#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Ευχαριστώ, Ελλάδα: grazie Grecia!

Pandemia.

Secondo Google Trends, è la parola più cercata nei primi mesi del 2020. Una parola che ha fatto tremare milioni di persone in tutto il mondo e che, purtroppo, non accenna a scomparire dai notiziari. Dal greco παν δῆμος (“tutto il popolo”), è una parola che riunisce le preoccupazioni e le ansie del mondo intero e che ci ricorda che, al di là dei confini e delle frontiere, siamo tutti umani, con le stesse fragilità e le stesse paure.


#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Alla scoperta di un Impero che continua a sorprendere

La necropoli di Memphis attira l’attenzione mondiale con sensazionali reperti che permettono di completare la storia dell’antico Egitto. Il Paese ha bisogno più che mai di attrazioni turistiche.

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Una collina da scalare

Lo scorso 21 gennaio, in occasione del giuramento del neoeletto presidente degli Stati Uniti, molte personalità di spicco della politica e della cultura hanno preso parte alla cerimonia. Tra queste, una giovane ragazza afroamericana con un cappotto giallo e lo sguardo fiero ha recitato una poesia che ha suscitato l’interesse del largo pubblico.

Nata a Los Angeles nel 1998, Amanda Gorman mostra sin da piccola un profondo amore per la letteratura e inizia a scrivere poesie di suo pugno dall’età di otto anni. Nel 2014 presenta alcune sue poesie sul tema dell’ingiustizia sociale al Youth Poet Laureate di Los Angeles, vincendo il primo premio del concorso riservato ai giovani talenti nel mondo della poesia negli Stati Uniti; l’anno successivo pubblica il suo primo libro di poesie, intitolato The One for Whom Food Is Not Enough. A soli 16 anni diventa delegata giovanile alle Nazioni Unite, mentre l’anno seguente fonda un’organizzazione no profit, One Pen One Page, per dare la possibilità ai giovani poeti svantaggiati di pubblicare i propri lavori. I temi delle poesie di Amanda Gorman riguardano l’oppressione, il femminismo, il razzismo, l’emarginazione e la diaspora africana, tristemente attuali nell’America e nel mondo del XXI secolo. Ad oggi, è la più giovane poetessa a essere intervenuta durante una cerimonia di insediamento presidenziale.

Enfant prodige, certo. Ma ciò che ha colpito maggiormente il pubblico durante il suo intervento è lo stile rap della poesia intitolata The Hill We Climb, che la Gorman ha recitato con grande sicurezza, nonostante la sua giovane età.

Dal punto di vista metrico, l’autrice ha optato per il verso libero, diffuso nella letteratura americana da autori del calibro di Walt Whitman, Ezra Pound e T.S. Eliot. Versi lunghi e brevi si alternano, creando quasi una tensione tra prosa e poesia, mentre la ripetizione anaforica del pronome “we” contribuisce a creare un ritmo incalzante, enfatizzato poi dalla lettura stessa.

La domanda sorge spontanea: come si può tradurre, in diretta televisiva, una poesia dal ritmo così particolare e piena di rime e continui richiami tra le parole? L’interprete avrà avuto un mancamento? I traduttori avranno rinunciato in partenza? Assolutamente no.

Scherzi a parte, andiamo a vedere le diverse strategie di traduzione adottate dai principali canali televisivi italiani. Esistono difficoltà oggettive nella resa in traduzione di testi poetici, primo tra tutti il rischio di tradire lo stile originale dell’autore, nonché il senso profondo dell’opera. Alcuni professionisti del settore affermano inoltre che soltanto un poeta può essere in possesso della sensibilità e degli strumenti culturali necessari a rendere una poesia da una lingua a un’altra. Il rischio di diventare un “traduttore traditore”, come spesso si sente dire, è quindi molto elevato quando si tratta di poesia. E se di norma l’interpretazione simultanea da una lingua molto sintetica e ritmata come l’inglese a una notoriamente più ridondante come l’italiano è già di per sé difficile, nel caso specifico della poesia recitata in stile rap dalla Gorman in diretta tv, interpretare in simultanea mantenendo inalterato il significato profondo del testo di partenza e riproponendone allo stesso tempo gli elementi stilistici e il ritmo diventa pressoché impossibile. Nell’esempio che segue, notiamo come la sintesi e il ritmo della poesia in lingua inglese scompaiano quasi totalmente nella proposta di traduzione in italiano, per quanto fedele nel contenuto e negli espedienti retorici dell’originale essa sia:

We are striving to forge our union with purpose   To compose a country committed to all cultures, colors, characters, and conditions of man    
We seek harm to none and harmony for all.
Noi ci stiamo sforzando di plasmare un’unione che abbia uno scopo   (Ci stiamo sforzando) di dar vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, carattere e condizione sociale   Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma cerchiamo un’armonia che sia per tutti.

Ecco perché le principali reti televisive hanno optato per il respeaking, mantenendo l’audio originale per consentire anche a un pubblico non anglofono di cogliere gli elementi prosodici del testo originale, aiutandosi nella comprensione con i sottotitoli in diretta tv. Nelle ore successive alla cerimonia, diversi siti web che si occupano di informazione hanno invece pubblicato il video del discorso originale, accompagnato da una traduzione scritta elaborata in un secondo momento. Il risultato? Un testo che è al contempo una bellissima poesia e una dichiarazione programmatica di democrazia, un appello all’assunzione di responsabilità rivolto ai potenti e un messaggio di speranza rivolto ai giovani e, stavolta, anche alle giovani donne, affinché gli Stati Uniti diventino finalmente un Paese dove anche “una magra ragazza afroamericana, discendente dagli schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro”.

Vanessa Iudicone

Fonti:
http://www.strettoweb.com/2021/01/the-hill-we-climb-poesia-rap-amanda-gorman-joe-biden-testo-traduzione/1116764/
https://it.wikipedia.org/wiki/Amanda_Gorman, consultato in data 24/01/2021.

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Nicholas Sparks, Le pagine della nostra vita: la storia dello scrittore milionario

L’americano ha accumulato una grande ricchezza scrivendo storie d’amore che sono state portate sul grande schermo. Tuttavia, la sua vita amorosa non ha avuto un «per sempre felici e contenti».

Nelle ultime settimane, lo scrittore americano è stato in cima alla lista dei best seller del New York Times. Questa volta la sua permanenza in classifica è dovuta alla sua ultima uscita: La Magia del Ritorno. Tuttavia, Sparks ha compiuto questa impresa più di 15 volte, insieme a successi come Le pagine della nostra vita, I passi dell’amore, Vicino a te non ho paura, L’ultima canzone, La risposta è nelle stelle, Ricordati di guardare la luna, Come un uragano e Il meglio di me che sono stati tutti adattati con successo al grande schermo. Il romanticismo di Sparks è irresistibile quando si tratta di creare una buona storia d’amore. Eppure, l’autore non è stato molto fortunato quando trovato a dover aprire il suo cuore, soprattutto dopo aver divorziato dalla madre dei suoi cinque figli.

Fin dalla prima infanzia l’autore, nato in Nebraska 55 anni fa, si è distinto come un ragazzo brillante: si è diplomato, ha vinto un’importante borsa di studio e grazie ai suoi sforzi si è laureato in finanza.

Durante l’ultimo anno di università, Sparks incontra Catherine, che presto diventerà sua moglie. Secondo un’intervista, i due si sarebbero incontrati un lunedì e il giorno dopo lo scrittore le avrebbe detto: «Ti sposerò». Ebbe così inizio una storia d’amore appassionata che, secondo l’autore stesso, cominciò con un gran numero di lettere. «Tra marzo, quando ci siamo incontrati, e maggio, quando ci siamo laureati, avremo scritto 100 lettere d’amore o forse 150», affermò Sparks nel 2014. Infine, gli amanti si sposarono nel 1989, un anno dopo il loro primo incontro.

Sparks ha sempre voluto scrivere. Fu infatti sua madre che, durante un periodo di convalescenza, lo spinse a scrivere il suo primo romanzo. Eppure, dato che non aveva molta esperienza, lo scrittore fu rifiutato da numerosi editori e fu costretto a lavorare come cameriere, venditore di immobili e venditore di farmaci. Nonostante questo, Sparks non ha mai smesso di cercare di creare letteratura e nel 1993 iniziò a scrivere quello che sarebbe stato il suo primo grande successo: Le pagine della nostra vita, una storia d’amore ispirata alla relazione dei suoi nonni.

«Ho scritto il mio primo romanzo a 19 anni e il secondo a 22. Nessuno di questi era buono. A 28 anni ho scritto Le pagine della nostra vita. Leggo una media di 100 libri all’anno e spesso mi chiedo cosa fa funzionare una buona storia. Allora perché Le pagine della nostra vita era molto meglio dei miei primi due romanzi? Non lo so. Dirò che è stato il primo romanzo in cui ho cercato di scrivere bene, invece di limitarmi a scrivere. A 28 anni ero più maturo che a 19 o 22» affermò Sparks qualche anno fa.

Le pagine della nostra vita è stato pubblicato nel 1996 e si è rivelato un grande successo. Ma il miracolo non è avvenuto da solo: è stato il duro lavoro dell’agente Theresa Park, che si è fidata di Sparks quando nessun altro le aveva prestato attenzione. «Lavoravo come assistente in un’agenzia letteraria quando un collega mi portò una lettera che parlava di un romanzo intitolato Inverno per due. Ho detto: “Davvero? Amore tra anziani?” e ho chiesto a malincuore di vedere il manoscritto. Mi sono ritrovata affascinata ed emotivamente schiacciato da quel romanzo breve e ho chiesto a Sparks di riscrivere il libro. Gli ho anche chiesto di cambiare il titolo, e quando il libro era in uno stato in cui mi sentivo sicura a mandarlo ai miei editori, ho parlato con Nicholas e lui mi ha chiesto quanti romanzi avessi venduto. Ho detto nessuno, e lui ha detto: “Fantastico, sei il mio agente”», raccontò Park in un’intervista del 2016.

Da allora, Sparks e Park hanno formato una squadra, portando alla fama più di 20 romanzi.

Francesca Vannoni

Articolo adattato da: https://www.elmundo.es/loc/celebrities/2020/12/23/5fe2173921efa0f1568b4644.html

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Perché essere creativi fa bene

Qual è la chiave della creatività e come aiuta la nostra salute mentale? Beverley D’Silva parla con Julia Cameron, autrice di The Artist’s Way, e con altri di “flusso”, paura e curiosità.

La creatività, secondo Maya Angelou, è un pozzo senza fondo: «Più la usi, più ne hai», racconta l’autrice. «La creatività è l’intelligenza che si diverte» è una frase spesso attribuita a Einstein. Sappiamo che la creatività è viva in tutti i campi della vita, dalla medicina all’economia e all’agricoltura. Ma la parola (che deriva dal latino “creare”, “fare”) è più spesso associata alle arti e alla cultura, e si crede sia apparsa per la prima volta nell’opera letteraria del XIV secolo, The Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer.

«La creatività è l’ordine naturale della vita. La vita è energia, pura energia creativa» è il primo dei 10 princìpi fondamentali che si trovano nella guida creativa più venduta di Julia Cameron, The Artist’s Way. L’autrice dichiara alla BBC Culture che «la creatività è, ai miei occhi, un’esperienza spirituale». Per Cameron non esiste una élite creativa, siamo tutti creativi. Dopo aver iniziato a lavorare come sceneggiatrice (continuando a scrivere romanzi, poesie e canzoni), adesso il suo lavoro è quello di insegnare alle moltissime persone provenienti da tutti i campi creativi che si rivolgono a lei, come per esempio artisti che spesso sono ostacolati dai demoni dell’autodeterminazione e dell’autocritica o che affermano di non aver tempo né talento.

«Molte persone bloccate, che hanno personalità piuttosto forti e creative, sono state portate a sentirsi colpevoli dei propri punti di forza e dei propri talenti», spiega. La sua prescrizione per una pronta guarigione creativa è quella di scrivere alcune “pagine del mattino”, tre pagine come flusso di coscienza. Le pagine «sviluppano la nostra creatività e ci incoraggiano a credere nel nostro potenziale» commenta, aggiungendo che «non sono negoziabili».

Il nuovo libro di Cameron, The Listening Path: The Creative Art of Attention, rivisita gli strumenti proposti, aggiungendo quello delle passeggiate per trovare l’ispirazione. Il libro si concentra sull’ascolto degli altri, di sé, dell’ambiente, degli antenati e del silenzio. «Le persone mi chiedevano sempre come facessi a essere tanto produttiva. La mia risposta è: ascolto. E “ascolto” ciò che dovrei fare dopo».

L’intuizione e la «guida» che «viene da dentro», come ha dichiarato, hanno aiutato la scrittrice a rimanere sobria a partire dall’età di 29 anni, dopo le battaglie con l’alcol che ha vissuto. Senza la sobrietà, dice, avrebbe dovuto dire addio alla creatività.

Tuttavia, l’intelligenza creativa non è nulla senza una mente indagatrice. Isaacson, autore di una biografia di Leonardo da Vinci del 2017, basata su più di 7.000 pagine di libri di lavoro dell’artista, è stato interpellato dalla National Geographic per capire che cosa abbia reso Leonardo un genio. Egli ha identificato le ampie competenze dell’artista (come architetto, ingegnere e produttore teatrale) vitali per le incredibili realizzazioni.

«Ma la caratteristica distintiva», dice, «è stata la sua curiosità. Essere curioso di tutto… È così che si è spinto e ha imparato a essere un genio». Conclude: «Non potremo mai emulare l’abilità matematica di Einstein. Ma tutti possiamo cercare di imparare e di copiare la curiosità di Leonardo».

Marco Riscica

Fonti consultate:
https://www.bbc.com/culture/article/20210105-why-being-creative-is-good-for-you

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Mai vista tanta neve!

La prima nevicata d’inverno è arrivata con largo anticipo quest’anno. E così, un fiocco dietro l’altro, ci è sembrato subito Natale, perché niente contribuisce a creare quell’atmosfera natalizia che tutti amano come la neve, che ci regala emozioni spesso difficili da descrivere a parole. Eppure pensate che, in alcune lingue, esistono tantissime parole per descrivere la neve. Alcune credenze popolari supportate da studi scientifici attribuiscono alle lingue inuit un vasto repertorio di vocaboli che descriverebbero la neve a seconda delle sue caratteristiche.

Le lingue inuit costituiscono un vero e proprio continuum di varietà appartenenti alla famiglia delle lingue eschimo-aleutine, diffuse in Alaska, Canada e Groenlandia. È difficile stabilire il numero di parlanti ma, stando alle stime dei censimenti effettuati, il numero di parlanti nativi ammonterebbe a 50.000 in Groenlandia, 30.000 in Canada e soltanto 3.000 in Alaska.

Le varietà appartenenti a questa famiglia linguistica sono polisintetiche, formano cioè parole complesse (e lunghissime) aggiungendo degli affissi descrittivi, che possono modificare le proprietà sintattiche e semantiche della parola di base o aggiungere significati più specifici. A differenza delle lingue agglutinanti, come il giapponese, che conservano una sola radice lessicale per ogni parola, nelle lingue polisintetiche in una stessa parola si possono trovare due o anche più radici lessicali. Una singola parola in lingua inuit è talmente complessa che per tradurla in altri idiomi dovremmo ricorrere a perifrasi o persino frasi intere!

Per esempio, “non mi sento molto bene” corrisponde, in inuktitut, a una singola parola, tusaatsiarunnanngittualuujunga. Allo stesso tempo, iktsuarpok indica il presentimento che stia arrivando qualcuno e il successivo uscire di casa per verificare questa sensazione, mentre salagok si riferisce al ghiaccio di colore scuro appena formatosi.

Negli anni ’70 l’antropologo britannico Hugh Brody condusse un’indagine etnolinguistica presso le popolazioni inuit in Canada. Brody visse con gli inuit e imparò due delle loro lingue, pubblicando in seguito un volume intitolato The People’s Land, Inuit and Whites in the Eastern Arctic. Secondo l’antropologo, nelle lingue Inuit esistono molte parole per descrivere le diverse forme e condizioni della neve: la neve che scende, quella che annuncia la fine della bella stagione, quella fresca appena caduta, la neve dura e cristallina, quella che si è sciolta e poi ricongelata, la neve su cui è piovuto sopra, quella trasportata dal vento, la neve fusa per essere bevuta e la neve più adatta a costruire gli igloo. In inuktitut, una delle lingue ufficiali del Nunavut, il territorio più vasto del Canada settentrionale, esistono anche molti verbi che contengono la radice “neve” e che traducono espressioni come “scrollarsi la neve di dosso” o “mettere un po’ di neve in una bevanda calda per raffreddarla”.

Dal punto di vista etnolinguistico, la lingua riflette il modo in cui i parlanti categorizzano la realtà e appongono delle etichette a ciò che li circonda. Lingua e cultura si influenzano quindi a vicenda: le lingue eschimo-aleutine distinguono numerose varietà di neve e di ghiaccio in quanto il linguaggio riflette l’universo di riferimento culturale di popolazioni abituate da secoli a coesistere con quei fenomeni atmosferici. I popoli inuit scelgono le rotte delle slitte, cercano i luoghi più adatti a costruire le case, sfruttano le superfici più sicure per camminare o passarvi con le slitte, devono saper prevedere i fenomeni meteorologici e adeguarsi ai loro cambiamenti repentini. Saper descrivere accuratamente la neve può quindi determinare il successo o il fallimento di una battuta di caccia.

Ma non è finita qui. Esiste infatti un’altra particolarità linguistica dei popoli inuit: se in quasi tutte le lingue del mondo figura almeno una parola per indicare l’idea di guerra, all’interno del continuum eschimo-aleutino, invece, non esiste nessuna parola per designare la guerra, probabilmente perché la cultura di quelle popolazioni è basata prevalentemente sulla pace, sull’amore per il prossimo e sul totale rispetto della natura e delle sue leggi. Quasi come fosse sempre Natale.

Vanessa Iudicone

FONTI:
https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_inuit#Parole_per_%22neve%22, consultato in data 15/12/2020
http://www.traduzione-testi.com/traduzioni/le-lingue/i-molti-modi-di-chiamare-la-neve-in-inuit.html#:~:text=La%20notizia%20risulta%20estremamente%20interessante,indica%20la%20sostanza%20%E2%80%9Cneve%E2%80%9D, consultato in data 15/12/2020
https://en.wikipedia.org/wiki/Hugh_Brody, consultato in data 15/12/2020
https://www.paroleintraducibili.it/language-list/inuit.html, consultato in data 15/12/2020

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Natale: 5 personaggi che “compaiono” durante le feste nelle diverse parti del mondo

Durante le feste di fine anno, Papá Noel, Santa Claus, San Nicolás, Viejo Pascuero, Father Christmas, SinterklaasoBaba Nöelrappresenta un’unica figuraormai onnipresente in decine di Paesi.

Tuttavia, ci sono luoghi in cui alcuni personaggi rubano il protagonismo al paffuto anziano che rende felici tutti i bambini del mondo. Alcuni di questi personaggi, o creature alternative, che dir si voglia, allegrano le feste, mentre altre non consegnano regali né portano felicità alle famiglie, anzi. Si dice che hanno il compito di terrorizzare chiunque incontrino nel loro cammino. Specialmente i più piccini.

1. KRAMPUS

È una specie di capra-demonio, ha una lingua molto lunga e appuntita e appare ogni fine anno in Austria, in Germania, nella Repubblica Ceca, in Slovenia, in Svizzera, in Croazia, in Ungheria e in alcune parti dell’Olanda, ma non per portare i saluti di Natale. La sua funzione è punire e mettere in un sacco tutti i bambini che si sono comportati male durante l’anno, per colpirli con i rami degli alberi o per mangiarli. È una controparte malvagia di Babbo Natale.

2. JÓLAKÖTTURINN

Conosciuto anche con il nome di Yule Cat, gatto del Natale islandese, questo felino è l’animale domestico dei troll islandesi, conosciuti come Grýla e Leppalúði, sono cannibali e hanno 13 figli, conosciuti come Yule Lads, ovvero i bambini del Natale. Quest’ultimi sono molto golosi, amano fare scherzi alle persone e lasciano i regali nelle scarpe dei bambini che, se si sono comportati male, ricevono solamente patate.

Tuttavia, il Jólakötturinn è ancora più crudele: mangia le persone che non indossano o non ricevono vestiti nuovi il giorno di Natale. Questo felino gira per i balconi delle case, affacciandosi alle finestre e controllando i bambini. Per questo viene chiamato “poliziotto della moda”.

3. HOTEIOSHO

Lui non è un personaggio vendicativo, è uno degli dei giapponesi della fortuna. Secondo alcune legende, ha occhi dietro la schiena per osservare i bambini senza che se ne rendano conto, affinché si comportino sempre bene. È raffigurato come un monaco buddista con il ventre rigonfio, vestito con una mantella rossa aperta che lascia intravedere il petto. Secondo la legenda, è stato un vero monaco o sacerdote zen, chiamato a suo tempo Kaishi, tra l’VIII e il IX secolo. Dato che il Natale non si festeggia nell’isola, questo personaggio distribuisce i regali il giorno di Capodanno.

4. TÍO DE NADAL

In Catalogna e in altre zone di Aragona, la tradizione racconta che i regali di Natale per i bambini nascono da un tronco, conosciuto come Tío de Nadal. Per questo motivo, le famiglie sono solite sistemare un tronco in casa all’inizio di dicembre che coprono con una coperta e su cui disegnano occhi e bocca, dandogli da mangiare fino a Natale. In questo giorno i bambini gli dedicano delle canzoni e lo colpiscono con dei bastoni affinché gli dia i regali.

5. OLENTZERO

Nei Paesi Baschi chi consegna i regali è proprio l’Olentzero, un carbonaio che indossa il tipico vestito del paese. È rappresentato come un uomo anziano e paffuto. Si crede che abbia origini nel comune di Lesaka, situato nella comunità autonoma di Navarra.

Francesca Vannoni

Testo tradotto e adattato dall’articolo della BBC MUNDO: https://www.bbc.com/mundo/noticias-50707622, consultato in data 15/12/2020

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Demetrio Túpac Yupanqui, giornalista e professore di 91 anni traduce il Don Chisciotte in lingua quechua

Considerata una delle opere più importanti della letteratura mondiale, il Don Chisciotte della Mancia è un romanzo spagnolo che attinge sia dal genere picaresco sia dal romanzo epico-cavalleresco.

Demetrio Túpac Yupanqui, giornalista e professore di 91 anni, si era incaricato di concluderne la traduzione iniziata una decina di anni fa, quando aveva terminato la traduzione della prima parte del Don Chisciotte (impiegando due anni). Per celebrare il quarto centenario del grande classico, il traduttore ha portato a termine la seconda parte (tradotta anch’essa in due anni).

L’opera si divide in due parti, una pubblicata nel 1605 e una nel 1615.

È grazie a Demetrio che il libro di Cervantes è disponibile a oltre 10 milioni di persone di lingua quechua (in Perù, Bolivia, Argentina, Cile, Ecuador e Colombia).

È questo il titolo in quechua: Yachay sapa wiraqucha dun Qvixote Manchamantan (El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, così come riporta la prima pubblicazione in spagnolo).

Questa invece è l’iconica frase iniziale del libro: Huh kiti, La Mancha llahta sutiyuhpin, mana yuyarina markapi (“in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami”, come riporta la versione italiana).

Don Alonso Quijano, protagonista dell’opera, è un hidalgo, cioè un nobile, che vive nella regione spagnola della Mancia ed è un accanito lettore di romanzi cavallereschi. L’amore per le narrazioni è tale da non fargli più riuscire a distinguere la realtà dalle storie che legge e si convince un giorno di essere lui stesso uno dei cavalieri protagonisti di quelle avventure letterarie.

A suo tempo, dopo aver tradotto la prima parte, il professore ricevette il titolo inca di gran maestro Amauta Capac Apu da parte del Consiglio dei quattro Incas che riunisce i discendenti dell’impero, secondo quanto riporta Perú 21.

La traduzione, di fatto, fu svolta sotto incarico personale da parte di Miguel de la Quadra-Salcedo, giornalista spagnolo, che cercava il maestro del quechua nell’accademia di Callao. “Un giorno è arrivato Miguel e, con accento basco, mi ha detto di essere giunto affinché traducessi il Don Chisciotte perché in alcune regioni come in Argentina e a Cusco gli avevano detto che sarei stato la persona più adatta a tradurlo. Sono rimasto sorpreso, ma gli ho detto che lo avrei fatto con la dedizione che richiedeva un’opera simile”, ricorda il traduttore.

All’età di 57 anni, nel 1605 e dopo una vita piena di spostamenti e di tormenti, Miguel de Cervantes Saavedra scrisse la storia di quello che sarà uno dei più amati e famosi protagonisti della letteratura mondiale: Don Chisciotte della Mancia
A questo nome si collegano alcuni modi di dire conosciuti da tutti. “Lottare contro i mulini a vento”, per esempio, fa riferimento a un episodio del Don Chisciotte e indica la lotta contro una causa persa. È proprio ciò che fa il protagonista per la maggior parte della narrazione.

Marco Riscica

Fonti:
https://www.larepublica.ec/blog/2015/06/28/peruano-de-91-anos-traduce-el-quijote-al-quechua/, consultato in data 07/12/2020.
https://peru21.pe/lima/peruano-91-anos-termino-traducir-quijote-quechua-185956-noticia/, consultato in data 07/12/2020.

#UNINTSpeechPressReview

Pubblicato il

Sarvègguome tes rize ma: salviamo le nostre radici!

In provincia di Reggio Calabria, ai confini del Parco nazionale dell’Aspromonte, sono ancora osservabili le tracce della cultura magno-greca. Tra i panorami mozzafiato del versante ionico dell’Aspromonte, un’area che un tempo era di difficile accesso, sorgono i comuni di Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Roghu e Bova, dove è ancora possibile sentir parlare una lingua antica, residuo dell’incontro di due popoli e del contatto tra lingue, culture e tradizioni differenti. Per la sua lontananza rispetto alle località frequentate dai turisti e per la precarietà dei collegamenti tra zone costiere e l’entroterra particolarmente impervio, questa zona della Calabria ionica è diventata nel corso dei secoli una delle ultime roccaforti della cultura e della lingua greca in Italia. Fino all’inizio del secolo scorso, la mancanza di strade e infrastrutture percorribili costringeva i paesi dell’area grecofona all’isolamento e spesso all’analfabetismo e alla scarsa conoscenza dell’italiano, un fattore favorevole alla conservazione della lingua autoctona. Oggi nel territorio della Bovesìa sono poche centinaia gli ultimi testimoni di ciò che resta dell’antica civiltà della Magna Grecia e della sua eredità culturale, visibile soprattutto attraverso la lingua.

Il greco di Calabria è un dialetto del greco moderno ufficialmente riconosciuto come minoranza linguistica e rappresenta un caso interessante dal punto di vista sociolinguistico dal momento che si inserisce all’interno del continuum dialettale dei dialetti italo-romanzi, pur essendo un dialetto del neogreco. Infatti, se la “lingua tetto”, ovvero la varietà sovraordinata da cui derivano dialetti italo-romanzi, coincide con la lingua standard della loro regione di diffusione (l’italiano appunto), i due dialetti greco-italioti, il greco di Calabria e il griko salentino, non sono geneticamente imparentati con l’italiano e rappresentano dunque un caso di lingua “senza tetto”, diffusa cioè in una regione la cui lingua sovraordinata non è la varietà standard dalla quale essi derivano. L’Atlante Mondiale delle Lingue in Pericolo dell’UNESCO classifica il greco di Calabria tra le lingue severamente in pericolo: si stima che gli ellenofoni calabresi sarebbero oramai meno di 500, quasi tutti anziani che abitano tra Gallicianò, frazione del comune di Condofuri, Bova e Roghudi.

L’esistenza delle comunità grecofone in Italia è stata a lungo oggetto di studio: è stato ipotizzato che la loro origine sia riconducibile all’immigrazione in epoca medievale di popolazioni ellenofone provenienti dall’Impero bizantino, il che spiegherebbe l’innegabile somiglianza dei dialetti greco-italioti con il greco moderno e la loro parziale intelligibilità. Da studi più recenti è tuttavia emerso che le minoranze ellenofone d’Italia non sarebbero state interessate da migrazioni dalla Grecia continentale in epoca medioevale, vista la mancanza di componenti genetiche balcaniche nella popolazione che abita la Grecìa salentina e l’area della Bovesìa. Ciò conferma quindi l’ipotesi dell’esistenza di comunità ellenofone nella zona dell’antica Magna Grecia sin da tempi più antichi. In effetti, a sostegno di quest’ultima tesi, è interessante notare come il greco di Calabria presenti elementi lessicali derivati dal dialetto dorico, ma assenti nel neogreco, probabilmente dei prestiti dalla lingua dei coloni dorici di Taranto. Una chicca: i due termini èlima e jìis con cui il poeta Esiodo descrive l’aratro dei contadini eretriesi e calcidesi non esistono né nel greco bizantino né in neogreco, ma sopravvivono nel greco di Calabria. I numerosi studi sulla forma, sull’evoluzione e sulle influenze che nel corso del tempo hanno arricchito i due dialetti greco-italioti confermano dunque il loro carattere autoctono e respingono la tesi di un’origine bizantina.

Per proteggere un patrimonio linguistico e culturale che sta velocemente scomparendo, il governo ha approvato la legge 482/1999 in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, mentre la Regione Calabria si impegna nella tutela delle minoranze greche e promuove l’istruzione bilingue; parallelamente, i comuni di Bova, Bova Marina e Condofuri hanno installato una segnaletica stradale bilingue greco/italiano. Esistono inoltre numerose iniziative culturali promosse da associazioni locali allo scopo di promuovere la diffusione e la tutela del greco di Calabria attraverso l’arte e la musica, come il festival musicale itinerante Paleariza (“Antica Radice”), nato nel 1997 come festival di musica grecanica per creare un’occasione di incontro fra il contesto locale e quello globale.

Sfortunatamente, il progressivo abbandono delle lingue minoritarie sembra inarrestabile ed è dovuto a numerosi fattori, dalle conseguenze della globalizzazione alla stigmatizzazione delle minoranze linguistiche, spesso considerate dei semplici dialetti parlati dai ceti contadini nelle zone rurali, piuttosto che delle lingue a tutti gli effetti che valga la pena imparare. Tuttavia, la salvaguardia del patrimonio di tradizioni e culture del sud Italia passa anche attraverso la tutela delle lingue locali e un cambiamento radicale delle percezioni dei parlanti più giovani. La lingua che ancora oggi si sente parlare da solo poche decine di anziani in provincia di Reggio Calabria è una lingua antichissima, evolutasi in modo indipendente dal greco bizantino e probabilmente parlata già nel VIII secolo a.C., all’epoca della fondazione della città di Krótōn, dove Pitagora creò la sua suola, e di tante altre polis magno greche destinate a conoscere un periodo di intenso splendore artistico e culturale.

Vanessa Iudicone

Fonti:
http://www.unesco.org/languages-atlas/, consultato in data 01/12/2020.
http://www.grecidicalabria.it/, consultato in data 01/12/2020.
https://www.megghy.com/areagrecanica.htm, consultato in data 01/12/2020.
http://www.grecosuditalia.it/, consultato in data 01/12/2020.
https://www.camera.it/parlam/leggi/99482l.htm, consultato in data 01/12/2020.