#QUELLOCHECIUNISCE: CARBONARA DAY

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#CarbonaraDay: mai hashtag mi risuonò più dolce – o forse sarebbe meglio dire saporito – alle orecchie. Il 6 aprile, già da qualche anno, è la giornata dedicata al piatto di pasta più amato dai giovani italiani – almeno secondo le statistiche. Quest’iniziativa è organizzata dai pastai di AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) e IPO (International Pasta Organisation), dopo la proposta di Stefano Bonilli. Nel 2008 infatti, il famoso food blogger italiano, fondatore della rinomata rivista culinaria Gambero Rosso, aveva deciso di dedicare, nell’ambito della giornata internazionale della pasta, maggiore attenzione alla carbonara, regina indiscussa.

Ma come nasce la carbonara? Boh, e chi lo sa. Nemmeno noi italiani ce lo ricordiamo bene. Esistono infatti più storie che circolano, che si passano di padre in figlio, sulla nascita di questo piatto.

Alcuni sostengono che la carbonara, in realtà, provenga proprio da un “incontro” tra l’Italia e la patria di coloro che, nel profanare la cucina italiana, sono i numeri uno: gli USA. Proprio così. Ora vi spiego: nel 1930 viene pubblicato un libro di ricette che raccoglie tutti i piatti tipici romani. E della carbonara neanche l’ombra. Quindi viene ovvio pensare che la ricetta risalga ad anni successivi, e allora ecco l’intuizione: durante la seconda guerra mondiale, quando le truppe americane erano a Roma, mischiavano, senza arte né parte, i primi ingredienti che riuscivano a racimolare, ossia uovo, pasta e bacon. Eh sì, bacon. Forse per questo, come fanno notare in molti, l’uso della pancetta al posto del guanciale non scatena la stessa furia omicida che scatenerebbe il farlo con l’amatriciana: nella “ricetta” (se così la vogliamo definire) originale il guanciale non c’era. Ad ogni modo io, quando vedo che qualcuno usa la pancetta, lo giudico comunque. Ma il pecorino? Eh già, il pecorino. Come dicevo, la ricetta dei soldati americani non è mica quella che mangiamo oggi: ovviamente dei cuochi romani, vedendo che lo strambo abbinamento uova-pasta-carne funzionava, hanno deciso di perfezionarla, rendendola arte. Nasce quindi la carbonara, quel mix di sapori che quando assaggi senti il fegato chiedere pietà, ma il palato supplicarne ancora.

Secondo un’altra ipotesi, invece, la carbonara deriva dai carbonai, ossia da quelli che trasformavano la legna in carbone, e operavano sugli Appennini laziali e abruzzesi, chiamati “carbonari” in dialetto romanesco. A quanto pare i carbonari erano grandi fan del piatto abruzzese cacio e ova, a cui avrebbero poi aggiunto il guanciale, rendendo il piatto più sostanzioso e, tocca ammetterlo, appetitoso. Da qui, inoltre, deriverebbe la tradizione dell’usare il grasso del guanciale e non l’olio, in quanto i carbonari erano poveri e non se lo potevano permettere.

Ma non finisce qui: addirittura c’è chi sostiene che la carbonara derivi dalla cucina napoletana, dove d’altronde uova sbattute e formaggio grattugiato sono all’ordine del giorno, oppure ancora chi sostiene che la carbonara debba il suo nome a un tipico salume che, originariamente, veniva impiegato al posto del guanciale. Questo salume veniva affumicato sotto i carboni, e da qui avrebbe poi preso nome il piatto.

Insomma, non si sa di preciso la vera storia della carbonara, ma penso che tutti dovremmo ringraziare chiunque abbia avuto l’idea di unire questi ingredienti e trasformarli in quest’opera.

Che tripudio di maestria la cucina italiana: l’UNESCO ha proclamato la pizza patrimonio dell’umanità, e l’IPO, insieme al mondo intero, celebra la carbonara. Niente da farci, noi italiani ne sappiamo sempre una in più del diavolo quando si tratta di cibo. Perché? Perché per noi mangiare è un’arte, non si tratta solo di riempirsi lo stomaco con la prima cosa che ci capita davanti -studenti fuori sede non preoccupatevi, non vi giudico- o mangiare il più alto numero possibile di calorie -the bigger the better, eh America?-. Si tratta di tradizioni, amore, famiglia. È l’ingrediente segreto che la nonna ti sussurra nell’orecchio quando la aiuti a preparare il pranzo della domenica (“mi raccomando, aggiungi un po’ di zucchero nel pomodoro che ne risalta il sapore” mi disse una volta mia nonna), si tratta del pranzo di Pasqua passato con tutta la famiglia, si tratta dell’amore con cui zie e mamme coltivano l’orticello dietro casa, anche se poi sei costretto a mangiare zucchine per settimane e settimane. La cucina è arte, passione. Ovvio che ci arrabbiamo quando scopriamo che all’estero mettono la panna nella carbonara, oppure che usano la cipolla. O peggio ancora, quando sostituiscono il pecorino con il cheddar. Ma d’altronde, come abbiamo detto, la nostra cucina è un’arte: chi vuole imitarla, si accomodi. Ma non riusciranno mai, nemmeno lontanamente, a raggiungere la perfezione dei nostri gusti, dei nostri sapori.

Ora, per allietarvi in questo periodo di quarantena, vi condivido qui di seguito la ricetta della migliore carbonara di Roma. Vi ricordate Stefano Bonilli, colui a cui dobbiamo la nascita del #CarbonaraDay? Ebbene, quando nel 2008 decise di promuovere quest’iniziativa, indisse un concorso per proclamare la regina delle carbonare. La vincitrice è stata la carbonara di Roscioli, un’antica salumeria in Via dei Giubbonari, che con il suo cuoco di origine tunisine si aggiudicò il podio. Esatto, il cuoco è di origini tunisine: che meraviglia vedere come, attraverso la cucina, si crea unione tra le culture. E che serva anche da esempio a coloro che, all’estero, cucinano la prima cosa che si trovano davanti, dandole poi un nome italiano senza, di fatto, avere la minima idea di cosa sia la cucina italiana.

Ecco a voi la ricetta della miglior carbonara de Roma, buon appetito!

Ingredienti per 4 persone (mamme, papà e coinquilini vari vorranno sicuramente assaggiare)

400 gr spaghettoni

200 gr di guanciale

250 gr di pecorino romano bio stagionato almeno 16 mesi

40 gr pecorino di fossa di Sogliano al Rubicone (opzionale – soprattutto di ‘sti tempi, direi che la ricerca del pecorino magico può saltare, ma ve lo lascio caso mai, finita l’emergenza, vi vorrete dilettare a perfezionare l’arte della carbonara)

5 tuorli di uovo

1 albume intero

Pepe q.b

Preparazione

  1. In una boule di vetro sbattere cinque uova con un albume aggiungendo 150 grammi di pecorino e 40 grammi di pecorino di fossa.
  2. Fare due giri di pepe macinato fresco, lasciare riposare il composto per 5 minuti in frigo.
  3. In una padella di ferro (o eventualmente antiaderente) rosolare il guanciale, privato della cotenna e tagliato a dadini da circa un centimetro ciascuno, a fuoco vivace.
  4. Quando avrà formato una leggera crosticina e assunto un colore brunito spegnete il fuoco ed eliminate la metà del grasso rilasciato dal guanciale.
  5. Cuocere gli spaghettoni in acqua non molto salata con cottura al dente.
  6. Versarli nella boule con il composto preparato precedentemente di uova pepe e pecorino aggiungendo gradatamente il guanciale e il suo grasso di risulta.
  7. Mantecare velocemente lontano dal fuoco aggiungendo se necessario acqua di cottura, adagiare sul piatto di portata e cospargere il tutto con il resto del pecorino e del pepe.

Ps: e non dimenticatevi di seguire l’hashtag #CarbonaraDay sui social, per vedere che simpatiche iniziative sono state avviate per celebrare la regina della pasta!

Emanuela Batir

Fonte: https://www.lucianopignataro.it/a/carbonara-di-roscioli-ricetta-originale-spiegata-da-alessandro-roscioli/58449/

#QUELLOCHECIUNISCE

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Il 24 marzo 2010 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle violazioni gravi dei diritti umani e per la dignità delle vittime.

Questa ricorrenza annuale è stata istituita per rendere omaggio alla memoria di Monsignor Oscar Arnulfo Romero che, dopo aver denunciato le violazioni dei diritti umani delle popolazioni più vulnerabili de El Salvador e aver difeso i principi di protezione della loro vita, venne preso di mira dagli squadroni della morte che lo assassinarono il 24 marzo del 1980 mentre stava celebrando la messa.

L’obiettivo dell’evento è triplice: onorare il ricordo delle vittime di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, promuovere l’importanza del diritto alla verità e alla giustizia e rendere omaggio a coloro che hanno dedicato e perso la propria vita nella lotta per promuovere e proteggere i diritti umani, così come fece Romero. Il diritto alla verità è un diritto per il quale si lotta ogni giorno, in quanto rappresenta una condizione indispensabile per salvaguardare i diritti di tutti. In riferimento a ciò voglio ricordare una frase celebre di Aldo Moro, presa da “Il Memoriale” che recita così: “Quando si dice la verità, non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi”.

Il 25 marzo 2007, invece, l’Assemblea Generale dell’Onu ha istituito la Giornata Internazionale di Commemorazione delle Vittime della Schiavitù e della Tratta Transatlantica degli Schiavi. L’obiettivo dell’evento è quello di ricordare coloro che sono stati privati della libertà e che si sono battuti per l’abolizione della schiavitù. La giornata serve per mettere in guardia dai pericoli del razzismo e dell’intolleranza che oggi “avvelenano” la nostra società. Sebbene la schiavitù sia stata abolita, il commercio di esseri umani non è stato eliminato del tutto.

Si stima che un terzo dei circa 15 milioni di persone che sono state deportate dall’Africa attraverso l’Atlantico, fossero donne. Donne che oltre a sopportare le difficili condizioni di lavoro forzato, hanno subito diverse forme estreme di discriminazione e di sfruttamento sia per il loro sesso che per il colore della loro pelle. Quando si parla di schiavitù, è inevitabile pensare che sia qualcosa legato al passato, ma così non è, dato che oggi il fenomeno è ancora vivo. Con il termine schiavitù moderna ci si riferisce a diversissime forme di questa: traffico di esseri umani, sfruttamento di bambini, sfruttamento sessuale e lavori forzati.

Oltre a queste giornate mondiali sono state istituite anche la Giornata Internazionale per l’abolizione della schiavitù che si celebra il 2 dicembre e la Giornata Internazionale della Commemorazione del commercio degli schiavi e della sua abolizione che si celebra il 23 agosto.

Sono molte le rotte illegali da cui passa tutto il traffico illecito: esseri umani, droga, armi. A volte queste cambiano in base alle condizioni meteorologiche.

Storicamente, alla tratta atlantica si affiancò quella araba, detta anche tratta arabo-musulmana. Questa tratta prevedeva il commercio di esseri umani e si concentrava principalmente su tre itinerari posti tra l’area sub-sahariana, quella del Medio Oriente e quella dell’Africa Settentrionale.

Nel Mondo arabo l’abolizione della tratta non fu un processo endogeno e non si assistette alla formazione di un movimento abolizionista autoctono. Diverso fu il caso della tratta barbaresca degli schiavi dove il commercio riguardava prettamente gli schiavi bianchi e che fiorì nell’Africa settentrionale (Marocco, Algeria, Tunisia e Libia).

È interessante notare come la tratta di esseri umani abbia avuto un nuovo boom negli ultimi anni, in particolare a partire dal 2013, data dalla quale il numero di deportati ammonta a circa 15 mila persone. Dalle analisi statistiche forniteci dal Ministero della giustizia emerge che la vittima tipica dello sfruttamento siano giovani ragazzi e ragazze, con un’età media di 25 anni e nel 75% dei casi di sesso femminile. La nazionalità è prevalentemente nigeriana o rumena e in molti casi le vittime sono sposate e/o con figli. Di queste, il 15% è rappresentato da minorenni che spesso arrivano in Italia, senza il consenso dei genitori.

Prendendo per esempio il caso delle donne nigeriane: pochi sanno che il primo contatto che la vittima ha con i contrabbandieri avviene spesso attraverso un parente, un amico o un’altra persona familiare. Dopo l’avvicinamento iniziale, la vittima viene messa in contatto con una “matrona”, la persona più importante di questa rete in Nigeria. In molti casi, la matrona ha anche il ruolo di “sponsor“, ovvero è colei che finanzia il viaggio via aereo o via mare. Il canale favorito dai trafficanti di esseri umani per far giungere le ragazze in Italia è via mare. Anche in questo caso negli ultimi anni c’è stato un cambio di sistema da parte delle organizzazioni criminali. L’importo del debito per garantire il trasporto non è mai specificato ed è la stessa famiglia della ragazza ad essere garante per il pagamento. I costi tipici vanno dai 410 € ai 1.640 € per i documenti e 6.570 € a 9.850 € per il viaggio. Il debito contratto dalla vittima è sempre molto più alto, e varia tra i 32.780 € e gli 82.000 € (circa). La vittima e il suo sponsor fanno un “patto” che obbliga il rimborso in cambio di un passaggio sicuro in Europa. Il sigillo del patto culmina con un rito juju o voodoo, rito magico celebrato da un native doctor detto anche ohen che, attraverso preghiere rituali, l’utilizzo di peli pubici, capelli, unghie, sangue mestruale e la foto della vittima compie un rito attraverso il quale lega l’anima della malcapitata a lui e la vincola a pagare il debito contratto e a non tradire mai l’organizzazione criminale e la matrona a cui dovrà restituire la somma pattuita. Se la vittima verrà meno al giuramento il native doctor farà sì che lei impazzisca o muoia.

Dopo il rito le giovani partono per raggiungere il centro di smistamento che si trova nella località di Agadez in Niger, dove sostano per alcuni giorni e dove spesso vengono cedute e fatte violentare dalle guardie di frontiera per guadagnarsi il transito sino alla Libia. Le giovani sovente vengono fatte prostituire nelle zone di sosta intermedie e, all’arrivo in Libia vengono smistate all’interno delle connection house, dove vengono fatte prostituire o all’interno dei ghetti, dove spesso vengono ridotte in schiavitù domestica e sessuale da uomini autoctoni o da connazionali. Se durante la loro permanenza in Libia vengono arrestate ed incarcerate dalle milizie libiche, subendo violenze, torture e stupri, la loro condizione di assoggettamento si aggrava ulteriormente a causa delle richieste di “riscatto” avanzate dai carcerieri alle matrona. Questo debito andrà a sommarsi a quello già accumulato prima della partenza. Se le condizioni di salute della donna/vittima non sono buone e/o la sua condizione la rende “inutilizzabile” ai fini della prostituzione l’organizzazione può decidere di abbandonarla alla mercé dei miliziani e non ci saranno prospettive di salvezza. Se la vittima rimane incinta durante la permanenza in Libia può capitare che venga agganciata o comprata da un connazionale o da persona di fiducia della matrona in modo tale da sembrare un nucleo familiare ed avere così accesso ai percorsi preferenziali che i nuclei familiari hanno all’arrivo sui nostri territori.

Qualora queste sopravvivano al viaggio nel Mediterraneo vengono accolte nei CAS (Centri di accoglienza straordinari). Qui ci sono due ipotesi: la ragazza ha un numero di telefono, già ricevuto in Nigeria, che dovrà contattare non appena arriverà in Italia; se non ha un numero, la famiglia contatterà direttamente lo sfruttatore. Nei centri, insieme alle ragazze, ci sono anche membri delle organizzazioni criminali che hanno un ruolo strategico di coinvolgimento e di indirizzo. Nessuno dice alla vittima che è costretta a prostituirsi, poiché questa sarebbe una disgrazia per la famiglia. Probabilmente però, in alcuni casi, la famiglia lo sa e convince la figlia stessa a pagare il debito per paura di ritorsioni degli altri familiari rimasti in Nigeria. Quando arrivano in Italia, l’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni) registra l’arrivo delle ragazze vittime di tratta con patologie psicologiche che richiedano l’intervento immediato di personale sanitario specializzato. Sono frequenti i casi di allucinazioni che colpiscono queste donne, spesso riferiscono di vedere la presenza di un uomo nella loro stanza (ohen) o dicono di sentirsi soffocare per mano di qualche spirito.

In diversi paesi europei, le autorità sono intervenute salvando le donne dai loro trafficanti, ma spesso queste tornano alla prostituzione per adempiere agli obblighi nei confronti dei loro sponsor.      Per questo sono costrette a uscire in strada, dove vengono pagate dai 10 ai 30 € per ogni atto sessuale.

Finora, vari gruppi hanno lavorato per fermare questa forma di violenza cercando di inserirle in programmi di protezione, ma spesso è difficile convincerle a non chiamare i numeri che hanno ricevuto prima di fuggire dalla guerra o dalla povertà del loro paesi. Quel numero di telefono rappresenta infatti, l’unica certezza che hanno in una terra sconosciuta.

È importante soffermarci e ragionare sul fatto che sia il 24 che il 25 marzo rappresentano eventi indelebili dalle nostre menti, poiché testimoniano secoli e secoli di vessazioni e sfruttamenti.

E quindi mi chiedo, in che modo la situazione potrà mai cambiare? Molto probabilmente la schiavitù moderna e la tutela dei diritti umani avranno una soluzione definitiva solo quando verrà combattuto il nemico comune, nemico chiamato Povertà.

Nisrine Jouini


I dati sono presi dagli studi condotti dall’ EPAWA (Enslavement Prevention Alliance) e dal Master Eyes MEDI: Diritto all’immigrazione e Mediazione Interculturale

#QUELLOCHECIUNISCE: Giornata mondiale della meteorologia

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Il mondo è un bel posto e vale la pena combattere per esso.
(Ernest Hemingway)

Il 23 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Meteorologia.

Istituita per commemorare la creazione dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia come parte delle istituzioni che compongono le Nazioni Unite, ricorda il contributo essenziale dei Servizi Meteorologici e Idrologici Nazionali.

Gli  obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia, oltre alla promozione di scambi di informazioni, alla ricerca nel campo meteorologico e all’applicazione della meteorologia  all’agricoltura, ai problemi dell’acqua, all’aeronautica e ai trasporti, si focalizza moltissimo su una facilitazione della cooperazione internazionale per costruire una rete di stazioni, per mantenere economicamente centri di previsione del meteo e per effettuare rilevamenti geofisici, meteorologici e idrogeologici.

A sostegno di questi obiettivi, la Giornata Mondiale della Meteorologia organizza diversi eventi come conferenze, mostre e convegni durante i quali si incontrano leader mondiali, esperti nel campo e un pubblico di spettatori interessati ai temi trattati.

Molti di questi eventi mirano ad ottenere una maggiore visibilità da parte dei media per quanto concerne l’importanza della meteorologia, ora più che mai valido strumento di supporto alla risoluzione di drammatiche questioni ambientali che affliggono il pianeta e diversi premi per la ricerca vengono presentati (come, ad esempio, il Premio Norbert Gerbier-Mumm).

Ogni edizione di questa Giornata presenta un tema differente: quest’anno, il tema sarà “Climate and Water”, in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Acqua. Non c’è nulla di cui stupirsi, vista l’interconnessione tra cambiamento climatico e scarsità d’acqua.

Si tratta di un tema più che attuale e scomodo che apparentemente sembra interessare soltanto il Sud del Mondo e che, al contrario, possiede un’importanza strategica e geopolitica a tratti sbalorditiva. Nel 2050, circa 5 miliardi di persone potrebbero trovarsi in aree con risorse idriche esigue almeno una volta all’anno. 5 miliardi di individui non avranno un regolare accesso all’acqua. Riuscite a pensarci? Effettivamente non è una previsione che tranquillizza.

La soluzione in anteprima? Riciclaggio e sostenibilità a 360° sono ovviamente le parole chiave, ma anche opportunità economiche e sicurezza ai massimi livelli nella gestione idrica, insieme a una protezione maggiore dei depositi naturali di carbonio come foreste e oceani.

Tenetevi forte e non perdetevi quest’edizione. Dobbiamo imparare e mettere in pratica quanto appreso. Non possiamo più aspettare.

Clara Corvasce

#QUELLOCHECIUNISCE: Giornata mondiale dell’acqua

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“The earth, the air, the land, and the water are not an inheritance from our forefathers but on loan from our children. So we have to handover to them at least as it was handed over to us.” – Mahatma Gandhi

Oggi 22 marzo 2020 è la Giornata mondiale dell’acqua (World Water Day), affrontare questo tema mi ha fatto venire in mente alcuni episodi della mia infanzia. Quante volte mentre eravate in bagno a lavarvi i denti, i vostri genitori dall’altra stanza vi dicevano di chiudere il rubinetto per non sprecare l’acqua? Oppure, chi di voi ricorda quando da piccoli le maestre ci spiegavano come rispettare il nostro ambiente?

Parlare dell’acqua e della sua importanza mi fa anche pensare a quando ero una Scout e in particolare a una frase del saggio Baden Powell: “Lascia il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato”. Questa frase mi fa riflettere su quanto sia fondamentale rispettare le risorse che il nostro pianeta ci ha donato, l’acqua è un patrimonio per gli esseri umani, è un elemento da cui dipendiamo e di cui siamo composti.

Come non celebrarla? Così nel 1922 le Nazioni Unite fissano una Giornata mondiale dell’acqua (World Water Day). L’intento è quello non solo di celebrare l’elemento acqua, ma ancor di più interrogarsi sulle relative problematiche quali possono essere: l’accesso all’acqua potabile, disponibilità per tutti di servizi igienico-sanitari, la sostenibilità degli habitat acquatici, salvaguardia del ciclo naturale dell’acqua ecc.

Il 22 marzo di ogni anno gli Stati membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si riuniscono per promuovere attività concrete, inerenti all’acqua, nei loro rispettivi Paesi. Alla Giornata viene dato sempre un tema diverso, quest’anno il World Water Day sarà sull’acqua e i cambiamenti climatici e su come i due sono estremamente connessi. Infatti i cambiamenti climatici aumentano la variabilità del ciclo dell’acqua, inducono a disastri ambientali e riducono la prevedibilità della disponibilità della risorsa.

Per farvi alcuni esempi, in Messico solo una parte della popolazione ha accesso all’acqua potabile e una lattina di Pepsi costa meno di una bottiglietta d’acqua.

In Medio Oriente e nella regione del Nord Africa risiedono la maggior parte dei Paesi a rischio idrico, secondo l’ultimo aggiornamento dell’Atlante-Aqueduct Water Risk.

L’India, vive contemporaneamente un’emergenza sia livello idrico che a livello nutrizionale, causata soprattutto dal fatto che l’acqua viene estratta per l’irrigazione, in particolare per il prodotto nazionale, il riso.

Il Word Water Day è anche una giornata che deve servire a sensibilizzare gli animi della popolazione mondiale. Il cambiamento climatico così come le problematiche legate all’acqua sono argomenti che generalmente intimoriscono, ma ognuno di noi può fare la differenza. Informiamoci, usiamo in modo intelligente l’acqua, non sprechiamola, assicuriamoci di tramandare il messaggio alla parte più giovane della popolazione, che un domani potrà fare la differenza.

Il nostro pianeta è il nostro mondo, l’acqua è uno degli elementi che fa sì che ogni giorno il miracolo della vita avvenga, non possiamo permetterci di aspettare!

Vorrei lasciare uno spunto di riflessione su una frase di Publio Ovidio Nasone:

“Che c’è di più duro d’una pietra e di più molle dell’acqua? Eppure la molle acqua scava la dura pietra”

L’acqua stessa ci insegna come le cose in apparenza impossibili possano divenire realtà, così l’uomo deve essere acqua e con costanza e perseveranza tracciare la via del miglioramento.

 Pasqualina Florio

Fonti:                                                                                         https://www.unwater.org/publications/un-water-policy-brief-on-climate-change-and-water/learn

#QUELLOCHECIUNISCE: Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale

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21 Marzo: Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale

Oggi, 21 marzo, è la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, istituita nel 1966 dalla Nazioni Unite. È quindi la giornata per celebrare l’umanità, gioire delle differenze etnico-culturali che ci sono tra i vari Paesi e che rendono il mondo così variopinto e colorato. Ma che cos’è la discriminazione razziale? Perché l’ONU ha scelto proprio il 21 marzo per celebrarla? C’è qualcosa che noi, nel nostro piccolo, potremmo fare per aiutare nell’impresa? Ebbene, questo articolo cercherà di rispondere a queste domande. Andiamo con ordine.

Che cos’è la discriminazione razziale? Se cerchiamo sulla Treccani la definizione di questi due termini, in entrambi troviamo il riferimento all’altro. Paiono inseparabili, esiste sempre una discriminazione di tipo razziale, e razziale può sempre far riferimento alla discriminazione. In breve, possiamo riassumere il concetto della discriminazione razziale con il termine a cui sempre associamo pensieri negativi, momenti bui della storia: razzismo. Il razzismo è l’idea della divisione umana in base a razze, ossia a gruppi etnici, culturali e/o religiosi; in questa divisione in razze, secondo la definizione del razzismo, alcune sono superiori ad altre. In breve, razzismo implica una gerarchia tra razze, ossia tra etnie e culture. La storia è costellata di esempi di razzismo, noi stessi rabbrividiamo al pensiero, e infatti nel 1950 l’UNESCO, tramite la Dichiarazione sulla razza, ha negato ufficialmente (pensate, c’è stato bisogno di giungere alla formulazione di un decreto internazionale) qualsiasi connessione tra il DNA di un individuo (e quindi il colore della pelle, dei capelli, degli occhi… in breve, tutti quei caratteri fenotipici studiati grazie a Mendel) e le sue proprietà intellettuali (lingua, pensieri, ideologie, ecc). Si rifà un po’ agli studi di Lévi Strauss, rielaborati dall’antropologo nel suo saggio “Razza e Storia”, dove asseriva che le probabilità che due individui appartenenti a culture diverse avessero un DNA simile erano più alte che quelle di due individui della stessa cultura. Ce ne abbiamo messo di tempo noi, in quanto umanità, a renderci conto che non è il colore della pelle o la forma degli occhi a definire il nostro carattere: d’altronde il mondo globalizzato in cui viviamo, con le città multiculturali che emergono, ce lo sbattono in faccia ogni giorno. Quante volte un individuo con caratteristiche fenotipiche cinesi parla meglio l’taliano (perchè è italiano!) meglio del cugino di quinto grado il cui nonno era espatriato nel Brasile e che della cultura italiana sa poco o niente?

Purtroppo però il prezzo pagato per giungere a tali conclusioni è stato enorme: la storia ha visto susseguirsi diversi casi di razzismo, dal genocidio armeno a quello degli ebrei, dall’apartheid alla segregazione razziale degli Stati Uniti d’America, e molti altri esempi che potremmo citare, e altri ancora che magari, ad oggi, non sono ancora perpetrati. La razza forte, la cultura dominante, l’etnia che prevale, tende a soggiogare quella più debole (minoritaria, meno diffusa su quel territorio). È proprio la ricorrenza dell’anniversario di uno di questi eventi che l’ONU ha preso come giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Il 21 marzo 1960, 300 poliziotti bianchi, in Sudafrica, uccisero 69 manifestanti che protestavano contro l’Urban Areas Act. Tale decreto prevedeva l’obbligo dei cittadini di colore di esibire un permesso speciale nel momento in cui accedevano alle aree del Paese riservate ai bianchi. Siamo nell’ambito dell’apartheid, l’ennesimo esempio di segregazione razziale, una ghettizzazione a cui erano costretti soltanto gli abitanti di colore, colpevoli in breve di non essere nati bianchi, e non degni quindi di vivere come loro.

Ogni anno l’ONU, in occasione del 21 Marzo, si concentra su una determinata tematica di natura discriminatoria da affrontare. Negli anni precedenti, ad esempio, si è concentrato sul promuovere tolleranza e rispetto per la diversità, sulla lotta alla xenofobia e all’intolleranza. L’edizione del 2020 invece si concentra sul fare il punto della situazione nell’ambito delle popolazioni africane. Nel 2015 infatti è stata firmata tra i vari Stati la carta del Decennio per le popolazioni Africane, che prevede un aiuto ai Paesi più poveri di questo continente, sempre nell’ottica di uno sviluppo e riconoscimento paritario tra i vari Stati. In breve, l’ONU cerca sempre più di promuovere tolleranza e spirito di uguaglianza, in una realtà internazionale globalizzata e realtà nazionali multiculturali, dove l’incontro tra varie culture fa la forza.

Che cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo per promuovere questo spirito? È semplice: la prossima volta che ci troviamo di fronte qualcuno diverso da noi, che parla un’altra lingua, crede in un Dio diverso, mangia e vive in maniera diversa, non discriminiamolo. Condividiamo le nostre culture, impariamo ad apprezzarci a vicenda e, magari, riusciremo a diventare interculturali, ad avere più punti di vista sulla stessa tematica, ad accrescere il nostro bagaglio culturale.

La Terra è una sola, ma è variopinta e meravigliosa nelle sue varie sfumature, sarebbe un peccato non imparare ad apprezzarle tutte.  

Emanuela Batir

#QUELLOCHECIUNISCE: Giornata internazionale del Nowruz (Capodanno Persiano)

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Nowruz, capodanno in Iran

Venerdì 20 marzo, alle 4.49 del mattino (ora italiana), il sole entra nella costellazione dell’Ariete: è l’inizio di un nuovo ciclo astrologico, è l’inizio della primavera.

In Iran si festeggia il capodanno, Nowruz, “nuovo giorno”, le cui radici preislamiche ne fanno una ricorrenza antichissima, retaggio della tradizione zoroastriana. Nowruz è una festa talmente radicata nella cultura iraniana da essere risultata immune ai tentativi post-rivoluzionari di cancellarla dal calendario delle festività della Repubblica Islamica.

La tradizione vuole che le celebrazioni comincino dodici giorni prima del capodanno, con una pulizia approfondita della casa, che viene liberata da ogni inutile disordine e sporcizia per fare posto a quello che verrà nell’anno nuovo. Molteplici sono le usanze che gravitano attorno a questa ricorrenza: dall’Haft-Sin, la tavola imbandita simbolo di Nowruz, al Chaharshanbe Surì, la festa del fuoco, passando per l’apparizione per le strade di Hajji Firuz, una sorta di Babbo Natale persiano.

L’Haft-Sin è sicuramente l’emblema di Nowruz, una tavola imbandita su cui trovano posto sette oggetti i cui nomi in persiano, iniziano tutti con la lettera “s”. Sabzeh, una pianta di grano come simbolo di verde, natura e rinascita; Samanu,un dolce budino a base di germe di grano che simboleggia il potere e il coraggio; Senjed, olive persiane secche che simboleggiano la saggezza; Seeb, mele per augurare la salute; Somaq, le bacche tipo datteri che significano pazienza e tolleranza; Serkeh, l’aceto per l’azione disinfettante e la pulizia; Sir, l’aglio simbolo della medicina. Figurano sulla tavola anche le uova dipinte, simbolo di prosperità, e i pesci rossi, che rappresentano la vita che scorre.

La sera dell’ultimo martedì dell’anno ha luogo la festa del fuoco, Chaharshanbe Surì. Per tutta la città vengono accesi dei piccoli fuochi su cui la tradizione vuole si debba saltare, recitando la frase:”Dammi il colore rosso e prenditi il giallo del mio pallore”. Le ceneri poi, simbolo di ciò che triste e doloroso l’anno precedente ha riservato, vengono sepolte lontano dalle case.

Ghashogh-Zani è un’altra tradizione legata alla festa del fuoco, che prevede che le persone si coprano da capo a piedi, portando con se pentole e utensili con cui fare rumore, fermandosi casa per casa, guidate dalle luci dei falò, a chiedere dolci e cibo.

Chaharshanbe Surì simboleggia la purificazione, il passaggio dal freddo e dall’angoscia dell’inverno alla rinascita primaverile; è con questo rito che gli iraniani danno il benvenuto all’anno nuovo.

Durante tutto il periodo dei preparativi e dei festeggiamenti fa la sua apparizione per le strade Haji Firouz, una sorta di babbo Natale, vestito di rosso e con il volto colorato in nero, che suona il suo tamburino,“Darie”, rallegrando i passanti e augurando loro buon anno.

I festeggiamenti culminano il tredicesimo giorno dell’anno nuovo, in cui si celebra Sizdah bedar, che dal farsi possiamo tradurre come “13 all’aperto”. È tradizione festeggiare questa giornata all’aperto, lontano da casa, immersi nella natura, in un’atmosfera gioiosa e spensierata. In questo modo viene scongiurata la visita degli spiriti malvagi, che non trovando nessuno a casa, sono costretti ad andarsene. I germogli usati per il Sabzeh dell’Haft-Sin vengono gettati nell’acqua di un fiume, gesto che simboleggia la volontà di liberarsi della negatività accumulata fino a quel momento.

Terminano così i festeggiamenti di Nowruz, tra canti e balli, sotto il nuovo sole primaverile e le speranze che porta con sé.

Nowruz è famiglia, l’occasione per riunirsi con i propri cari e le persone amate, e lasciarsi alle spalle quanto di spiacevole c’è stato prima.

Nowruz é rinascita, è la tenebra che lascia spazio a una nuova luce, a una rinnovata fiducia e un fresco ottimismo di un nuovo inizio.

Quale periodo migliore di questo per tornare a sperare?

Sal-e no mobarak a tutti!

Chiara Palumbo

#QUELLOCHECIUNISCE: Papà mi ha insegnato a…

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Oggi è la festa del papà. Una data per ricordare il loro lavoro, il bene che ci hanno trasmesso, i sacrifici che hanno fatto per renderci le persone che siamo oggi. Per alcuni è stata anche la prima parola. “Papà!”.

Papà è quella figura che torna a casa a tardi, stremato dal lavoro, con cui passi poche ore nell’arco della giornata, nella settimana. E allo stesso tempo è quella persona che nei weekend quando era di riposo, ci dedicava tutto il suo tempo libero, per rubarci un sorriso. 
Papà è quella persona che ci sarà sempre, che farà di tutto per renderti felice e che mette la tua felicità prima della sua.
Negli anni crescendo non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo ad averlo presente nella nostra vita. Eppure, c’è sempre, in ogni momento. Ed è per questo che voglio dirti papà, grazie, perché qualunque percorso io vorrò intraprendere, spero di diventare proprio come te.
Nisrine

Papà mi ha insegnato ad andare in bici, mi ha insegnato trucchi per ricordarmi le tabelline, mi ha spiegato come usare la frizione e come guidare, mi ha mostrato come usare bene la Canon per fare le foto. Papà mi ha insegnato ad apprezzare le persone che ho intorno, a coltivare le amicizie, anche a distanza, a sorridere con coloro a cui voglio bene, ridere e divertirmi. Papà mi ha insegnato che la vita è meravigliosa, nonostante tutto e tutti, e per questo voglio ringraziarlo. E dirgli che mi manca, e che non vedo l’ora di riabbracciarlo.
Emanuela

Papà mi ha insegnato ad affrontare le sfide della vita.
Mi ha insegnato che le difficoltà vanno accolte, prese per mano, dopo essersi rimboccati le maniche e poi, attraversate.
Mi ha insegnato a lasciarmi guidare dalla fiducia nelle mie capacità e dall’amore della mia famiglia, mantenendo i piedi ben saldi al terreno, ma lo sguardo sempre fisso verso qualcosa di più grande ed inafferrabile.
Mi ha insegnato a perdonare i torti subiti e a tollerare le ingiustizie, perché la gentilezza e l’accoglienza sono le armi più potenti che ci possano difendere.
Papà mi ha insegnato ad essere responsabile delle mie scelte, a portare a termine i miei compiti e le mie decisioni, ad essere sempre fiera dei traguardi ottenuti, puntando poi ogni volta più in alto.
Mi ha insegnato ad avere paura senza sentirmi sola, a stare sola senza sentirmi fragile, ad essere fragile senza averne paura.
Sara

Quando penso al mio papà, mi commuovo sempre un po’: non trovo mai le parole giuste per dirgli e spiegargli il bene che gli voglio (forse perché un bene così grande è impossibile da descrivere a parole).
Lui che mi ha insegnato a ridere di ogni problema, che mi ha dato questo nome simbolo di allegria e che, quando da piccola dovevo essere cullata, mi faceva ballare.
Caro papà, che queste poche righe siano anni di “ti voglio bene” persi, rinchiusi in caratteri molto solari, ma al contempo chiusi come i nostri e soprattutto, caro papà, per quanto possa allontanarmi da te, ricorda che sarò sempre la tua bambina.
Grazie per essere il mio grande piccolo principe.
Tatina (Ilaria)

Papà è la colonna portante della mia vita, mi ha insegnato il valore della famiglia e dell’unione, a guardare ogni situazione sempre con positività.
Il mio papà è una persona molto forte, è stato anche una mamma ed è il mio migliore amico; mi ha insegnato ad assaporare le cose semplici della vita come un sorriso, a godermi ogni attimo di felicità, a lottare per le mie ambizioni e a rialzarmi quando tutto sembrava essere perduto.
Mi ha insegnato ad essere umile sempre, ad ascoltare gli altri, ad amare e abbandonare i rancori. Il mio papà è un eroe che mi ha insegnato lo spirito del sacrificio, a non dare per scontato niente e a non aver paura del buio perché in fondo ci sarà sempre la luce.
Ti amo papà!
Lina

Mio padre mi ha insegnato a non mollare mai e soprattutto a combattere con tutte le nostre forze qualsiasi ostacolo la vita ci metta di fronte.  Giuseppe

Papà mi ha insegnato a non arrendermi mai, nemmeno quando sembra non esserci una via d’uscita.
Papà mi ha insegnato che le emozioni e i sentimenti non sono “da deboli”.
Papà mi ha insegnato che le donne sono attori validi nella società esattamente come gli uomini.
Papà mi ha insegnato che posso essere quello che voglio.
Papà mi ha insegnato ad avere il coraggio di cambiare le carte in tavola e a non avere un atteggiamento passivo nei confronti della realtà.
Grazie di tutto.
Clara

Papà mi ha insegnato a essere forte e libera.
Che non bisogna per forza essere in due per accendersi un mutuo e comprarsi casa.
Che se ce la fanno gli altri puoi farcela anche tu, consapevole di quelle che sono le tue capacità, guardando sempre avanti.
Che non importa se voglio viaggiare in compagnia o da sola, se sono fidanzata o single, se ho desiderio di avere una famiglia o al momento solo l’idea mi fa rabbrividire.
Più di una volta ho sentito dirgli “i figli non sono nostri”. Nel senso stretto del possesso.
Papà mi ha insegnato che se voglio posso raggiungere i miei obiettivi, qualsiasi essi siano.
Giulia

Papà mi ha insegnato ad amare le piccole cose.
Che qualche volta, quando vado a fare compere, prendere un cartoccio di caldarroste per le strade di Roma in compagnia di una persona a cui voglio bene o di me stessa vale più di tutto quello che ogni volta porto a casa nelle mie buste.
Che certi momenti sono più tangibili di certi oggetti.
Che per i libri avrei potuto chiedere sempre.
Che prosciutto e mozzarella vanno tagliati bene o rischi di strozzarti. E che se mi fosse successo a tavola con il Papa o con la Regina Elisabetta non avrei dovuto badare a formalismi, ma solo a me.
Una mattina, mentre percorrevo il vialetto costeggiato di aranci verso scuola, mi ha chiesto di tornare da lui. E mi ha detto: “Non è necessario che la persona che sceglierai di avere al tuo fianco abbia un bell’aspetto. Ma una bella mente sì. Necessariamente.” Così sarei stata felice; avrei potuto parlarci per sempre.
E poi mi ha insegnato ad accettare le persone per come sono e non per come vorrei che fossero. A capire che la sua assenza a volte era semplicemente la sua essenza. E che alcune apparenti assenze celano le più forti presenze.
Federica