#MONDAYABROAD

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#MondayAbroad Se chiudo gli occhi sogno…l’Europa dell’est e la Transilvania:

Il mondo è bello perché è vario: detto che, forse, tante volte perde il suo vero significato e che, per questo motivo, viene a sua volta sottovalutato o sopravvalutato.

Le righe che seguono raccontano un viaggio e non solo: Chiara ci ha aperto i suoi ricordi e oggi ha deciso di farli parlare per lei con un’esperienza che pochi possono vantare nel proprio bagaglio culturale; un’impresa che aiuta a crescere, a maturare e, a suo modo, a saper respirare.

Chiara e i suoi sentimenti parlano in prima persona e io, da spettatrice ammaliata, sono contenta di aver potuto leggere e immaginarmi in quei posti e davanti a quei paesaggi. #Torneremoaviaggiare

31 luglio 2017, ore 19.00: un traghetto in partenza da Ancona, con arrivo a Spalato alle 7 del mattino successivo.  Era un periodo strano, particolare della mia vita, pieno di incognite e qualche certezza: era finito il primo anno di università, ero stanca dei tanti esami dati a giugno e luglio e il viaggio Unint-casa, al nord, non mi bastava. Così è bastato un clic su un sito internet per prenotare il biglietto per una settimana dopo per un traghetto da Ancona con destinazione… Croazia! Penserete “Oh, una bella vacanza in Croazia, al mare, sole, caldo, amici”, beh, ecco… non esattamente. Partiamo dall’inizio. Alle ore 19.00, come sopracitato, mi trovo davanti a questo traghetto che avrebbe attraversato tutto l’Adriatico fino alla Croazia in esattamente 12 ore. Lascio immaginare il caldo soffocante, accompagnato da uno zaino sulle spalle, una tenda e un sacco a pelo. Tutto lo stretto necessario.

Ma necessario per cosa? Non lo sapevo nemmeno io. E potrà sembrare una barzelletta ma non è così.

Non era stato pianificato praticamente nulla: né luoghi, tempo, spostamenti, niente. Vi lascio immaginare mia madre, che la mattina della partenza si sente dire dalla figlia appena 20enne che sarebbe partita per un tempo non ancora deciso, per delle mete che nemmeno io sapevo quali sarebbero state. (Nota divertente di quest’imprevedibile avventura: mi ha scattato una foto in caso avesse dovuto mandarla a “Chi l’ha visto”, allegando la frase: “così almeno sanno come sei vestita”).
E così presi quel traghetto. 12 ore dopo ero in Croazia, una “toccata e fuga” come si suol dire, per poi immergersi nei magnifici paesi dell’Europa dell’Est.
Spalato, Mostar, Sarajevo, Novi Sad, Belgrado, Timișoara, Sibiu, Brașov, Sighișoara, Costanza, Vama Veche e Bucarest. 12 città viste, 4 nazioni attraversate, Croazia, Bosnia, Serbia, Romania, in 20 giorni, con uno zaino, una tenda e un sacco a pelo con me.
Tra tutte, la Romania è stata forse quella più sorprendente e in particolare la Transilvania: piccole cittadine tutte colorate e caratteristiche come quelle di Timișoara, Sighisoara, Sibiu e, Brașov.
“Chissà quanti rom, quanti zingari avrai incontrato”, tipica frase una volta tornata in Italia a chiunque raccontassi del mio viaggio. La verità è che ciò che ricordo della Romania è esattamente tanto colore, per l’appunto nella zona della Transilvania, tanta gente che mi ha ospitata aprendo le loro case senza problemi, indicandomi le zone più suggestive da visitare, oltrepassando barriere di ogni tipo, linguistiche e culturali per aiutarmi, reinventandosi guide turistiche per mostrarmi le parti della loro terra di cui erano più orgogliosi e il loro cibo, prevalentemente a base di carne. (Quella non può mai mancare, così come non è mai mancato il caldo: 42/43 gradi era la temperatura che mi ha accompagnata durante tutto il viaggio).

La Transilvania è uno dei punti più alti dell’intera Romania: contiene zone in cui si snodano i monti Carpazi, è meravigliosa dal punto di vista naturalistico ed è caratterizzata da piccoli borghi costellati di case ed edifici antichi (ognuno con un colore diverso dall’altro), viste mozzafiato e i celebri castelli medievali, come il famoso castello di Dracula, il Castello di Bran, uno dei monumenti della Romania più conosciuti al mondo, a mezz’ora da Brașov.

Brașov, cittadina di poco più di 300.000 abitanti, ha una delle viste più sorprendenti che i miei occhi abbiano mai ammirato (e io sono abituata a salire su castelli, torri e chi più ne ha, più ne metta, in qualsiasi città io vada, ma questa mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta).
Certo, la salita fino a quella roccia in cui sono seduta è meglio farla con la funivia, comunque vi assicuro che la vista vale tutto il prezzo del biglietto, non proprio così economico, forse. Una volta arrivati fin lì, ci si perde completamente nel paesaggio: la vista dà sulla grande piazza principale di Brașov (che si vede in foto), su tutta la città e oltre. La discesa poi, così come la salita, si può fare sia con la funivia, sia a piedi: bisogna solo scegliere se metterci mezz’oretta o 3 ore (quelle che ci ho messo io scendendo a piedi per le strade buie di un bosco, perdendomi e riperdendomi per poi ritrovarmi dall’altra parte della città).
Se, dunque, dovessi riassumere questa vacanza nell’Est Europa, direi sicuramente che non è stata una vacanza turistica, bensì un’esperienza da viaggiatrice: un viaggio all’insegna di un’immersione totale nella cultura del posto, composta, quindi, da lingua (persino l’alfabeto era diverso in alcune delle nazioni menzionate) e tradizioni totalmente diverse dalle nostre; un viaggio fatto di lunghi spostamenti in treni di 3,6,9 ore, di ostelli; di gente speciale che mi ha ospitata e mi ha permesso di abbattere ogni tipo di pregiudizio; di notti passate in stazioni, in parchi, o in tenda in riva al mare, senza smartphone, senza orologio, senza tempo.

Proprio su questo vorrei concentrarmi: un viaggio senza tempo. Non c’era mattina, ora di pranzo, ora di cena, l’ora del ritorno a casa, non c’era nulla: c’era la vita, fatta di racconti, di conoscenze, di camminate tra città nuove, belle, affascinanti e tanto diverse dalle nostre.  Un viaggio diverso dagli altri, il viaggio del grande cambiamento della mia vita.

Chiara Ferrario
 

#MONDAYABROAD

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Se chiudo gli occhi sono a… Lisboa!

Cari amici, compagni e colleghi, benvenuti nella quarta settimana di reclusione (se avete rispettato le regole, s’intende eheh).

#MondayAbroad è una bellissima rubrica, nata con lo scopo di farci sognare incuriosendoci e raccontandoci di posti vicini e lontani che, magari, abbiamo già conosciuto o che ci piacerebbe visitare in futuro.

Viste le ultime vicissitudini che abbiamo dovuto e che ancora dobbiamo affrontare, ho pensato fosse una bella idea parlare dei viaggi che più ci hanno emozionato. Vi chiedo, quindi, di raccontarmi le vostre magnifiche esperienze; i colori, i profumi, le curiosità che più vi hanno colpito e insegnato.

Per mia grande fortuna, ho viaggiato molto (non ancora abbastanza) e ogni Stato che ho visitato mi ha lasciato qualcosa:

  •  la Spagna, per esempio, mi ha dato amore e musica (spero che ancora non abbia finito di farmi regali, perché io ho ancora tanto da offrirgli);
  • la Francia mi ha consigliato la delicatezza (e a non mangiare prima di salire sulle montagne russe di Disneyland);
  • Monaco di Baviera mi ha mostrato come un cucù possa essere un punto di ritrovo (e che la birra dell’HB può essere tranquillamente considerata come piatto tipico);
  • Londra mi ha lasciato a bocca aperta per le sue illuminazioni natalizie (ma ho imparato a mie spese a chiuderla subito dopo, sennò mi bevevo la pioggia);
  • la Grecia mi ha catapultata in Hercules (intendo il cartone animato, ovviamente);
  • in Turchia ho scoperto e sviluppato una grande passione per thè alla mela e tappeti;
  • negli USA mi sono sentita una formichina che si divertiva a girovagare tra Broadway e la Casa Bianca.

Oggi, però, voglio parlarvi del viaggio che più mi ha sorpreso e soddisfatto in assoluto: LISBONA.

Sono stata nella capitale portoghese all’inizio di dicembre 2019, durante il mio Erasmus a Murcia. Ricordo quell’esperienza in maniera fin quasi malinconica: mi sono innamorata delle sue strade, dei suoi quartieri, della sua gente e dei suoi colori (difatti spero di poterci tornare presto).

Le attrazioni principali di Lisbona sono molte: quelle che sicuramente mi hanno impressionato maggiormente sono il negozio composto interamente da scatolette di sardine chiamato “O Mundo Fantastico da Sardinha Portuguesa” (i portoghesi e la fantasia coi nomi vanno a braccetto), l’Alfama, un quartiere super affascinante in quanto composto da un labirinto di viuzze acciottolate ed edifici antichi (è qui che si trovano molti dei principali edifici storici di Lisbona), il quartiere Belém, un po’ distante dal centro città, ma pazzesco sia per la Torre che per O Mosteiro dos Jerónimos (non vi svelo cosa sono, in caso non li conosciate eheh) e il favoloso tram giallo, che ti porta alle zone geograficamente più elevate della città.

Non so che cosa mi abbia rubato il cuore di quel posto (anche se os pasteles de nata e o bacalhao hanno giocato un ruolo molto importante per le mie papille gustative), ma so che tornerei lì anche in questo esatto momento. Obrigada, Lisboa,  espero que um dia possamos voltar a visitar, volte sempre!

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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Oggi parla Mattia!

Cari amici, compagni e colleghi, oggi mettiamo da parte (metaforicamente) la chiusura delle frontiere che ci obbligano a rimanere nel nostro amato paese e voliamo in Cina con una meravigliosa intervista del nostro mitico Mattia! A voi il lavoro svolto 🙂

Covid-19 Reportage intervista: Ecco la situazione attuale in tre città cinesi (Xiamen, Pechino, Chongqing)

Grazie alle varie preziose conoscenze intraprese durante il mio anno di scambio presso la Peking University, ho avuto modo di intervistare tramite videochiamata WeChat tre cari amici – rispettivamente uno studente cinese della Hebei Normal University originario di Xiamen,  uno studente nordcoreano della Peking University e un altro ancora, italiano della Chongqing University – che mi hanno fornito informazioni interessanti sulle misure adottate dai governi locali cinesi (delle loro rispettive zone di residenza) per la gestione di una realtà che oggi, in buona parte della Cina, sembra volgere ad una attesissima fine.

Queste le domande poste agli studenti intervistati:

Com’è la situazione attuale in città?

Ci sono restrizioni particolari da parte degli enti locali?

Quando verranno riaperte le scuole nella tua città?

Quali misure o piani di assistenza ha adottato la tua università per agevolare gli studenti?

Ecco Yun Fei, studente cinese di 23 anni della Hebei Normal University of Science & Technology, viene da Xiamen (nella provincia di Fujian, situata 780 km a sud-est di Wuhan) e studia lingue moderne.

Yun Fei parla di “una vita che si avvicina sempre più alla normalità nella mia città natale. La gente ha ricominciato a lavorare, fa shopping, va nei pub e nei ristoranti. Non abbiamo casi di contagi da un mese. Quasi tutto come prima, ma i controlli sanitari sono dappertutto, specialmente nei posti pubblici. È obbligatorio usare sempre la mascherina così come, per l’accesso ai mezzi pubblici, scansionare [attraverso il QR Code di WeChat] il proprio codice identificativo [per rilasciare traccia dei propri spostamenti] e, persino per l’acquisto di antipiretici, rilasciare le proprie generalità. In tutta la provincia [Fujian, 35 milioni di abitanti], ogniqualvolta si esce e si fa rientro nel quartiere di residenza, degli addetti ti misurano la temperatura corporea. Se la tua temperatura è al di sotto di 37°C, il certificato di “via libera” [il 通行证, per gli amici sinofili] appare automaticamente sul tuo cellulare [più precisamente su WeChat, app cinese “factotum” collegata alla tua identità e al tuo codice sanitario sin dal momento di registrazione]. Da qualche giorno, però, questi controlli si limitano soltanto ad alcuni quartieri”.

Yun Fei aggiunge: “Tuttavia tutte le scuole sono ancora chiuse nella mia provincia [Fujian]”. Mentre, in merito al resto delle province cinesi, Yun Fei conclude dicendo che “solo un quarto delle province cinesi ha una data per la ripresa delle lezioni, ovvero fine marzo/inizio aprile”.

L’intervista si è conclusa con un mio “们中国人太厉害!” (“Voi cinesi siete straordinari!”), riferendomi alle serrate misure di sicurezza adottate dai loro governi locali. Yun Fei, ridendo, mi risponde: “In Cina siamo tantissimi, non c’è altro modo per fermare il virus!”.

È la volta di Min-jun, studente nordcoreano ventenne del dipartimento di Marketing presso la Peking University:

“A Pechino la situazione è migliorata tantissimo. Adesso per strada ricomincio a vedere gente e macchine. Ciò non significa che Pechino si è completamente ripresa. Molti negozi e ristoranti sono ancora chiusi. Nei negozi di tutto il distretto ci sono mascherine per tutti, non bisogna fare nessuna corsa per accaparrarsele. Inoltre gli studenti internazionali come me ricevono gratuitamente, dall’università, un tot di mascherine alla settimana. Invece il disinfettante per mani è più difficile da trovare. L’università ha inoltre stanziato un fondo per gli studenti meno abbienti, dando loro un laptop e uno smartphone a titolo gratuito per garantire l’accesso alle piattaforme di didattica online”. In merito alla riapertura dei dipartimenti, Min-jun risponde: “Ancora nessuna notizia dall’università, non ci hanno ancora fatto sapere nulla nemmeno sullo svolgimento dei mid-terms”.

Anche il ventenne Nicola, studente italiano di International Business presso la Chongqing University (Chongqing, municipalità autonoma che conta 30,5 milioni di abitanti, situata a 750 km da Wuhan), racconta che la situazione è migliorata in modo significativo soprattutto nelle ultime due settimane:

“Ieri sera sono andato al bar con i miei amici. Tuttavia ogni locale è ancora tenuto a misurarti la febbre all’ingresso, così come nei centri commerciali. Quest’ultimi, invece, sono tenuti a controllare anche il tuo via libera su WeChat [vedi sopra] per farti entrare. Invece, la maggior parte degli uffici in città sono stati riaperti da due settimane”. Nicola chiarisce che anche a Chongqing “tutti i quartieri sono tappezzati di addetti sanitari che gestiscono gli ingressi e le uscite dei vicinati. Fino a una settimana fa, era possibile uscire ed entrare dalla propria area residenziale solo una volta ogni due giorni, a giorni alterni. Adesso, fortunatamente, non c’è più un limite.” Quanto al contesto università, “tutti i dipartimenti sono ancora chiusi e non si hanno ancora notizie sull’inizio delle lezioni”. Nicola risponde alla mia ultima domanda dicendo che “la mia università, oltre ad averci fornito gratuitamente delle mascherine di tipo n95, ha anche lanciato un programma di assistenza psicologica gratuita per gli studenti in difficoltà.”

Un modello di cui le università italiane potrebbero senz’altro fare tesoro.

Ed infine un quarto amico che vive attualmente nel sud della Cina (ha preferito non essere intervistato e non rilasciare dati personali) mi ha inviato una fotografia di un salone di bellezza a Shenzhen, dove all’entrata si legge che il negozio “proibisce temporaneamente l’ingresso a coloro che hanno una temperatura corporea superiore a 37.3°C e agli amici stranieri”.

In altre parole, amici stranieri, con o senza febbre, non possiamo accogliervi. Decine di stranieri di ritorno in Cina (gran parte di loro sono lavoratori) sono infatti risultati positivi al test. Un capovolgimento di fronti nell’arco di poche settimane: in Cina lo straniero è diventato la nuova e, presumibilmente, ultima minaccia da tenere sotto controllo nella battaglia all’ultimo sangue contro il Covid-19.

Mattia del Vecchio

#MONDAYABROAD…mica tanto!

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Cari amici, compagni e colleghi, iniziamo oggi, tutti insieme, la nostra seconda settimana di quarantena.

Vi parlo sempre da casa mia in Piemonte, dove freddo, nebbia e virus non mancano all’appello da diversi giorni (ahimè).

Monday Abroad sostiene ogni giorno di più la campagna #iorestoacasa: è, difatti, molto importante che ognuno di noi dia il proprio contributo alla causa, come ho già riportato nello scorso articolo, anche se sono sempre più desiderosa di tornare a Roma per potervi rivedere di persona e non dietro a una webcam (che, comunque, menomale che esiste).

Proprio per questo, vi invito a vedere il video che noi studenti abbiamo creato (presente sui profili di Athena, UNINTBlog, UNINTSport e AperilinguaUNINT): oltre ad ammirare i nostri meravigliosi musetti, è veramente incredibile il sostegno e la partecipazione che tanti hanno manifestato nei confronti dell’iniziativa.

Per quanto mi piaccia parlare di tutto ciò che è internazionale (non avrebbe senso il nome della rubrica, altrimenti), in questi momenti di paura e noia, mi sento sempre più orgogliosa della mia Patria e del positivismo che tanti stanno dimostrando in questi giorni (vedi i meravigliosi appuntamenti musicali sui balconi, per esempio).

Dall’Inno di Mameli alle note di Celentano, noi italiani siamo il popolo più sorridente che ci sia e io ringrazio di far parte di tutto ciò.

La quarantena che stiamo affrontando, comunque, ci impone di impiegare le nostre testoline in nuovi modi: io, per esempio, non sapevo che casa mia avesse 103 scalini o che in una videochiamata su Facebook si potessero aggiungere gli effetti e si potesse giocare tutti insieme alle attività proposte dall’applicazione (io consiglio gli unicorni, fatemi sapere che ne pensate).

In più, ho scoperto di non avere grandi doti in cucina (per il momento, visto ciò che sembra attenderci, non escludo di migliorare anche in quest’aspetto), ma sì grandi capacità nel pulire vetri, tapparelle e parquet (quello che mi piace chiamare “effetto Cenerentola”, presto nelle migliori guide di dolce far nulla, topolini annessi).

Insomma, solo noi italiani riusciamo a vedere l’aspetto tragicomico di quest’incresciosa situazione.

Non voglio ripetere dati e informazioni che chiunque di voi può trovare su internet con una semplice ricerca, né tantomeno voglio rattristarvi con il numero di casi presenti nella nostra cara Italia e nel mondo: il mio obiettivo è quello di farvi sorridere e farvi capire che non tutti i mali vengono per nuocere. Siamo, difatti, più uniti, malinconici e potenti di prima (ci voleva il coronavirus per ricordarcelo).

Manteniamo la distanza di sicurezza, ma rimaniamo ognuno a un millimetro dal cuore (la quarantena sta suscitando anche il mio lato poetico, pazzesco).

Daje Italia e daje Mondo: insieme siamo una forza!

Ci vediamo (fisicamente) presto!

Un besito, amici (sempre a più di un metro di distanza)

Ilaria Violi

Monday Abroad: SPECIALE CORONAVIRUS

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Cari colleghi, compagni e amici, Monday Abroad oggi cambia nuovamente rotta: voglio dedicare queste righe al Coronavirus, l’argomento più trattato, specialmente negli ultimi giorni, da giornali, politici, medici ed economisti.
Vi scrivo da casa mia in Piemonte, oggi ancora zona gialla (in quanto si tratta della provincia di Cuneo) per raccontarvi qualche dato: nelle settimane precedenti al giorno in cui la nostra Università è stata sapientemente chiusa per precauzione e prevenzione, ho lavorato molto a delle interviste con tema Covid-19 rivolte ad alcuni dei nostri professori, ai nostri Presidi e al nostro Rettore. Si cercava, difatti, di avere una panoramica generale, gestita da esperti nel settore, su quello che stava succedendo sia nel nostro Ateneo, che a Roma, che in Italia e nel mondo in generale. Purtroppo, il virus si è espanso prima che si potesse concludere il lavoro, ma ciò non ha rallentato la mia forte esigenza di conoscenza rispetto al tema trattato.
Non mi dilungherò molto, voglio solo informarvi su alcuni dati che hanno a che fare con l’internazionalità del tema (più Abroad di così!):

  • Oggi arriviamo a un totale di 110mila contagiati nel mondo (guariti inclusi), con 3.800 morti e 61mila guariti. L’Italia è nelle prime posizioni per contagi, ma, secondo l’articolo de “La Stampa” di Letizia Tortello del 08.03.2020, siamo dopo la Cina (80.700 casi), il Sud Corea (7300) e l’Iran (6500);
  • Partendo dagli USA, dove i casi confermati sono 564 in 34 Stati, il sindaco di New York, Bill de Blasio, invita i cittadini a non prendere la metropolitana, soprattutto se malati. Lo Stato di New York, la California e l’Oregon hanno dichiarato lo stato di emergenza. (Per non parlare della nave Grand Princess che oggi attraccherà nel porto di Oakland con a bordo 3.500 persone tra cui 21 contagiate; del senatore texano Ted Cruz che decide di autoimporsi la quarantena o le misure prese dal Presidente Trump riguardo al tema );
  • Arriviamo in Germania, Paese dal quale negli ultimi giorni sembra essere partita tutta la bufera Coronavirus (dunque siamo veramente noi gli untori d’Europa?), che, con un totale di 1112 casi sottolinea il bassissimo tasso di morte collegato al virus: sembra, difatti, (e spero per loro che si continui con questi numeri, allora) che non vi siano ancora stati decessi avvenuti a causa del Covid-19. Detto ciò, tuttavia, secondo l’economista tedesco Henrik Enderlein, la Germania è solo a una settimana di distacco dal nostro destino e riporta quanto appena citato in un tweet che vi lascio molto volentieri :
  • In Albania, un papà e un figlio tornati da Firenze sono risultati positivi al test e ora sono in quarantena[1];
  • Secondo un articolo di ADNKRONOS, del 09.03.2020 (aggiornato alle 12:28, se proprio vogliamo essere puntigliosi), la Francia rimane nella “Fase 2”, vale a dire che la priorità delle autorità è “fare tutto il possibile per rallentare la diffusione del virus”. Con 1.126 persone infettate e 19 decessi, per lo più anziani, la Francia rimane il Paese europeo più colpito dopo l’Italia e poco prima della Germania (anche se nei giorni scorsi hanno preferito perdere tempo a fare della comicità sul contagio italiano, vedi la Pizza Corona, che, io per lo meno, non ho trovato affatto divertente);
  • Secondo l’ANSA, la Spagna registra un’accelerazione dei contagi saliti oggi a 999, quasi il doppio rispetto ai 589 di ieri. Lo scrive l’agenzia Bloomberg sottolineando che il governo di Madrid ha riunito un incontro di emergenza per valutare l’adozione di “misure drastiche” per contenere la diffusione del virus. Il maggior numero di contagi si registra a Madrid e nei Paesi Baschi. Nella capitale i casi confermati sono aumentati di 200 unità nelle ultime 24 ore mentre i decessi sono raddoppiati (16 le vittime segnalate oggi contro le 8 di ieri).
  • Per ultimo, ma non per importanza (anzi!) voglio citare il calo di casi in Cina e la conseguente ripresa dello Stato: lo ha riferito la National Health Commission, segnalando che il numero è in calo rispetto ai 44 casi del giorno precedente. Il numero totale di casi confermati nella Cina è di 80.735. Il bilancio delle vittime dallo scoppio dell’epidemia ha raggiunto quota 3.119. La provincia centrale di Hubei, epicentro dell’epidemia, ha registrato 21 nuovi decessi, 18 dei quali a Wuhan, dove le autorità hanno sospeso oggi le attività di un altro ospedale da campo, il quattordicesimo, utilizzato per far fronte all’emergenza. La struttura di Jianghan a Wuhan, riconvertito da centro espositivo internazionale a ospedale, è stato chiuso. Le autorità locali hanno fatto sapere che le ultime due strutture ospedaliere temporanee rimaste in funzione in città dovrebbero chiudere domani[2].

Questi sono solo alcuni dei dati che in questi giorni mi hanno chiamato l’attenzione e che, con molto piacere, vi ho riportato.

Come possiamo vedere, la situazione non è da sottovalutare né in Italia, né nel mondo intero.

Da studentessa, posso consigliarvi di seguire le norme che lo Stato ha scelto di adottare: laviamoci spesso le mani, evitiamo i luoghi affollati e, se viviamo in una zona rossa, preferiamo la lettura di un libro alla tipica passeggiata. (Ci incoraggiano al Netflix and Chill, in pratica;) )

Sperando che i nostri esperti riescano a risolvere il prima possibile la situazione, cerchiamo di vivere questi momenti con tutto il positivismo possibile e concessoci.

A presto, raga!

Un besito (a distanza di almeno un metro e mezzo;) )


[1] Fonte: articolo di “Repubblica” del 09.03.2020

[2] Fonte: articolo di “Repubblica” del 09.03.2020

[3] Fonte: articolo di “Repubblica” del 09.03.2020

[4] Fonte: articolo di “Repubblica” del 09.03.2020

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD

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Oggi #MondayAbroad torna a Lille… passando per l’Algeria! La splendida Maïssane è, difatti, francese, ma con origini (da parte di entrambi i genitori) algerine.
Le lingue sono la sua grande passione: se si parla (in) di algerino, inglese e italiano, Maïssane si sente sicuramente a suo agio. Studia italiano da 7 anni: “mi piacerebbe insegnare francese in questo meraviglioso stato o, comunque, italiano in Francia. L’Italia è meravigliosa: fino a ora sono riuscita a vedere molto, ma non sono ancora soddisfatta. Vorrei andare in Sicilia, visitare il sud e riuscire a toccare con mano quanto posso di questa grande cultura.”

“Culture, amusement et voyage!” Maïssane racconta così la sua esperienza. Tre parole che la dicono lunga sull’Erasmus di per sé. A mio avviso, ha scelto le parole migliori: la cultura è fondamentale quando si vivono queste avventure, si parte con la piena consapevolezza della propria, ma al rientro ti rendi conto che c’è, anche se in piccola parte, una coscienza straniera è entrata a far parte di te. Si tratta di Intercultura, quello spazio che rimane a metà tra due (o più) culture, l’incontro, lo scontro e, infine, la loro unione. Nella maggior parte degli Erasmus, questa crescita culturale si sviluppa attraverso il divertimento: ridendo e scherzando, non ti rendi conto del passare del tempo e delle tante nozioni che hai appreso, delle varie tradizioni a cui hai partecipato e le abitudini che hai sviluppato. Il tutto unito all’esperienza che più t’insegna a vivere: il viaggio.
Viaggiare non è solo prendere un aereo e partire; viaggiare è la meraviglia di scoprire il nuovo anche là dove non ce lo saremmo mai aspettati; viaggiare è crescere, stupirsi e tornare più ricchi di prima (shh, non diciamolo al portafoglio!;) )

Come ho già detto, Maïssane ha origini algerine “pur essendo nata in Francia, mi sento molto più algerina che francese… e il bello è che non ho mai avuto il piacere di andare in Algeria! C’è, comunque, qualcosa che mi porta a dirlo: sarà l’educazione che i miei genitori mi hanno impartito, la lingua che con loro sono abituata a parlare… dopo quest’esperienza, comunque, sono consapevole di avere anche una terza casa: l’Italia.”

Maïssane Boussekine

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Oggi Monday Abroad vola a Marrakech con Ihssane Rouhi!

Marrakech, situata al centro-sud del Marocco, è la più importante delle quattro Città Imperiali (Marrakech, Fès, Rabat e Meknès, devono il nome all’opera delle varie dinastie regnanti che, in tempi diversi, le scelsero come residenza, aumentandone il fascino durante il proprio regno attraverso importanti interventi architettonici). È divisa in due parti: la Città Vecchia (Medina, una vecchia cittadina fortificata brulicante di venditori con le loro bancarelle) e la Ville Nouvelle (costruita dai francesi negli anni ’30 durante la dominazione coloniale).

La Medina è patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dal 1985, significa “la città illuminatissima” ed è un luogo magico dove ci si può lasciar trasportare dal profumo del tè. La città vecchia è protetta da un insieme di bastioni di terra rossa in un labirinto di viuzze e palazzi, mercati e moschee, cupole e minareti.

Uscendo dalla Città Vecchia, arriviamo alla Ville Nouvelle, i cui simboli sono il quartiere Guéliz e il suo complesso residenziale moderno l’Hivernage, il Mercato Generale e il minareto della Koutubia, la famosa moschea con il minareto a base quadrata.

Oltre a raccontarmi della sua meravigliosa città, Ihssane si è divertita a spiegarmi il “problema delle lingue”: un po’ come qua in Italia ci distinguiamo per i nostri vari dialetti, anche in Marocco si parlano più lingue, come per esempio l’arabo marocchino, chiamato “Darija”, molto diverso dall’arabo standard perché caratterizzato da una diversa pronuncia, vocaboli e coniugazione dei verbi (molto difficile, tra l’altro, da imparare, in quanto si tratta di una lingua parlata e il solo modo per apprenderlo è attraverso la gente locale).

Ihssane descrive il suo Erasmus con tre splendide parole: “enjoy, friends, travelling”.

“È stata un’esperienza diversa da qualsiasi altra: mi sono confrontata con gente proveniente da zone del mondo diverse da me, sono quindi cresciuta, ho studiato e ho imparato. Ho conosciuto persone stupende che porterò sempre nel cuore… È stato tutto perfetto, anche se è ora di tornare a casa.”

Ilaria Violi

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Oggi conosciamo Krystal Hu Xuexin, direttamente da Pechino, una ragazza spumeggiante, allegra e solare.

Il suo Erasmus, svolto durante il primo semestre, è stato un mix esplosivo di “travelling, flying and party”: oltre a prendere la palla al balzo e visitare molti luoghi d’Europa e non (la nostra Krystal è approdata anche in Marocco per qualche giorno), quest’esperienza l’ha aiutata a crescere, conoscere e conoscersi.

“Ci sono grandi differenze tra la Cina e l’Italia: non voglio rimanere sul banale, ma anche solo a livello architettonico, sono due mondi totalmente diversi. Poi le persone, il cibo, le tradizioni e, per toccare il mio campo di studio, lo stile: in Cina si cerca di seguire una moda che è per tutti uguale, mentre in Italia ho notato che ogni persona ha la sua propria idea di fashion, che mantiene, modernizza, cambia, sviluppa col passare del tempo; dal casual allo sportivo, dall’elegante al retrò, ringrazio l’Italia per avermi insegnato che anche lo stravagante può essere fine… come si dice qui, il mondo è bello perché è vario e ora ne ho la prova.”


Krystal ha, difatti, frequentato le lezioni della Facoltà di Economia, corso di laurea magistrale in Economia e management internazionale – curriculum in Lusso, made in Italy e mercati emergenti: “un’altra differenza che ho riscontrato è il metodo di studio. In Cina siamo come fogli bianchi su cui scrivere il sapere: non importa capire, ma saperlo ripetere, quindi passiamo anni della nostra vita a imparare nozioni; qui è stato diverso perché ho potuto toccare con mano quello che potrebbe essere il mio futuro tramite attività particolari e invoglianti. È stato proprio quando ho capito che oltre a saper ripetere sapevo anche applicare che mi son sentita più orgogliosa di me stessa e del mio lavoro”.

Vista la sua provenienza, è stato comunque difficile sorvolare sull’argomento che a oggi è sulla bocca di tutti: il coronavirus. “Non ho paura di ritornare in Cina, anche perché quella è sempre casa mia. Il virus è un problema serio e da affrontare con la giusta cautela e la massima serietà… per il momento, ho sentito la mia famiglia e stanno tutti bene (e questo è ciò di cui più m’importa!).

Sono comunque fiduciosa: siamo cinesi, siamo veloci a far tutto (quindi spero anche a trovare una cura!)”.

Auguriamo il meglio alla nostra piccola Mulan, torna presto a trovarci, ti aspettiamo a braccia aperte!

Ilaria Violi

#MONDAYABROAD: 10 CURIOSITÀ SULLA SCOZIA

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Terra di lande sterminate ed atmosfere gotiche, tra verdi pascoli e castelli arroccati, protagonista di mille e più leggende, oggi andiamo alla scoperta della Scozia e di alcune curiosità che la riguardano e che, forse, non conoscete ancora.


1. Noi italiani abbiamo sicuramente qualcosa in comune con i nostri amici scozzesi: riguarda la capitale Edimburgo. Infatti, questa città gotica è stata costruita su sette colli proprio come la capitale italiana!

2. Dati i fantastici paesaggi, ricchi di vegetazione e di alberi rigogliosi, la Scozia è stata in passato protagonista di tantissimi incendi. Proprio per questo motivo la Scozia è stata una delle prime nazioni al mondo ad “inventare” il corpo dei vigili del fuoco!

3. Un altro elemento che ci accomuna alla Scozia riguarda le case dell’isola di Orkney, definite la “Pompei scozzese”. Oggi è patrimonio dell’Unesco!

4. La Scozia è rinomata per la cordialità e la simpatia dei suoi abitanti. Per celebrare la convivialità ogni anno, a Braemar, si svolgono numerose gare tradizionali come il tiro alla fune, il lancio del masso, e il famoso lancio del tronco, gara a cui la famiglia reale assiste con piacere.

5. “La notte di Robbie Burns” è una tipica festività appartenente alla tradizione scozzese: ogni gennaio le famiglie scozzesi si riuniscono a tavola con il kilt che contraddistingue la propria famiglia. Un membro della famiglia è chiamato a recitare una poesia e ad incidere l’haggis (un insaccato di interiora di pecora)!

6. La rete ferroviaria metropolitana e regionale più grande della Gran Bretagna, dopo Londra, è proprio quella di Glasgow, in Scozia!

7. L’inglese non è l’unica lingua parlata in Scozia! Quali sono le altre? Il gaelico e lo scozzese! Il gaelico è parlato soprattutto nelle isole Ebridi esterne, ha origini celtiche e linguisticamente è molto lontano dall’inglese. Lo scozzese è parlato soprattutto nelle Lowlands Scozzesi ed è una lingua del ceppo germanico, affine all’inglese!

8. Il famosissimo Sherlock Holmes è nato ad Edimburgo. Sapevate questa curiosità? Doyle si trovava proprio in Scozia quando, colto dall’ispirazione, ha iniziato a scriverlo!

9. Anche Harry Potter è nato in Scozia! Il simpatico maghetto della scuola di Hogwarts che ha incuriosito adulti e piccini è stato inventato proprio nella città di Edimburgo!

10. La Scozia è il paese con la più alta percentuale di gingers, persone dai capelli rossi, al mondo; si stima che la media sia del 2%, mentre qui tocca ben il 13%. Inoltre gli scozzesi hanno la possibilità più alta di nascere con gli occhi blu rispetto al resto degli abitanti del Regno Unito.

#MONDAYABROAD: CURIOSITÀ DA SCOPRIRE SUL BELGIO

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Il Belgio è una nazione che presenta sia strange and fun facts che molte curiosità, tra cui Manneken Pis, la statua del ragazzo che urina. Eccone alcuni!

  • La rete stradale del Belgio è l’unica rete stradale visibile dalla luna a causa del numero di luci.
  • L’aeroporto di Bruxelles, Zaventem, vende annualmente tonnellate di cioccolato ed è il più grande punto di vendita di cioccolato al mondo, con una media di 1,6 kg di cioccolato venduti ogni minuto.
  • La città di Durbuy è la città più piccola del mondo, con una popolazione di circa 500 abitanti.
  • Sono ben tre le lingue ufficialmente parlate in Belgio. Anche per questo Bruxelles è soprannominata “Capitale d’Europa”! Difficile perciò arrivare in Belgio e… non riuscir a comunicare.
    Si parla fluentemente l’olandese a nord, il francese a sud e il tedesco a ovest. Conosciuto anche il vallone, un’antica lingua romanza da molti ancora parlata quasi dialetticamente (soprattutto ovviamente in Vallonia, regione a Sud del Belgio) e più che altro tramandata in famiglia, di generazione in generazione.
  • Più di 1000 varietà di birra sono fabbricate in Belgio; puoi bere una diversa varietà di birra ogni giorno per tre anni senza ripetizioni. Non sono solo le patatine fritte e il cioccolato ad esser famosi da queste parti. L’anno scorso l’UNESCO ha inserito la cultura belga della birra nella sua lista del “patrimonio culturale immateriale dell’umanità”. La produzione della birra in Belgio risale al XII secolo e oggi nel paese esistono circa 180 birrifici. Certo, magari ci sono altri paesi che, in termini di quantità, producono più birra, ma il Belgio è noto soprattutto per la grande varietà di tipologie di birra.
  • È importante ricordare che se la sede del Parlamento Europeo si trova a Strasburgo, la maggior parte delle attività delle commissioni parlamentari si svolge a Bruxelles. Per anni, infatti, il Belgio e la Francia si sono contrapposti sulla determinazione della sede ufficiale. È stato in occasione del consiglio europeo di Edimburgo, nel 1992, che è intervenuto un accordo politico, con cui il Belgio accettava che Strasburgo diventasse a termine la sede ufficiale, con dodici sessioni plenarie, a condizione che le altre attività politiche (riunioni delle commissioni, dei gruppi politici e plenarie supplementari) restassero a Bruxelles. Questo accordo è stato ufficialmente sancito dal trattato di Amsterdam (in vigore dal 1999).