque, dovessi riassumere questa vacanza nell’Est Europa, direi sicuramente che non è stata una vacanza turistica, bensì un’esperienza da viaggiatrice: un viaggio all’insegna di un’immersione totale nella cultura del posto, composta, quindi, da lingua (persino l’alfabeto era diverso in alcune delle nazioni menzionate) e tradizioni totalmente diverse dalle nostre; un viaggio fatto di lunghi spostamenti in treni di 3,6,9 ore, di ostelli; di gente speciale che mi ha ospitata e mi ha permesso di abbattere ogni tipo di pregiudizio; di notti passate in stazioni, in parchi, o in tenda in riva al mare, senza smartphone, senza orologio, senza tempo.

Proprio su questo vorrei concentrarmi: un viaggio senza tempo. Non c’era mattina, ora di pranzo, ora di cena, l’ora del ritorno a casa, non c’era nulla: c’era la vita, fatta di racconti, di conoscenze, di camminate tra città nuove, belle, affascinanti e tanto diverse dalle nostre.  Un viaggio diverso dagli altri, il viaggio del grande cambiamento della mia vita.

Chiara Ferrario