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La strada per Roma, l’impresa di una vita

Hello there, cuties! Oggi parliamo di un libro che forse in pochi conoscono, ma che credo valga davvero la pena leggere, soprattutto se siete curiosi o appassionati di culture altre e volete volare a Pechino, sorvolare Parigi e poi arrivare nella nostra Roma, la magica caput mundi, che non smette mai di esercitare il suo fascino!

Sooooo, mettetevi comodi, si decolla!

“La strada per Roma” è un libro del 2009 che rientra nel genere autobiografico, frutto della penna di Hu Lanbo, la direttrice della rivista bilingue “Cina in Italia” (che ha sede proprio a Roma), imprenditrice e giornalista.

In sole 228 pagine, Hu Lanbo riesce senza il minimo sforzo, a farci attraversare il globo conducendoci insieme a lei, partendo dal “rosso delle mura della città proibita, il grigio dei vicoli della città vecchia, il mare di biciclette nelle strade” di Pechino.

Il suo viaggio parte proprio dalla capitale cinese, in cui incontriamo una giovanissima Lanbo alle prese con i risvolti della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong e la testa stracolma di sogni e speranze per il suo futuro, che la conduce per motivi di studio, nella romantica Parigi, dove i suoi passi diventeranno sempre più sicuri e i suoi occhi sempre più aperti all’Occidente, cambiandole il cuore per sempre.

Come diceva Hemingway: “Se hai la fortuna di vivere a Parigi la tua gioventù, Parigi ti seguirà per tutta la vita”.

Nonostante i sogni e la voglia irrefrenabile di conoscere e scoprire il mondo siano il suo carburante, non le mancano certo i momenti di nostalgia, come l’incertezza di aver sbagliato strada e la sensazione di non essere compresa per i suoi occhi a mandorla, ma lungo il cammino, incontrerà anime buone che faranno un pezzo di tragitto con lei, così che anche uno sconosciuto le dimostri la bellezza dello scoprire l’altro senza preconcetti, e così facendo, anche se stessa.

“ I miei occhi ricevevano quotidianamente nuovi stimoli e mi sembrava di assimilare giorno dopo giorno il gusto per l’arte e la moda che riempivano l’aria di Parigi, mi sentivo in continuo fermento d’idee ed impressioni, e contemporaneamente in continua maturazione.”

Tra una stretta di mano e un’occhiataccia, Lanbo diverrà la donna forte ed indipendente che è oggi, e riconoscendo il suo stesso valore verrà notata da gente dal cuore grande almeno quanto il suo, fino a quando il signor Tenti, esploratore e produttore televisivo italiano, le proporrà un’impresa epocale: il Raid Pechino – Parigi,percorso dall’Itala, la Fiat che scortata da altri 9 mezzi  avrebbe percorso 22.000 chilometri in tre paesi, in tre mesi, con la nostra Lanbo come reporter per la Rai!

Niente le sarà regalato o scivolerà via come l’olio, ma l’obiettivo della sua macchina fotografica le permetterà di farsi strada nei meandri delle città e dei piccoli villaggi sperduti che visiterà, realizzando passo dopo passo la meravigliosa forza della natura e la prismatica bellezza del cuore di ogni viaggiatore.

Attraverso la Cina, l’Iran, la Russia, la Polonia, Parigi e infine Roma, in tutte le tappe del suo cammino, Lanbo trova il coraggio di fare la cosa più difficile eppure più necessaria: scommettere su stessa, anche a costo di farsi un pezzo di strada da sola, trovarsi in città sconosciute senza nessuno che conosca, tuttavia trovare sempre il modo di ritrovarsi  in una risata amica, in un caffè con dei nuovi visi, in una nuova vita, che però ha scelto lei per sè.

“La Francia in quegli anni mi aveva accolto, una studentessa che veniva da un Paese povero e lontano, abbracciandomi con la sua umanità: io nel suo abbraccio sentivo calore e affetto.”

Lei ci insegna che lo stesso coraggio di fare il primo passo e andare un po’ oltre il selciato già tracciato, è la carta vincente, sempre.

Così infatti nascerà il suo progetto più ambizioso e di successo: la rivista Cina in Italia, che è diventato “il primo media realizzato da cinesi entrato nelle edicole italiane”, una rivista bilingue che presenta anche il lato meno conosciuto della Cina, quello accogliente, positivo e ricco di tradizioni e dalla storia millenaria.

Hu Lanbo racconta sì la sua esperienza di emigrata cinese in un Occidente ancora un po’ controverso e diffidente, ma la parte della sua storia che lascia il segno è proprio il suo testardo coraggio.

Il coraggio ostinato di insistere sulla sua strada, anche se ogni tanto come tutti noi cade, si sbuccia un ginocchio, sente il gelo nel cuore per la nostalgia del vialetto di casa, teme di essere la donna sbagliata nel posto sbagliato, ma lei va avanti, la sua dedizione è proprio quello che la salva, le permette di trovare il suo posto anche dove un posto per lei inizialmente non c’è, continua stremata la sua corsa e alla fine vince, ma il suo premio è la libertà, di essere se stessa e piantarsi lì, dove ha tutto il diritto di stare.

Worth the hype, isn’t it?

Let me know!

Francesca Nardella

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Una stanza tutta per sé

Mes amis, bentornati nella nostra rubrica #ReceUstioni, come avrete notato questa settimana è interamente dedicata alle donne, in vista del 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne… Donc mes amis protagonista della recensione di oggi è un libro pilastro del femminismo, di un’autrice considerata l’ispiratrice del movimento femminista, je parle de “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.

Vi starete forse chiedendo perché abbia scelto un classico da recensire, e non mi sia invece concentrata su nuove autrici, o qualche fumettista, regista, film… Bien mes amis, l’ho fatto perché penso che sia un saggio spesso sottovalutato durante anni scolastici, trattato con superficialità – se studiato. Vorrei riuscire a convincervi ad intraprendere questa lettura adesso, con le conoscenze e la consapevolezza che avete acquisito maturando durante il percorso universitario.

“Una stanza tutta per sé” è un saggio pubblicato nel 1929, ispirato a due conferenze universitarie che la Woolf ha fatto nel 1928  al Newnham College e al Girton College, due college femminili dell’Università di Cambridge – ad oggi solo il Newnham è ancora una scuola femminile. Virginia Woolf infatti era un nome famoso: fondatrice del gruppo di artisti Bloomsbury Group, composto dall’élite londinese dell’epoca che voleva rompere con le rigide norme sociali dell’epoca vittoriana, la giovane scrittrice emerge soprattutto grazie alla tecnica del flusso di coscienza, adoperata nelle sue opere.

Virginia Woolf prese attivamente parte al movimento delle suffragette, e il saggio “Una stanza tutta per sé” la consolidò come una delle fautrici del femminismo. Il libro è una riflessione dell’autrice sul ruolo delle donne nella letteratura, e più ampiamente sulla condizione delle donne nella società.

E’ un saggio che va letto con attenzione, per afferrare tutte le sfumature, le immagini che la Woolf cerca di evocare, e le citazioni. A chi mastica l’inglese, consiglierei di leggerlo nella lingua originale, e non perché i traduttori delle varie edizioni italiane non abbiano fatto un buon lavoro, ma semplicemente perché leggerlo in inglese permette di cogliere lo stile di scrittura della Woolf e di capire meglio i vari riferimenti. A tal proposito mes amis, vi invito a leggere anche le note a pié di pagina, che spiegano tutti i riferimenti letterari e culturali usati dalla Woolf nel suo saggio, affinché possiate immergervi nella sua epoca, facendo un tuffo nel passato, e al contempo imparare qualcosa di nuovo.

Le riflessioni di Virginia Woolf hanno qualcosa di straordinariamente contemporaneo, nonostante risalgano ad un secolo fa. Ad alcuni forse non sembrerebbe nemmeno così lontano, siamo negli anni ‘30 del ‘900, ma la differenza abissale tra la società odierna e quella dell’epoca odierna è lampante, ancor più se si pensa alla condizione delle donne: in Inghilterra il voto alle donne fu concesso solo nel 1928, l’anno stesso in cui la Woolf fece i suoi interventi.

Le riflessioni dell’autrice attraversano la storia delle scrittrici inglesi, passando per Jane Austen, le sorelle Brontë e George Eliot, solo per citarne alcune. Il quesito che la attanaglia, e che la spinge a fare queste riflessioni sul ruolo delle donne nella letteratura, è una domanda schietta: perché prima del Seicento non troviamo grandi scrittrici? Ma soprattutto, come può una donna diventare scrittrice? E la risposta è altrettanto diretta: “una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé, una stanza propria”, afferma la Woolf nel suo saggio. Il significato della frase è da riscoprire nel saggio stesso, e leggendo il libro si comprende realmente a cosa fa riferimento l’autrice, perché se letta così può sembrare lapalissiana, ma il ragionamento che c’è dietro è spaventosamente vero, reale, concreto, e si riflette anche nella società odierna.

Se non l’avete mai letto, vi consiglio di cuore questo saggio, perché vi arricchisce su più livelli: linguistico, letterario, intellettuale e sociale. Perdetevi con la Woolf nei suoi ragionamenti, immaginate le vite delle donne citate da lei, e soprattutto seguite il suo consiglio: non abbiate paura di scrivere (o parlare, o fare qualsiasi altra cosa) solo perché siete donne. Anzi, fatelo proprio perché lo siete.

À bientôt mes amis

Emanuela Batir

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Snowden – L’uomo che ha sfidato il sistema

Snowden è un film del 2016 diretto dal regista pluripremiato Oliver Stone, basato sui libri The Snowden Files di Luke Harding e Time of the Octopus di Anatoly Kucherena, con protagonista un magico Joseph Gordon-Levitt nei panni dello stesso Snowden.

Questa pellicola rientra nel genere misto Thriller-Drammatico-Biografico, e prima che abbandoniate la nave, vi informo che è tratta dalla storia vera di Edward Joseph Snowden, ex tecnico informatico della Central Intelligence Agency (CIA) e collaboratore fino al 2013 di un’azienda consulente della NSA (National Security Agency).

Snowden è oggi noto come uno dei più coraggiosi (e pericolosi, per il governo) attivista, informatico e whistleblower statunitense, ma al di là di quest’apparenza da filmone megagalattico, la sua vita viene ripercorsa a grandi linee nell’odissea -forse un po’ romanzata ma abbastanza fedele nei punti essenziali- che è stata la sua avventura (tutt’altro che magica) nel sottobosco dell’intelligence americana.

Tutto inizia col colloquio di Snowden per la CIA, in cui fin da subito emerge il suo essere anti-convenzionalmente geniale, risolvendo il task assegnato per il test di reclutamento in soli 38 MINUTI, anziché udite udite il tetto massimo previsto di 5 ORE.

Ha inizio così la sua carriera di tecnico informatico nella CIA, in cui l’innocente ed idealista Edward ha modo di prender parte ad una caccia spietata al “terrorista nel pagliaio di internet”, ma in realtà pian piano si renderà conto di essersi invischiato in affari a dir poco loschi.

Come il Foreign Intelligence Surveillance Act, una legge che aggira bellamente il Quarto Emendamento, dando il via libera a qualsiasi operazione di sorveglianza / intercettazione, col bel lasciapassare di una corte speciale di giudici interni all’organizzazione.

Altro che 1984! Orwell ci aveva preso in pieno, ma la nostra realtà supera di gran lunga la sua fantasia.

Proprio come Julia con Winston Smith in 1984, anche Lindsay, la fidanzata di Snowden, cerca di stargli accanto in questa sua graduale –ed agghiacciante ndr.- epifania mentale, nonostante loro due non condividano le proprie opinioni politiche, infatti vediamo lei combattere per ideali democratici e progressisti, rivendicando il diritto del popolo di contestare le azioni negative del proprio governo, e lui inizialmente in buona fede, così ciecamente fedele al suo Paese, da imbarcarsi in un viaggio forse senza ritorno.

Così poco a poco Edward si ritroverà nel lato oscuro dell’intelligence, quel controllo tossico e deliberatamente capillare dell’agenzia governativa in cui si trova, che permette loro di avere “accesso a tutto, non solo quello che le persone rendono pubblico, email, chat, sms, TUTTO.”

Tutto questo finirà irrimediabilmente per stravolgere la sua vita, il suo modo di vedere lo Stato e la sua percezione di ciò che è giusto, distinguendolo da ciò che invece è tale solo in superficie, nient’altro che una distrazione, seminata dall’alto per distogliere l’attenzione da quello che accade nei sotterranei.

Certo è una gran cosa uscire dal coro, ma prendere coscienza di qualcosa non significa necessariamente avere le carte in mano per vincere una partita epocale, soprattutto quando sei un pesce piccolo in un oceano di squali.

Lui diventerà davvero l’uomo che ha sfidato il sistema, o gli verranno tagliate le ali proprio quando stava per avvicinarsi al sole?

Non vi svelo altro, ma vi assicuro che questa pellicola è un vero gioiellino, molto più che il solito film su teorie complottiste / fantascientifiche sul potere occulto del Grande Fratello.

E poi c’è un cast stellare, abbiamo tra noi persino l’immortale Nicolas Cage, la Shailene Woodley di Divergent, e Rhys Ifans!

Worth the hype, isn’t it?

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Francesca Nardella

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Borat seguito di film cinema

Bentornati cari lettori di #ReceUstioni, oggi protagonista del nostro articolo sarà un film un po’ controverso: mes amis, aujourd’hui parleremo del film “Borat: Seguito di Film Cinema”, ideato da Sacha Baron Cohen.

Molti di voi avranno visto nelle ultime settimane vari post divertenti, soprattutto su TikTok e Instagram, che ironizzano sul come indossare correttamente la mascherina; tutto ciò è direttamente ispirato a “Borat: Seguito di Film Cinema”, o meglio dire alla locandina del film. Per chi non lo sapesse, questa pellicola, come il titolo stesso evidenzia, è il seguito del film uscito nel 2006 “Borat – studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan”, che aveva scatenato varie polemiche negli Stati Uniti.

Di cosa parlano queste pellicole? I due film sono frutto della mente geniale di Sacha Baron Cohen, che tramite la parodia vuole criticare la società americana, e lo fa nelle vesti di un -finto- giornalista kazako. Per il primo film Cohen aveva ricevuto molte minacce, infatti la seconda pellicola è stata girata in piena pandemia, in segreto, con l’intento di arrivare sugli schermi giusto in tempo per le elezioni americane.

Uscito su Amazon Prime, il film è stato girato da Jason Woliner (regista televisivo che negli anni ha diretto varie puntate di diverse serie TV Fox), con Maria Bakalova (giovane attrice bulgare, ha fatto anche la comparsa in una puntata di “Gomorra”) ad affiancare Cohen come co-protagonista: quest’aggiunta di una controparte femminile permette a Cohen di prendersi gioco -e denunciare- quelle realtà in cui la donna viene considerata inferiore, quasi come un oggetto. L’altro grande tema trattato in “Borat: Seguito di Film Cinema” è il governo americano, in particolare durante l’emergenza Covid-19.

Il ritorno di Borat fa ridere e fa riflettere: chi non conosce il lavoro di Cohen potrebbe lasciarsi ingannare dalle locandine demenziali del film e pensare che si tratti di una volgarità senza arte né parte. In realtà “Borat: Seguito di Film Cinema”è un racconto pieno di spunti su cui riflettere, e mentre vi fa ridere fino alle lacrime, accende quella lampadina della vostra coscienza che vi spinge a ragionare su alcuni aspetti della nostra società. Non è un film per stomaci delicati, perché tutto viene stigmatizzato ed esagerato, e se non riuscite ad andare oltre le apparenze vi perdete la vera essenza di questo capolavoro.

Il film è un susseguirsi di situazioni al limite dell’immaginabile: scordatevi il politically correct mes amis, perché l’intera pellicola si svolge attorno al politicamente scorretto, che diventa l’espediente narrativo di cui Cohen si avvale per denunciare la società contemporanea. Ogni singolo dettaglio e ogni singola battuta sono stati attentamente studiati per poter esprimere apertamente una critica e per spingere gli spettatori a rifletterci; particolarmente presi di mira da Cohen sono Trump e Pence, ma non mancano riferimenti ad altre personalità famose, come ad esempio Kevin Spacey -tirato in ballo per le accuse di molestie a suo carico- o Rudolph Giuliani.

Come avveniva nella precedente pellicola, anche in “Borat: Seguito di Film Cinema” viene ripresa la questione dell’antisemitismo, a cui si aggiunge l’odio per gli zingari e per gli immigrati, ma anche l’uso improprio delle armi. Grande protagonista del film -tra l’altro con un colpo di scena che rende il tutto ancora più demenziale, ma che di nuovo spinge a riflettere- è il Covid-19, ormai parte della nostra quotidianità e sfruttato da Cohen in maniera intelligente all’interno della pellicola.

Mes amis, non mi dilungo ulteriormente perché non voglio rovinarvi la sorpresa, ma mi piacerebbe darvi un consiglio: se volete guardare questa pellicola vi consiglio di lasciare da parte i preconcetti e godervi le risate, e vedrete che a fine film avrete degli spunti interessanti su cui ragionare, qualcosa da cui cercare di trarre insegnamento. Non ne rimarrete delusi perché è il connubio perfetto tra divertimento e riflessione.

À bientôt mes amis!

#RECEUSTIONI

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Nappily Ever After – Dacci un taglio sorella!

Oggi parliamo di Nappily ever after, un film presente su Netflix dal 2018 ma che non si è ancora guadagnato l’hype che merita, quindi sono qui per rimediare!

Il titolo italiano è Dacci un taglio, e questo piccolo capolavoro rientra nel genere Dramedy, una sorta di tragi-commedia, trasposizione cinematografica che parte dall’omonimo libro di Trisha R.Thomas e finisce dritto dritto nei nostri cuoricini guys, trust me!

Violet (aka la bravissima Sanaa Lathan) ha un fidanzato perfetto, dei capelli perfetti, e un lavoro perfetto, ma da un momento all’altro si trova con la terra che le frana sotto i tacchi a spillo e da un apparentemente innocuo incidente in un salone di bellezza, si ritrova a mettere in discussione tutta la sua vita (oltre alla sua acconciatura).

Girls, I’m mainly talking to you, I know you can relate! Quante volte ci siamo sentite dire “Oddio, sembri così stanca, ma stai bene?”, quel giorno in cui non avevamo fatto in tempo a metterci un po’ di correttore?

Quante volte ci siamo sentite giudicate per via dei nostri capelli troppo ricci o troppo crespi, o troppo poco perfetti?

Anche Violet, fin da piccola, è costretta da sua mamma Paulette (nientepopodimeno che Dorothea, la mamma ghepardo di Raven Symoné in Cheetah Girls!), a stirarsi letteralmente i capelli afro con un pettine incandescente,  a non poter giocare in piscina coi suoi amici perché nessuno dovesse vederla coi suoi ricci, a controllare il meteo 25363527562 volte prima di organizzare un brunch all’aperto con le sue amiche, a sgattaiolare in bagno all’alba per sistemarsi i capelli prima che il suo ragazzo si svegli e la veda con un capello fuori posto, insomma, a fare l’impossibile per essere assolutamente perfetta.

Se all’inizio può sembrare una delle tante commedie frivole dove alla fine la protagonista trova il principe azzurro nel ragazzo della porta accanto o nel bff di turno, questo film porta in superficie pian piano, come una cartina tornasole, le piccole-grandi lotte quotidiane cui sono costrette le donne afro-americane, che per avere un posto nella società ed essere viste e non solo guardate, devono sminuire una parte fondamentale di sé: i loro capelli afro.

I capelli diventano per Violet un vero tormento, sintomo visibile di un malessere più profondo: la non accettazione di se stessa. Lo stesso principe azzurro per cui lei si sforza fino all’esaurimento di essere perfetta, le rimprovera di essere troppo perfetta, di non lasciarsi mai andare davvero e non lasciar trasparire la vera Violet.

Così ormai sull’orlo di una crisi di nervi, lei si disfa della sua odiata chioma, e si ritrova faccia a faccia con la leonessa finora rinchiusa in quelle acconciature da Barbie donna in carriera.

All’improvviso, mentre la sua testa è letteralmente (finalmente) più leggera, si rende conto di essere invisibile per quegli stessi sguardi che prima la ADORAVANO mentre camminava per strada.

Che alla fine la graduale – e inesorabile- ricrescita dei suoi capelli n-a-t-u-r-a-l-i segni la sua rinascita dalle ceneri dell’autocommiserazione?

Dopo una serie di sfortunati eventi, Violet aprirà gli occhi e appenderà al chiodo quella fintissima happy face, insieme a tutte quelle aspettative di perfezione che da sempre le stanno appiccicate addosso.

“ Women are much more than pretty faces.

Don’t let someone’s negative opinion of you become your reality.”

Chi ti ama non ti vuole diversa, e amarti è un viaggio tra le stradine scoscese del tuo cuore e parte tutto dalla tua testa, non deve aver nulla a che vedere con la perfezione.

La perfezione, oltre ad essere sopravvalutata, NON ESISTE.

Worth the hype, isn’t it?

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Francesca Nardella

#ReceUstioni

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Antrum: The Deadliest Film Ever Made

Bentornati a tutti, cari lettori di #Receustioni. Questa settimana la recensione sarà leggermente diversa da quella di “Dolittle”, un po’ meno divertente -I know, eravate qui per le risate, ma questa settimana faccio la seria, sorry-, e un po’ più… scottante, in tutti i sensi. Questa settimana, udite udite, parliamo di un film horror. Quindi amanti del genere, a me.

Da anni ormai, più precisamente da quando Netflix è sulla piazza, si parla spesso di film horror prodotti da queste piattaforme streaming, e a volte emergono titoli, come ad esempio “Veronica”, che sembrano essere l’Horror con la H maiuscola, capace di non farti dormire per settimane -un po’ come “The Ring” quando eravamo pischelli noi-. And it happened again. Quest’anno infatti su Prime Video è uscito un mockumentary horror che ha fatto molto discutere gli amanti del cinema: “Antrum”. A onor del vero, Prime Video ne è solo il distributore a livello globale, perché in realtà il film è una pellicola indipendente, girata da Amito e Laicini, uscita nel 2018 e proiettata durante vari festival cinematografici.

Ma, mes amis, procediamo con calma: innanzitutto che cosa significa mockumentary? Un mockumentary è un falso documentario, quindi in breve “Antrum” su Prime Video è strutturato come un documentario, con la pretesa di raccontare la vera storia del film horror “Antrum” uscito negli anni ‘70. Oui, je sais mes amis, sento la vostra confusione. Mi spiego meglio. La trama del film è sviluppata come la sesta stagione di “American Horror Story” (per chi se ne intende): si inizia con un documentario in cui si parla di questo horror uscito negli anni ‘70, che ha portato alla morte di diverse persone a causa di attacchi d’isteria in seguito alla visione del film; poi ci si ritrova catapultati nel 2018, quando viene rinvenuta una copia di questa pellicola, che viene per la prima volta ridistribuita al pubblico… E qui inizia l’horror vero e proprio. La presunta pellicola parla di due bambini, fratello e sorella, che vanno in una foresta maledetta per accedere all’Inferno e poter rivedere il loro cane. Je sais, è inquietante come trama, per me basta già questo a farmi avere le palpitazioni, ma iniziamo la nostra receustione.

Signori e signore, chapeau. Questo film è un CA-PO-LA-VO-RO. I brividi sono assicurati, e badate bene che le scene splatter sono quasi inesistenti in questo film, non sono il sangue o la violenza a fare paura, bensì sono le colonne sonore, le immagini e la recitazione degli attori a rendere il tutto spaventoso. Quando parte la pellicola del presunto film horror degli anni ‘70, sembra proprio di guardare un film degli anni ‘70: i colori, i vestiti dei protagonisti, l’audio… tutto sembra così realistico che diventa facile credere che effettivamente questa pellicola maledetta sia esistita sul serio.

Le scene in cui i due bambini eseguono rituali occulti per poter accedere all’Inferno sono state studiate con molta cura dai due registi -nonché sceneggiatori- Amito e Laicini, che si sono concentrati sui dettagli per rendere il tutto il più realistico possibile. Oralee, la sorella maggiore, ha con sé un libro dell’occulto con tutti i rituali da fare per poter man mano scendere nei gironi Infernali, e ci sono anche Cerbero e Caronte: l’Inferno di Dante è stato usato come fonte d’ispirazione, e penso che ciò renda il tutto ancora più poetico e terrificante -forse anche in memoria della mia professoressa delle medie che ci fece studiare quasi tutto l’Inferno a memoria… alcune terzine me le sogno ancora la notte-.

Gli attori sono spettacolari: i due protagonisti sono Rowan Smyth (oggi 14 anni sulla carta, candidato già a vari premi per il suo film “I believe”, uscito nel 2017) e Nicole Tompkins (doppiatrice di Jill Valentine nel videogioco “Resident Evil 3” e comparsa nella quinta stagione di “American Horror Story”). Le espressioni facciali della Tompkins sono il punto forte del film, riescono a veicolare quella sensazione di inquietudine che fa stare con il fiato sospeso, e il piccolo Rowan Smyth riesce a farti immedesimare nel protagonista… Insomma, sono entrambi giovanissimi e bravissimi, spero proprio che ne sentiremo ancora parlare in futuro.

Per quanto riguarda la colonna sonora invece, non ho niente da dire perché non saprei proprio da dove partire. Avete presente la sensazione di irrequietezza che si prova guardando “Shining”? Quella scena in cui la famigliola viaggia in macchina per dirigersi verso l’hotel, e c’è quella musica che vi fa già salire l’ansia -che poi io sia l’ansia fatta persona è una cosa a parte-? Ecco, questa colonna sonora trasmette le stesse sensazioni. La narrazione procede un po’ a rilento: ci sono molte inquadrature sul viso dei protagonisti e sulla foresta, e tutto ciò rende il tutto ancora più terrificante.

Ammetto di essere debole di cuore di mio, ma vi garantisco che questo film vi lascerà con il battito accelerato e una strana sensazione addosso… Fa uno strano effetto guardarlo, e lo definirei un vero e proprio Horror -sì, con l’H maiuscola-. Quindi se avete una serata libera, possibilmente in compagnia di un fratello/genitore/coinquilino non deboli di cuore, guardate questo capolavoro e fatemi sapere se ne è valsa la pena!

À bientôt mes amis!

Emanuela Batir

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Enola Holmes – Un nome, una garanzia

Enola Holmes è l’adattamento cinematografico dei romanzi di Nancy Springer, “The Enola Holmes Mysteries”, distribuito da Netflix (causa pandemia, sob) dal 23 Settembre 2020.

Protagonista è la brillante, indomabile e ribelle sorellina sedicenne di Mycroft e del leggendario Sherlock Holmes, la cui intelligenza non tarda a regalare agli eroi usciti dalla penna di Arthur Conan Doyle, parecchi grattacapi!

Seppur classificato come genere misto tra Giallo e Avventura, è un vero e proprio viaggio rocambolesco – a tratti esilarante e dolceamaro insieme – in cui non solo vivi le avventure di Enola, ma inizi a pensare come lei, diventi lei.

Impossibile non notare la naturalissima e sbalorditiva capacità di Millie Bobbie Brown (nei panni di Enola herself) di mandare in frantumi la quarta barriera, e catapultarti fin dal primo fotogramma al di là dello schermo, in un perfetto British English, of course.

Lo stesso vale per l’irresistibile charm di Henry Cavill nei panni di Sherlock, il fratello più comprensivo e affine per spirito ed intelletto ad Enola, e per Sam Claflin che interpreta quel borioso di Mycroft, che si fa odiare dal primo all’ultimo secondo, com’è giusto che sia secondo papà Doyle, ndr.

Ma il premio Oscar come personaggio più tosto di tutti (anche da dietro le quinte), va ad Helena Bonham Carter nei panni della mammina scomparsa, che è fisicamente presente quasi solo nei flashback di Enola, ma che ormai è una voce nella sua testa, e come una mano amorevole che tira un filo rosso a sé con indizi qua e là, la guida per tutto il tempo.

Mommy’s love is neverending, right?

Nonostante Enola sia la bifronte di Alone, e all’inizio effettivamente la madre svanisca nel nulla proprio nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Enola è tutt’altro che sola nel suo viaggio.

Alone stands for “Alone you’ll muddle through everything”, trust your gut, honey.

È proprio così che Enola trova se stessa cercando la madre, viene fuori come una giovane donna audace e sicura di sè, non si lascia imbrigliare da Mycroft, nè zittire con le raffinate smancerie tipiche delle civette allevate dalla spocchiosa società vittoriana.

Poi come le ha insegnato la mamma, nascondendosi in bella vista proprio nei panni di una lady, si riprende la sua voce, il diritto di scegliere per sé e il suo posto nel mondo.

“Puoi prendere due strade Enola, la tua o quella che gli altri scelgono per te. ”

In tutto ciò non riusciamo a capire perché la mamma sia scomparsa, fin quando non diamo uno sguardo al quadro per intero, cioè lei, come Enola, è una donna nata nell’epoca sbagliata, che se ne infischia delle lunghe gonne merlettate e dà fuoco ai corsetti.

Insegna invece a sua figlia ad osservare, ascoltare, combattere per ciò in cui crede, piuttosto che ricamare.

Una perfetta Giovanna d’arco, una Mary Wollstonecraft di noialtri, una self-made woman con l’unico grande scopo di rendere il mondo un posto migliore, quell’una su un milione disposta a rischiare tutto per fare la differenza, ad uscire dalla cucina e dalla nursery per dimostrare la verità più vecchia del mondo: una donna non vale meno di un uomo, e il suo posto non è certo al guinzaglio di qualcuno, ma in prima fila, nell’avant-garde.

“La scelta è tua, Qualsiasi cosa la società ti dica, non può controllarti.

Mai accontentarti del mondo che hai davanti.

Bisogna fare un po’ di rumore se si vuole essere ascoltati.

Il futuro dipende da noi, essere soli non significa essere solitari, vuol dire trovare il tuo posto nel mondo, il tuo scopo. ”

Al mondo serve un cambiamento, e potresti essere proprio tu, sì, tu in ultima fila!

Worth the hype, isn’t it?

Let me know!

Francesca Nardella

#RECEUSTIONI: RECENSIONI SCOTTANTI

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DR DOOLITTLE

Ciao a tutti cari lettori di receustioni, questa settimana la vittima delle nostre recensioni sarà un film. Più precisamente, uno degli ultimi film che ho visto al cinema prima che la pandemia prendesse il sopravvento sul mondo intero.

Bando alle ciance, protagonista della receustione di oggi è un film fantasy, un titolo probabilmente noto ai più, visto che si tratta di un revival di una saga che ci ha accompagnato durante la nostra infanzia… Dottor Doolittle.

Ebbene la Warner Bros, una delle case cinematografiche più rinomate, ha comprato i diritti per riproporci in versione fantasy, e stavolta più fedele al libro, questa storia che ci ha divertito durante la nostra crescita. Le belle sorprese non finiscono qui: l’attore protagonista è quel bonaz.. quel bravo attore di Robert Downey Jr. Certo, Eddie Murphy nella saga original era impeccabile, ma i toni del film cambiano, non siamo più in ambito comico, bensì subentra il fantasy.. E un Iron Man che cura gli animali ha un je ne sais quoi di poetico, ammettiamolo.

Trattandosi di un film in CGI, dove per l’appunto gli animali sono i veri protagonisti, gli attori in carne ed ossa sono ben pochi: abbiamo l’incredibile Rrobert Downey Jr (di cui sono una grandissima fan, nel caso non si fosse ancora capito), il giovane attore Harry Collett nel ruolo di suo aiutante (magari alcuni di voi lo rinosceranno da Dunkirk) e un Antonio Banderas nel ruolo dell’antagonista principale. Per quanto riguarda gli animali, e quindi i doppiatori originali in inglese sulla cui espressività sono stati creati i vari animali, abbiamo un tenero Tom Holland nel ruolo di cane fedele (ammetto che mi era scesa la lacrimuccia pensando alla reunion di Spidey e Iron Man), John Cena che fa l’orso polare (lo so, fa ridere già così), Selena Gomez nel ruolo della giraffa imbranata, Remi Malek (il grande Freddie Mercury in  Bohemian Rapsody) nel ruolo del gorilla Chee-Chee, Emma Thompson che interpreta un pappagallo (una leggera somiglianza la si intuiva già vedendola nel ruolo della professoressa Cooman in Harry Potter, con quei capelli chiccosi) e, ciliegina sulla torta, Ralph Fiennes (Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato) nel ruolo della tigre cattiva (clichè).

Un cast di tutto rispetto, e soprattutto un cast che soddisfa appieno il mio cuoricino da nerd. Il regista invece è Stephen Gaghan che a me, personalmente, non dice niente, ma essendo io incolta, forse voi l’avete già sentito nominare, oppure ne avete già visto delle opere, visto che è stato candidato agli Oscar per diverse sceneggiature di film e in un caso di un film di cui era anche regista (Syriana, 2006).

Non so quanti di voi frequentino i cinema, magari anche solo per il piacere del sentire il profumo del pop corn appena scoppiato (anche senza comprarlo, visto che costa un rene e a volte è talmente vecchio che ti si incastra nelle tonsille, facendoti pensare al testamento da redigere visto che ti senti in punto di morte), oppure per il piacere della compagnia, o anche solo perché soltanto andando al cinema non rischiate di addormentarvi a metà film sotto la copertina sul divano (tipo come succede alla sottoscritta). Ebbene, se nel periodo pre-Covid (un po’ come pre-istoria e storia) avete avuto il piacere di frequentare un minimo i cinema, di sicuro il trailer ve l’hanno proposto spesso durante la pubblicità. A mio avviso, quel trailer aveva un je ne sais quoi di magico, perché non era il solito trailer, era una successione di cadri accompagnati da una musica che aumentava la suspense e aveva profumo di magia, insomma vermanete incuriosiva e ti spingeva a volerlo guardare.

Ed essendo io debole di fronte alle tentazioni, appena uscito al cinema sono andata a guardarlo (ok, forse anche la lista attori ha un poooochiiinoooo influito).

Ora, se voi cercate recensioni online di questo film, il mondo intero di esperti recensori vi dirà che fa schifo. Tuttavia, secondo me così non è. Vi spiego meglio: i costumi sono discutibili, infatti Antonio Banderas più che un cattivo che incute terrore pare la sedicenne che ha appena rotto con il fidanzatino e piangendo le si squaglia tutto il mascara in faccia, l’orso polare di John Cena assomiglia più a un cane e i vestiti dei protagonisti sono un po’ confusionari (non si capisce bene a che epoca vogliano appartenere). Forse la trama è un po’ banale, ma si tratta pur sempre dell’adattamento cinematografico di un libro per bambini. Per chi non lo sapesse infatti, Dottor Dolittle è una saga di 14 libri per i più giovani, scritta dal britannico Hugh Lofting durante le sue sedute in trincea nella prima guerra mondiale, per mandarle poi come lettere ai figli. Si tratta di racconti fantasy, con protagonista un dottore fuori dalle righe e ovviamente il film riprende tale idea. La trama del film viene criticata per il suo disordine interno, ma in realtà la trovo abbastanza lineare e, forse, come il Piccolo Principe sostiene, “gli adulti non capiscono mai niente da soli ed è una noia che i bambini siano sempre eternamente costretti a spiegar loro le cose”. Non si tratta di un film con la trama del Signore degli Anelli, ma d’altronde punta ad essere un film per l’intera famiglia (e non a creare traumi infantili irreversibili).

In breve, se volete passare una piacevole serata sul divano e fangirlare a più non posso, questo film ve lo stra consiglio: le risate non mancheranno, così come potrebbe scendervi qualche lacrimuccia (ma ammetto di essere di parte, visto che tendo a commuovervi tendenzialmente per qualsiasi cosa). Anzi, vi consiglio di guardarvi questo film piuttosto che certe trashate… E con questa frecciatina vi saluto e ci vediamo alla prossima!

Emanuela Batir

#ReceUstioni: Recensioni scottanti!

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Milk and Honey – Il potere terapeutico della scrittura

“Milk and Honey” è il primo libro di Rupi Kaur, una giovanissima promessa della poesia degli ultimi anni.
La Kaur è una poetessa, illustratrice e scrittrice naturalizzata canadese di origine indiana. Questo libro-debutto della nostra autrice è una raccolta di poesie, brevi prose e illustrazioni tracciate a mano, per un totale di 208 pagine.
Dal 2014, anno di uscita della raccolta, la Kaur è stata tradotta in più di 20 lingue, restando uno dei titoli di punta della prestigiosa “The New York Times Best Seller list”, per ben 165 settimane.
Kaur è seguitissima sui social, e per questo la sua scrittura è stata anche definita Instapoetry e questo, assieme alla sua capacità di dar voce ai nostri pensieri più intimi e inconsci, è la chiave del suo successo.
Rupi Kaur una di noi!
Il titolo del libro trae ispirazione da un vecchio poema che narrava di donne sopravvissute a periodi tutt’altro che rose e fiori, in cui il cambiamento è la chiave della rinascita, ed è “liscio come il latte e denso come il miele”.
Il tutto prende spunto dalle esperienze di vita dell’autrice, ma la sua penna è così scorrevole e amichevolmente rivolta a cuore aperto verso di te, che ti ritrovi a sentirti parte di qualcosa di più grande, di un girotondo di anime simili che si tendono la mano l’un l’altra.
Sister from another mister!
La sua è una scrittura liscia come seta ma allo stesso tempo sferzante come il vento, capace di svelare senza peli sulla lingua, le verità sempre taciute perché scomode, in maniera brutalmente onesta.
Come diceva Hermione, “La paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa.”
Rupi parla di cose che conosce, senza pretendere di insegnare verità assolute. Lei ti prende per mano e ti conduce in questo viscerale e sincero racconto di sé, si mette a nudo e rivendica il diritto di parola su cose cristalline ma ignorate dai più, come lo sfruttamento delle donne e la loro bassa considerazione nei paesi meno fortunati del nostro, come nel suo caso, l’India.
Uffa, mi dirai! Invece no, trust me dear! The destination makes it worth the while!
Le somme le tiri tu, le leggi tra le righe, lei ti dà la libertà di scovarci ciò che senti.
“Parole d’amore, di dolore, di perdita e di rinascita.”
Questo è l’incipit del nostro viaggio, e attraverso quattro capitoli che parlano d’amore, perdita, trauma, violenza, guarigione (e femminilità), riesci ad uscirne, uomo o donna che tu sia, con degli occhi nuovi rispetto a quando ci sei entrato.
“Milk and Honey accompagna chi legge in un viaggio attraverso i momenti più amari della vita e vi trova dolcezza. Perché la dolcezza è dappertutto se solo si è disposti a cercarla.”
La lezione finale di Rupi ci insegna che ognuno di noi è un capolavoro in divenire, e nel nostro zaino ci devono essere la prepotenza di un uragano che ritrova la sua voce per urlare al mondo che sa di cos’è capace, e la gentilezza di un cuore attento al grido del suo simile, perché solo così possiamo davvero salvarci.
L’amore è il sale della vita, ma lei ci ricorda che quello vero ce la colora, piuttosto che mandarla in frantumi dopo averla colorata di grigio.


Mi dici di tacere perché
le mie opinioni mi fanno meno bella
ma io non sono nata con un fuoco in pancia
così da potermi spegnere
non sono nata con una leggerezza sulla lingua
così da essere facile da inghiottire
sono nata pesante
mezza lama e mezza seta
difficile da scordare e non facile
per la mente da seguire.


Worth the hype … isn’t it?
Let me know!

Francesca Nardella