La rassegna stampa internazionale dell’UNINT

Terza edizione speciale della rubrica di approfondimenti tematici della nostra rassegna stampa: uno sguardo più nel dettaglio su diverse tematiche di spicco nel mondo.

EUROPA

APPROFONDIMENTO TEMATICO: L’inaspettato rimpasto di governo francese

La storia d’amore tra il presidente francese Emmanuel Macrone l’ormai ex primo ministro Edouard Philippe si è conclusa lo scorso 3 luglio. Come riportato da Le Figaro, dopo diverse settimane di intense discussioni, i due  si sono trovati d’accordo sulla necessità di un rimpasto di governo per incarnare una nuova tappa del mandato di Macron. Tuttavia, è difficile comprendere a pieno cosa abbia spinto Edouard Philippe, il personaggio ormai popolare che ha gestito a sangue freddo la crisi dei gilet gialli e la pandemia da Covid-19, a rassegnare le dimissioni. Mentre il sito web l’Internaute parla di una procedura abituale in una fase di rimpasto del governo, il quotidiano Le Monde fa riferimento al fatto che Philippe contestava eccessivamente le scelte di Macron. Secondo quanto riportato dal quotidiano Ouest-France, a poche ore dalle dimissioni di Edouard Philippe, il Presidente ha prontamente espresso l’intenzione di circondarsi di una équipe rinnovata per iniziare un nuovo percorso.

Personaggio poco conosciuto e soltanto di recente sotto i riflettori della scena politica francese, chi è Jean Castex? Membro dell’Union pour un mouvement populaire e poi dei Repubblicani, fu sindaco di Prades dal 2008 al 2020, Vicesegretario Generale dell’Eliseo dal 2011 al 2012, assessore regionale del Languedoc-Roussillon e infine del consiglio dipartimentale dei Pirenei Orientali fino al 2020. Nel mese di aprile, riporta 20 minutes, durante l’isolamento contro la crisi sanitaria da Coronavirus, è stato incaricato di coordinare le strategie del governo per il deconfinamento dei francesi, in quarantena dal 17 marzo.

All’età di 55 anni, nella sua carriera Jean Castex non ha mai ricoperto cariche ministeriali, ma agli occhi del presidente Macron è il candidato perfetto: è un alto funzionario, ma in contatto con le realtà locali francesi; viene etichettato come repubblicano, ma è considerato un uomo aperto al dialogo. Nonostante il ricco curriculum vitae di Castex, il focus dei media si è concentrato sulle sue origini meridionali. Come riportato da France Bleu, il nuovo Primo ministro è stato deriso sui social per il suo accento del Sud, ma i suoi sostenitori sono andati in suo soccorso, difendendo il suo accento e condannando gli insulti come “glottofobia”, una forma di discriminazione basata sul linguaggio o sull’accento.

Nella veste di primo ministro, Jean Castex esprime la sua priorità: il rilancio dell’economia nazionale, colpita duramente dalla crisi sanitaria. Perciò, intende investire strategicamente nei settori più innovativi. Come riportato da BFM Eco, Jean Castex svela, durante il suo primo discorso politico, che il piano di rilancio economico avrà un costo ben superiore a 100 miliardi di euro: 40 miliardi sono destinati al settore dell’industria, 38 miliardi per la lotta contro la disoccupazione, una spesa di 20 miliardi per le tecnologie verdi e di altri 32,5 miliardi nei settori della sanità, della formazione e della ricerca pubblica.

EA.V.

APPROFONDIMENTO TEMATICO: Le unioni civili

Con l’acronimo LGBT, in uso fin dagli anni Novanta, ci si riferisce alla comunità di lesbiche, gay, bisessuali e transgender ed il termine è ormai utilizzato convenzionalmente dai media in tema di sessualità e identità di genere. Dopo innumerevoli battaglie volte ad eliminare la discriminazione di genere, ancora oggi il mondo si divide. La volontà di inclusione spesso si scontra con le leggi, le diverse realtà politiche e l’ignoranza. In Svizzera, il quotidiano 20 Minuten ha seguito con una telecamera nascosta una coppia di gay tra le strade di Zurigo. Uno spaccato di quotidianità che ancora cela ferite e paure a mostrarsi liberamente per ciò che si è senza essere giudicati o, peggio ancora, in alcuni episodi riportati, vezzeggiati e picchiati. «Alcuni vedono l’omosessualità in pubblico come un’ostentazione e una provocazione, sarebbe bello se le cose cambiassero, prima o poi» – afferma una coppia. Un’omofobia apparentemente radicata che la Svizzera vuole estirpare. Chiamati ad esprimersi in un referendum, gli elettori elvetici hanno approvato con una maggioranza di oltre il 63% la nuova legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Una norma contestata invece da conservatori e populisti che, stando a quanto riportava lo scorso febbraio la rivista Schweizer Illustrierte, hanno messo in guardia rispetto alla censura e alla libertà di espressione. Argomenti smentiti apertamente dal Presidente del Consiglio svizzero Janiak: «il problema non sono le battute sui gay, ma non bisogna seminare l’odio. L’incitamento all’odio e al disprezzo per alcuni settori della società va oltre l’espressione di semplici opinioni». Tuttavia, il Paese ha in serbo grandi passi in avanti: la maggioranza del Consiglio Nazionale è favorevole alle unioni civili. Come si leggeva i primi di giugno sulle pagine di 20 Minuten, le disposizioni che regolano il matrimonio tra coppie etero rischiano di essere applicate anche a persone dello stesso sesso. Di conseguenza, non sarà più possibile costituire nuove unioni domestiche registrate. Ad oggi non c’è ancora una data ma il progetto di legge potrebbe essere ripreso già a settembre.

In Germania al contrario l’omofobia non è così radicata. L’omosessualità è stata oggetto di discriminazioni e persecuzioni per lungo tempo, specialmente durante l’epoca nazista. Tuttavia, ora è ampiamente accettata, non ci sono più leggi che puniscono questo tipo di relazioni. Un sondaggio del 2016 su queer.de mostrava che in Germania si descrivevano come lesbiche, gay, bisessuali e transgender più persone che in altri Paesi europei. Il matrimonio tra coppie dello stesso sesso qui è possibile dal 1° ottobre 2017. Oggi numerose organizzazioni e diversi politici si impegnano a tutelare i diritti delle persone omosessuali.

L.R., M.S.

APPROFONDIMENTO TEMATICO: “One belt, one road”, quando la nuova Via della Seta unisce nuovamente Occidente e Oriente.

Nel settembre 2013, Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese e segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, annunciò l’iniziativa commerciale della “Nuova Via della Seta cinese” o “One belt, one road”, una fitta rete di infrastrutture per mare e per terra che avrebbero collegato economicamente la Cina con l’Asia Centrale, l’Europa e l’Africa.

L’iniziativa è stata accolta con entusiasmo in Russia, la quale trae grande beneficio economico dal suo ruolo di “Paese di Transito”. Infatti, nonostante si siano protratte a lungo le trattive commerciali, e ci siano state battute d’arresto nel processo di firma dei memorandum d’intesa, tra Russia e Cina sono stati stipulati importanti accordi bilaterali. I due Paesi infatti si sono impegnati per la costruzione di navi e petroliere, per cui la Cina ha stanziato 27 miliardi di rubli (310 milioni di euro), al fine di estendere i commerci e gli scambi commerciali in una “via della Seta nei mari del nord”.

Inoltre, entro il 2024, la Russia prevede di raddoppiare il suo fatturato commerciale con la Cina a 200 miliardi di dollari. Questo sarà possibile tramite l’aumento di forniture di petrolio, gas e legname.

Tuttavia, è naufragato il progetto ferroviario di 850 km che doveva collegare Mosca con Kazan, poiché Russia e Cina non sono riuscite a stipulare un accordo: il governo russo avrebbe dovuto sostenere interamente i costi del progetto. La Russia infatti, dovrebbe offrire alla Via della Seta la modernizzazione della ferrovia Transiberiana, che permette ancora lo scambio di merci tra la Russia e la Cina. “Ma il problema subentra nella già presente congestione delle merci russe nazionali che viaggiano molto lentamente, in tale situazione risulta difficile sostenere un transito aggiuntivo su larga scala dalla Cina” sostiene Goichman, analista della società TeleTrade.

Secondo gli esperti inoltre, il problema partecipazione della Russia al progetto non risiede solo nella carenza dei finanziamenti, bensì e soprattutto nelle dinamiche geopolitiche e negli attriti tra Russia e Occidente. Le relazioni tra Cina e Occidente, in particolare con gli Stati Uniti, sono invece di diversa natura poiché è sul piano economico, non tanto su quello politico che sussistono tali tensioni.

L’altra faccia della medaglia e uno dei motivi del ritardo del progetto, come precedentemente spiegato, consiste che le due parti, rispettivamente Russia e Cina, tendono a essere prevaricatrici e poco diplomatiche sia tra loro sia nei rapporti con altre potenze: se da una parte la Russia è poco disposta al dialogo, dall’altra la Cina tende a imporre le sue condizioni, spesso svantaggiose dal punto di vista russo, ad esempio nel voler fornire nell’ambito di progetti comuni la propria manodopera e i propri mezzi; ce lo riporta l’agenzia di stampa Gazeta.ru.

D.S., S.N.

AFRICA

APPROFONDIMENTO TEMATICO: Diga del Rinascimento, progresso o minaccia?

Più volte si è parlato della cosiddetta “Diga del Rinascimento”, il megaprogetto che vede coinvolti Egitto, Etiopia e Sudan.

Un progetto di vitale importanza per la crescita economica etiope ed una minaccia per gli altri

due Paesi, ma qual è la ragione che rende questa situazione così complicata?

Una delle carenze di maggior rilievo nell’Africa subsahariana è rappresentata dalla scarsità di energia elettrica. Tra i Paesi che più soffrono di questa problematica rientra l’Etiopia, terzo Paese più popoloso del continente con oltre 100 milioni di abitanti, il 70% dei quali non ha accesso all’elettricità. Per fronteggiare tale necessità, da quasi un decennio il Paese è impegnato nella costruzione della più grande diga del continente africano. Le trattative si trascinano da altrettanto tempo, con accuse da parte etiope che l’Egitto non si stia impegnando per garantire una distribuzione equa delle risorse idriche. L’Egitto, da parte sua, afferma che l’Etiopia stia agendo troppo in fretta, non considerando come la diga condizionerà l’accesso all’acqua di milioni di africani. Il Sudan sembra seguire per lo più la posizione egiziana.

In altre parole, la presenza di una diga costruita sulla valle del Nilo Azzurro, tra l’Etiopia e il Sudan, andrebbe a modificare la quantità d’acqua che scorre verso l’Egitto e ciò potrebbe comportare una grande scarsità d’acqua ai danni della popolazione che vive lungo il delta del Nilo, ovvero il 95% della popolazione egiziana, mettendone a rischio la sopravvivenza.

Il costo del progetto, pari a cinque miliardi di dollari, vede un importante sforzo economico della comunità etiope, che è riuscita a stanziare tre miliardi di dollari, mentre i rimanenti due miliardi arrivano dalle aziende cinesi Voith Hydro Shanghai e China Gezhouba Group. La costruzione dell’imponente diga è stata affidata all’azienda italiana Salini Impregilo ed una volta completata, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, riuscirà a produrre 16400 Gwh (Gigawattora), potendo così garantire una quantità di energia elettrica sufficiente alla popolazione etiope, nonché la vendita di energia elettrica a terzi.

La diga è oramai in fase di definizione, difatti la disputa tra i Paesi non verte tanto sulla costruzione, difficile da impedire, bensì sulla velocità di riempimento dei 74 miliardi di metri cubi di riserve della Diga, come riportato da Skynews Arabia. L’Etiopia è interessata ad accelerare il processo, al fine di rendere la diga operativa già dal 2025. L’Egitto invece è intenzionato ad allungare i tempi fino a 15 anni, in modo da attenuare la riduzione dell’afflusso di acqua nel Paese.

Dal punto di vista politico la situazione appare altrettanto delicata: il primo ministro etiope Abiy Ahmed rischia di non realizzare lo slancio economico promesso ai suoi connazionali, perdendo così la propria credibilità, mentre il presidente Al-Sisi deve mantenere fermezza, specialmente per ciò che riguarda i temi di sicurezza nazionale. I Paesi in passato non hanno escluso l’uso della forza per trovare una soluzione alla questione.

S.H.

AMERICA

APPROFONDIMENTO TEMATICO: il disboscamento dell’Amazzonia e le comunità indigene

Il disboscamento dell’Amazzonia è stato un argomento molto discusso dai media lo scorso anno con notizie di tagli e incendi. Eppure, quest’anno, anche se non ne abbiamo sentito più parlare così tanto, la situazione non è migliorata. Infatti, l’Instituto Brasileiro de Pesquisas Espaciais (INPE) ha stimato che tra gennaio e aprile sono stati bruciati 1202 km² di foresta, per un aumento del 55% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il numero più alto dal 2015 secondo Estadão. Si ricorda che in totale l’Amazzonia copre circa 7 milioni di km², di cui 5.5 occupano il Brasile, mentre il resto si estende negli altri Paesi confinante. Tuttavia, il problema non riguarda solo gli incendi e i tagli abusivi per attività commerciali ma anche la biopirateria, l’invasione dei territori delle comunità indigene, le miniere, la ricerca di nuovi ingredienti per l’industria farmacologica e la commercializzazione di nuovi articoli venduti come “nativi” ed esotici, per esempio frutti come l’açaí e il cupuaçu. La concentrazione del potere militare ha indebolito gli organi che si occupano della protezione dell’Amazzonia, inoltre si dice che in generale il Ministero dell’Ambiente (Ministério do Meio Ambiente) sia meno organizzato e preparato rispetto agli anni passati, mentre il governo federale non ha applicato come dovuto la legge contro i reati ambientali, anzi ha ridotto gli investimenti per alcuni organi importanti che si occupano della preservazione ambientale, come riferisce Repórter Brasil.

In Brasile, come riporta BBC Brasil, il presidente Bolsonaro è accusato di compromettere la vita delle comunità di indios. I leader delle varie comunità denunciano il presidente di non aver adottato le misure necessarie per proteggere i loro popoli, visto che sono sempre di più le zone dell’entroterra colpite dal Coronavirus. Prima della pandemia, “grazie” al governo Bolsonaro il programma Mais Médicos (un servizio sanitario per gli indios) ha subito una riduzione, rendendoli più vulnerabili. Inoltre, sempre il governo, ha chiuso gli occhi più volte di fronte alle azioni (illegali) dei garimpeiros, ossia dei ricercatori di oro e pietre preziose, i quali hanno infettato molti indios. Il Ministero della Salute conta circa 10 mila casi confermati di Coronavirus tra gli indigeni e 198 decessi. La Giunta dei Popoli Indigeni del Brasile ritiene che questo numero sia stato ritoccato e che in realtà i decessi siano 461 e i contagiati 13 mila. Nelle ultime settimane i leader di diverse comunità sono riusciti a vincere nel Tribunale Supremo Federale una battaglia: costringere il governo a prendere dei provvedimenti. Alcune di queste comunità sono state più colpite rispetto ad altre: ad esempio gli Xavantes. Si tratta di 23 mila persone che vivono in un’area divisa in nove terre indigene nel Mato Grosso. I casi affermati sono 200 e i decessi 23. Tra questi, c’è chi è stato trattato con l’idrossiclorochina, un medicinale “pubblicizzato” da Bolsonaro come cura al virus ma che in realtà la comunità scientifica sconsiglia.

D. F. M.P.

APPROFONDIMENTO TEMATICO: I silenziosi eroi della pandemia

La pandemia di Covid-19 ha messo e continua a mettere a dura prova molti Paesi nel mondo: non basta pensare di avere concluso la quarantena, il virus è ancora con noi e proprio per questo motivo bisogna essere pronti, capaci e coraggiosi sia per saperci difendere in caso di una nuova ondata, sia per tutti coloro che hanno lottato, lottano e sempre lotteranno per far sì che tutto questo finisca e si possa finalmente tornare alla normalità.

Eroi senza mantello, identificabili sia in preparate figure del personale sanitario, sia in ogni persona che ha deciso di dare un ulteriore supporto alla causa.

Tra le tante storie del mondo ispano che possono essere raccontate, ricordiamo la dolcezza e la forza dei bambini figli di medici e infermieri dell’ospedale “Reina Sofía” di Cordoba e “Alto Guadalquivir” di Andújar, i quali hanno commosso con la canzone “Los héroes llevan bata” (trad. “Gli eroi indossano il camice”); qualche pubblicazione fa, inoltre, abbiamo messo in risalto la storia di Nubia e dei suoi figli, diventati famosi grazie al loro canale, nel quale caricano video inerenti la loro vita nella campagna colombiana e spiegano come può la natura aiutare loro e chiunque in un momento così complicato a livello economico, psicologico e fisico.

Storie simili sono, per fortuna, all’ordine del giorno: secondo quanto riportato da Noticias ONU, il Centro de Información de las Naciones Unidas in Argentina ha raccolto in una serie di video le testimonianze delle persone che stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per rendere la vita durante la quarantena il più semplice possibile. Tra queste, riportiamo l’esempio di Convidarte, una rete di più di 4000 volontari che consegnano giorno per giorno un pasto caldo fatto in casa a più di 30 rifugi, un vero esempio di amore e solidarietà. In un altro articolo di Noticias ONU si parla di un’iniziativa attuata dalle Nazioni Unite volta a complementare il lavoro del Governo colombiano, contribuendo all’informazione e alla tutela soprattutto dei più bisognosi e che è arrivata ad assistere 718.000 persone negli ultimi mesi mediante la consegna e l’utilizzo di kit di vario genere.

Tornando in Spagna, è molto interessante leggere in Héroes19 la lista delle 60 iniziative esemplari durante la crisi sanitaria del Covid-19, tra le quali risalta la donazione a polizia e ospedali di Granada da parte dell’impresa manifatturiera Plásticas Vílchez, l’occupazione degli hotel della catena alberghiera Meliá per far alloggiare i pazienti affetti dal virus e la cosiddetta “Operación Vecino”, una rete di 250 volontari che, con l’aiuto della tecnologia, hanno creato un servizio di assistenza per persone che, per esempio, sono state costrette a trascorrere la quarantena da sole.

L.C., M.D.F. e I.V

ASIA

APPROFONDIMENTO TEMATICO: Curiosità sulla lingua cinese e i neologismi del cambiamento sociale

Il mensile Focus, ci porta alla scoperta della lingua cinese, svelandoci diverse curiosità su questa lingua così affascinate e all’apparenza complessa.

La lingua cinese è suddivisa in sette gruppi dialettali diversi (Putonghua, Gan, Kejia Min, Wu, Xiang, e Yue), con differenze paragonabili a quelle che vi sono fra le lingue europee. L’idioma ufficiale della Repubblica Popolare Cinese è il Phutonghua, ovvero il dialetto di Pechino, conosciuto dagli occidentali come “cinese mandarino”. È la lingua più parlata al mondo e una delle sei ufficiali delle Nazioni Unite.

È utile sapere che il mandarino non ha alfabeto, ma ideogrammi. Il sistema di scrittura ideografico è riconducibile a oltre 4.000 anni fa e ogni simbolo rappresenta un morfema (un’unità espressiva della lingua).  Il cinese tradizionale, utilizzava caratteri che rappresentavano l’effettivo significato di quella parola, ma con il tempo essi si sono evoluti e vengono utilizzati anche per esprimere concetti più astratti. Il cinese mandarino oltre ai caratteri, utilizza il Pinyin, un sistema attraverso il quale il suono dei caratteri viene traslitterato, cioè trasposto nelle lettere dell’alfabeto occidentale.

La grammatica cinese, al contrario di quanto si possa pensare è estremamente semplice. Non ci sono coniugazioni verbali e i tempi sono espressi utilizzando espressioni di tempo come “domani, ieri, in futuro” e particelle aspettuali. Inoltre, non c’è distinzione tra sostantivi singolari e plurali, o per genere.

Il cinese, come la maggior parte delle lingue parlate in Asia, è una lingua tonale. Lo stesso monosillabo, cioè, si può pronunciare con quattro diversi toni di voce e assumere quindi quattro diversi significati.  Agli occidentali che si approcciano allo studio della lingua cinese, la prima sillaba che viene insegnata è “Ma”, che a seconda del tono, può significare: mamma, canapa, cavallo e insultare.

 A causa di cambiamenti sociali, accadimenti politici e i nuovi fenomeni collettivi, il linguaggio cinese si è evoluto e ha creato nuove parole per esprimere nuovi concetti. Di seguito se ne riportano alcuni esempi:

“ye jingji “o “economia notturna”, si riferisce alle attività commerciali nel settore dei servizi tra le 18:00 e la mattina seguente. Sfruttando il potenziale di consumo per lo shopping, la ristorazione e le attività di intrattenimento serale, l’economia notturna ha dato nuova vitalità alla crescita economica della Cina nell’ultimo anno.

– “jiesu jiban” o “Gestire una lamentela ricevuta “, una frase che si riferisce ad una nuova politica messa in atto dal governo municipale di Pechino per migliorare il servizio di sussistenza della popolazione a livello primario.

“Bing Dwen” e “Shuey Rhon Rhon” sono i nomi delle mascotte per i Giochi Olimpici e Paraolimpici invernali di Pechino 2022: rappresentano un panda gigante paffuto e un bambino con l’immagine della lanterna rossa.

“xiang zi hao” o Marchi bucolici” deriva da un’iniziativa del governo che mira a promuovere marchi per prodotti o servizi agricoli, per ridare vitalità al settore rurale.

– “shazhu pan” o “Truffa del macellaio-maiale “è un termine usato per un nuovo tipo di frode online in cui i truffatori, ingannano le vittime fingendo un interesse nei loro confronti per conquistarne la fiducia, così da poterle inserire in un giro di gioco d’azzardo.

G.R.

OCEANIA

APPROFONDIMENTO TEMATICO: La riapertura delle scuole

Secondo l’Evening Standard,nel Regno Unito i ricercatori temono che una seconda ondata di coronavirus potrebbe essere due volte peggiore della prima, se non si intensificano i test e la tracciatura dei contatti prima della riapertura delle scuole. L’analisi, pubblicata su The Lancet Child And Adolescent Health, propone che i pub potrebbero chiudere per permettere ai ragazzi di tornare in classe mantenendo bassa la diffusione del virus.

La riapertura prevista per settembre verrà accompagnata dal cosiddetto programma “test-trace-isolate” con una copertura nazionale per evitare la temuta seconda ondata di contagi, come si legge su Indipendent.

Il capo delle Nazioni Unite ha dichiarato che la pandemia di coronavirus ha portato alla più grande interruzione dell’educazione della storia: la chiusura delle scuole in più di 160 Paesi, colpendo più di un miliardo di studenti. Inoltre, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha affermato che il mondo si trova ad affrontare “una catastrofe generazionale che potrebbe sprecare un potenziale umano indescrivibile, minare decenni di progresso ed esacerbare le disuguaglianze radicate”.

Anche il Canadasi sta organizzando per la riapertura delle scuole, mentre gli studenti e gli insegnanti si preparano ad affrontare il nuovo anno scolastico insolito a settembre, come pubblicato da CTV News.

Il Consiglio scolastico della città di Toronto ha pubblicato un rapporto finale con tutte le misure per il prossimo anno accademico e sarà analizzato dal Ministro della Pubblica Istruzione dell’Ontario. Inoltre, ogni Consiglio scolastico deve avere un proprio piano individuale per la riapertura autunnale da consegnare quanto prima al Ministero, secondo CBC.

In Australia, secondo il MedicalXpress, uno studio condotto da un team guidato dalla  pediatra Dr. Kristine Macartney dell’Università di Sydney mostra come la tracciabilità di contatti e il rapido isolamento dei casi di COVID-19 potrebbe essere la chiave per riaprire le scuole degli Stati Uniti in modo sicuro questo settembre. “Le nostre scoperte sono i dati più completi che abbiamo sulla trasmissione della SARS-CoV-2 nelle scuole”, ha detto Macartney nel comunicato stampa della rivista The Lancet Child & Adolescent Health. I risultati sono stati pubblicati sulla stessa il 3 agosto.

S.C, S.P

Rassegna stampa a cura di:

Ariela Capuano (responsabile lingua inglese)
Salvina Calanducci e Simona Picci (lingua inglese)
Giulia Deiana (responsabile lingua francese)
Silvia Calbi e Elen’Alba Vitiello (lingua francese)
Alessandra Semeraro (responsabile lingua spagnola)
Lavinia Cataldi, Michela Di Franco e Ilaria Violi (lingua spagnola)
Veronica Battista (responsabile lingua portoghese)
Martina Pavone e Diana Fagiolo (lingua portoghese)
Silvia Santini (responsabile lingua tedesca)
Michela Sartarelli e Laura Razzini (lingua tedesca)
Clarissa Giacomini (responsabile lingua russa)
Silvia Noli, Diana Sandulli (lingua russa)
Sara Zuccante (responsabile lingua araba)
Samar Hassan (lingua araba)
Claudia Lorenti (responsabile lingua cinese & coordinatrice del progetto)
Gioia Ribeca (lingua cinese)