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Come ti descriveresti?

Mi descriverei come una persona intraprendente, sempre pronta ad imparare e ad accettare nuove sfide per migliorarsi e per scoprire nuovi lati di sé. Mi reputo una persona solare, aperta al dialogo e al confronto, ma anche una persona in grado di affermare le proprie idee. Sono una ragazza alla quale piace molto conoscere nuove persone e instaurare rapporti perché credo fermamente che il contatto con il prossimo permette di scoprire qualcosa di nuovo e di ampliare così la propria cultura e mentalità. Inoltre mi piace molto poter aiutare il prossimo e sono costantemente attenta alle esigenze delle persone che mi circondano e cerco, nel mio piccolo, di poter fare qualcosa per aiutarle: un gesto, una parola o un ritaglio del proprio tempo per qualcuno possono davvero fare la differenza. 

La persona che sei oggi è chi sognavi di essere?

La persona che sono oggi rispecchia quello che avrei voluto essere: sono felice di dove sono ora, sono laureata e sono soddisfatta sia del percorso di studi che ho portato a termine sia del modo in cui l’ho affrontato. Avrei voluto fare un percorso che mi permettesse di interagire con paesi e culture diverse e le lingue che ho scelto e studiato me lo permettono; avrei voluto fare un’esperienza Erasmus per potermi immergere in una realtà diversa da quella in cui sono cresciuta e l’ho fatto. La persona che sono oggi rispecchia quello che avrei voluto essere perché ogni scelta che ho fatto, l’ho presa chiedendomi se mi arricchisse e se mi permettesse di diventare chi volevo essere. Consapevole di ciò, so di potermi sempre migliorare e lavoro ogni giorno per questo.

Se tornassi indietro, cosa diresti alla te di un tempo? 

Di non aver mai paura di mostrarsi per quello che si è, anche se è difficile, perché chi ti vuole bene veramente resta, nonostante tutto, nonostante i nostri limiti e difetti. Di non aver paura di amare e di mostrare i propri sentimenti, sia che si tratti di una relazione che di amicizia, perché non dovremmo mai dare nulla per scontato, tanto più l’amore!

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Eleonora

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Riflettere sul proprio rapporto con la lingua significa operare una vera e propria indagine su sé stessi ed è proprio questo che tenterò di fare ripercorrendo le tappe più significative della mia vita. Prima di procedere con l’analisi delle scelte che mi hanno portato ad approfondire la conoscenza delle lingue straniere, fondamentale è riflettere sul rapporto con la mia lingua madre, ovvero l’italiano.

Sono nata a Bologna da genitori bolognesi per cui fin da subito sono entrata in contatto con una realtà linguistica ben definita: in casa si è sempre parlato infatti un italiano corretto. Per quanto riguarda invece il mio rapporto con il dialetto bolognese vero e proprio, posso dire di poterlo comprendere ma non parlare: nonostante mio padre lo utilizzi spesso, soprattutto rivolgendosi ai suoi parenti, il bolognese non mi è stato mai realmente insegnato. Trovo che sia un peccato trascurare un valore fondante di Bologna com’è il suo linguaggio storico e per questo mi sarebbe piaciuto coltivarlo maggiormente.

II mio rapporto con l’italiano si potrebbe definire armonioso: mi sento davvero in sintonia con la lingua italiana e con tutte le sue innumerevoli sfumature. Si tratta di una lingua musicale, aperta e ricca che tutto il mondo ci invidia per la sua unicità. Allo stesso tempo è considerata molto complessa, tanto è vero che gli stessi italiani spesso hanno difficoltà ad utilizzarla correttamente.
Sapere l’italiano è per me di vitale importanza soprattutto in virtù di quello che mi piacerebbe diventare in futuro: mi sono sempre impegnata per avere la massima padronanza dell’italiano e continuerò di certo a farlo perché trovo che sia questo il presupposto fondamentale per un successivo studio e approfondimento delle lingue straniere.

La passione per le lingue straniere è nata 7 anni fa quando iniziai a seguire con ammirazione Olga Fernando, interprete conosciuta nel mondo televisivo: ciò che ammiravo e tuttora ammiro di questa donna è la passione con cui svolge il suo lavoro e il suo essere sempre all’altezza della situazione, ma sempre con estrema discrezione. La sua facilità nel passare da una lingua all’altra senza la minima esitazione mi ha spinto ad intraprendere lo stesso tipo di percorso.
Studiare le lingue non significa trascorrere anni e anni ad impararne la grammatica: se fosse stato realmente così non so se avrei scelto questo indirizzo di studio.
Al contrario è importante conoscere tutto quello che si trova attorno alla lingua stessa: la cultura, gli usi, i costumi e tutto ciò che permette in qualche modo di arricchire il proprio bagaglio culturale.

La scelta di studiare inglese, francese e tedesco deriva principalmente dal legame che sento con queste specifiche culture e, più in generale, con questi Paesi. Personalmente trovo che studiare una lingua importante dal punto di vista lavorativo senza però apprezzarne direttamente la cultura sia sostanzialmente inutile. Ognuno di noi è diverso e ciascuno ha le proprie idee: per quanto mi riguarda, nonostante riconosca il prestigio via via crescente della lingua cinese, confesso che in generale la cultura orientale non mi attrae a tal punto da intraprenderne lo studio. Uno dei motivi principali che mi ha spinto a scegliere questa università è stata proprio la libertà di scelta delle lingue, libertà che in altri atenei invece non c’è.

Accompagnandomi per circa 13 anni di vita, l’inglese ha assunto progressivamente un ruolo sempre più importante: è passata dall’essere una semplice materia di studio a diventare parte integrante di me stessa.

Al contrario, il rapporto con la lingua francese è stato in passato molto travagliato: mi è stata imposta alla scuola media superiore come materia obbligatoria ed è per questo motivo che l’ho sempre vissuta come una sorta di costrizione. Ciò che ha fatto mutare l’approccio nei confronti di questa lingua è stato senza alcun dubbio la scoperta dell’arte e dell’architettura francese: è un mondo che fin da subito ha suscitato in me grande curiosità tanto da spingermi a coltivare la conoscenza della lingua.

Molto particolare è stato il mio avvicinamento alla lingua tedesca, da tutti sconsigliata in quanto lingua eccessivamente dura, utilizzata da un popolo autore dei crimini più efferati nella storia dell’umanità.
Tre anni fa ho avuto la possibilità di partecipare a uno scambio culturale organizzato dal mio istituto con una scuola tedesca di Darmstadt. Questa esperienza, che mi ha permesso la immersione totale in una cultura a me prima sconosciuta, ha fatto maturare in me una nuova consapevolezza: prima di giudicare e di sputare sentenze nei confronti di una lingua e di una cultura è necessario viverla e sperimentarla a pieno.

Il punto di arrivo del processo di apprendimento di una lingua straniera è iniziare a pensare proprio in quella lingua: questo è il traguardo che mi piacerebbe prima o poi raggiungere.

Per concludere, è tuttavia importante sottolineare che l’apprendimento di una o più lingue straniere non deve determinare un progressivo processo di silenziamento della lingua materna: per quanto mi riguarda, l’unica certezza che ho è che ciò che il futuro mi riserverà non andrà assolutamente ad intaccare il mio particolare legame con la lingua italiana.

Luce Beccari

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Come ti descriveresti?

Solare ed estroverso, anche se confesso che spesso la mia esuberanza è soltanto una forma di timidezza e che dietro la maschera del simpaticone nascondo una forte emotività e sensibilità. Diciamo anche che il me “bambino” esce spesso fuori e questo un po’ mi piace, perché è bello godersi la vita e sorridere!

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Ho cominciato questo lavoro subito dopo le scuole superiori, su spinta dei miei genitori, ma col tempo me ne sono innamorato. Lavorare al bancone significa incontrare ogni giorno persone diverse, a volte nuove, a volte le stesse, e di conseguenza anche mondi diversi! Ad esempio, la cosa che più mi entusiasmò quando mi venne proposto di venire a lavorare in questa Università fu l’idea di “internazionale”, ovvero di avere l’opportunità di conoscere anche studenti Erasmus, provenienti da altri paesi, lingue e culture. Ma in generale, credo che ogni incontro mi arricchisca, cambiando il mio modo di pensare e di vedere il mondo. Una fortuna da non poco!

La persona che sei oggi è chi sognavi di essere da bambino?

Diciamo che sono in dirittura d’arrivo, ci stiamo lavorando su. Credo che chi incontriamo e ciò che viviamo lungo la nostra vita ci insegni tante cose e ci formi molto come persone, e che a volte cambino anche quelle che sono le nostre prospettive e quelli che erano gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Ad esempio, da piccolo ho sempre pensato che un giorno avrei voluto essere una di quelle persone sagge a cui tutti si rivolgono per avere consigli, ma dal desiderarlo all’esserlo ce ne vuole!

E in futuro, chi vorresti essere?

Vorrei continuare a crescere come persona e riuscire a trovare il modo di mettere quelli che sono i miei talenti a servizio degli altri. In passato ho sempre ricercato cose che mi facessero star bene e mi dessero piacere, ora sto cercando di essere più attento ed in ascolto dell’altro e in questo il mio lavoro è un’opportunità che mi è dato di cogliere ogni giorno.

Simone

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Mi chiamo Maria Panatta, ho diciannove anni e frequento il primo anno della facoltà di Interpretariato e Traduzione, presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma – UNINT.

La scelta di questo percorso universitario è stata il risultato di una lunga crescita, al termine della quale ho maturato un rapporto sempre più stretto e intenso con le lingue straniere e le rispettive culture.

Sono sempre stata affascinata dalle lingue e dalle culture diverse dalla mia e, fin dalla tenera età, sono stata introdotta a diversi codici linguistici. Mio nonno paterno era originario di Olevano, mentre quello materno era calabrese; mia nonna materna ha lavorato come insegnante di lingua italiana, presso una scuola primaria; mia zia, di origini emiliane, è cresciuta in Inghilterra, dove, attualmente, vive con le sue figlie; mio padre, avendo lavorato in un negozio gestito da giapponesi e, avendo dovuto interagire con clienti della stessa nazionalità, è in grado di parlare fluentemente la lingua nipponica.

Essendo nata e cresciuta a Roma, il mio codice linguistico ha inglobato sempre più termini legati al dialetto romano; tuttavia, mia madre, insegnante di sostegno alla scuola primaria e, dunque, italofona sia per professione, sia per pura passione, ha educato i miei fratelli e me a parlare un italiano di registro medio-alto, introducendoci anche a termini desueti, attraverso i quali, ormai, sappiamo esprimerci con facilità e correttezza.

Ho sempre avuto una passione per la mia lingua madre, l’Italiano, che ritengo elegante e vigorosa, attraverso la quale mi piace esprimermi sia attraverso la scrittura, sia attraverso la comunicazione verbale. Infatti, dopo aver frequentato un corso per risolvere precedenti problemi di balbuzie, ho maturato una vera e propria passione per l’arte oratoria, che mi ha portato al desiderio di diventare una interprete.

In realtà, prima del corso di cui ho appena parlato, il mio sogno professionale era quello di diventare una guida turistica, poiché sono affascinata da qualsiasi tipo di arte: musica, storia dell’arte, letteratura. Infatti, al termine della scuola superiore di primo grado, ho scelto di frequentare il liceo linguistico, non solo per approfondire la grammatica delle lingue straniere, ma anche per studiare ed entrare in contatto con le rispettive culture letterarie.

Sono grata alle mie professoresse di lingua del liceo, poiché sono state in grado di trasmettermi un forte interesse per le letterature straniere, integrando lo studio

mnemonico con materiale multimediale, come la visione di film in lingua originale. Inoltre, ci hanno permesso di partecipare a soggiorni internazionali, durante i quali siamo stati ospitati da famiglie native del posto.

Escludendo l’Italiano, il primo codice linguistico con il quale ho avuto a che fare è stato l’Inglese. In principio, attraverso la visione di cartoni animati in lingua originale in formato VHS (il famoso “Magic English”), mi divertivo a ripetere parole e canzoni; in seguito, spronata dai miei genitori e dalla mia prima insegnante di lingua inglese della scuola elementare, ho messo alla prova la mia capacità di apprendere facilmente la corretta pronuncia e la grammatica, rafforzata da quel senso di curiosità, che tutt’ora mi appartiene. A tale scopo, ho sostenuto diversi esami di certificazione di lingua (cinque livelli Trinity alla scuola primaria e secondaria di primo grado; PET e DELE alla scuola superiore di secondo grado).

Personalmente, ritengo che la pura conoscenza teorica non sia sufficiente per l’apprendimento di un qualsiasi codice linguistico, bensì è necessaria una totale immersione linguistico-culturale. Infatti, all’età di quattordici anni, ho compiuto il mio primo viaggio internazionale diretta a Londra, ospite da mia zia: da quell’anno in poi, l’ho resa una tradizione da vivere ogni estate.

I primi anni di soggiorno nel territorio britannico non sono stati particolarmente facili, poiché il patriottismo e l’orgoglio dei nativi sminuivano le mie basilari conoscenze della lingua inglese: spesso mi sono lasciata scoraggiare dal pensiero di “essere solo un’ospite”, di “non poter mai appartenere a quell’ambiente, che, tutt’ora, mi affascina”. Tuttavia, hanno prevalso la mia curiosità e la mia voglia di fare, portandomi, oggi, ad avere un alto livello della lingua e un’ottima capacità di orientamento all’interno della città londinese.

Durante le prime estati passate in Inghilterra, ho frequentato scuole di lingua per rafforzare le mie competenze, che, una volta solidificate, mi hanno portata a svolgere attività più interessanti e formative. Per esempio, ho prestato volontariato presso il Whittington Hospital, interagendo con i pazienti e, attraverso le loro storie, ho arricchito non solo la mia terminologia linguistica, ma anche la mia persona. Inoltre, ho collaborato con la squadra regionale di ginnastica ritmica, sport da me praticato fin dalla tenera età, imparando non solo nuove tecniche di allenamento, ma anche la corretta terminologia per poter parlare del mio sport preferito.

Il mio rapporto con la lingua inglese è stato rafforzato da quattro anni di laboratorio teatrale gestito da una regista internazionale di origini inglesi, che mi spronava a recitare le mie parti proprio in questa lingua. In questi ultimi mesi, ho lavorato, con questa regista, come attrice in uno spettacolo per bambini, andato in scena dal 14 al 17 novembre presso il Teatro India – Teatro di Roma.

Il secondo idioma con cui ho avuto a che fare è stato lo spagnolo, il cui studio è iniziato alle medie e portato avanti fino al quinto superiore. La mia passione per questa lingua è stata spronata da mio cugino, il quale ha vissuto in Spagna per diversi anni e che, attualmente, a seguito del conseguimento della laurea magistrale in Lingue e Letterature Straniere, svolge la professione di insegnante di lingua spagnola e letteratura italiana presso un liceo scientifico.

La mia fluenza dello spagnolo è migliorata soprattutto attraverso uno stage nella città spagnola di Valencia, propostoci dalla professoressa di lingua, al fine di completare il percorso di alternanza scuola-lavoro richiesto; infatti, ho avuto la possibilità di immergermi nel contesto lavorativo spagnolo dedito al commercio, visitando e parlando con i dipendenti di diversi supermercati. Inoltre, durante tale soggiorno, ho avuto modo di parlare costantemente la lingua spagnola, sia nella scuola, che frequentavo la mattina, sia nella famiglia che mi ha ospitato e con la quale, tutt’ora, mantengo i contatti.

Anche i divertenti e piacevoli incontri con la collaboratrice legale di mio zio avvocato, nativa di Oviedo nelle Asturie, mi hanno aiutato a correggere molti difetti di pronuncia dei quali neanche mi accorgevo.

Uno dei vantaggi più grandi dello studiare una lingua straniera è l’arricchimento interiore, che deriva dalla conoscenza di persone che entrano nella tua vita, quasi per caso, per poi rimanere sempre con te, seppur a chilometri di distanza. Ho molti “amici di penna virtuale” (giapponesi, turchi, indiani, arabi, americani, rumeni e polacchi), conosciuti nel corso dei miei viaggi, con i quali ci aggiorniamo sulle nostre vite tramite videochiamate e incontri, quando possibile.

Le lingue mi hanno sempre accompagnato fin dall’infanzia, permettendomi di crescere con una mente più aperta e curiosa; volendo far sì che possano continuare a far parte della mia vita, mi sono iscritta a questo corso di laurea, con una gran voglia di imparare cose nuove. Desidero approfondire maggiormente l’inglese e, soprattutto, imparare una nuova lingua: l’arabo, che mi affascina molto e tramite la quale potrò conversare con il mio amico Badr che vive in Arabia Saudita.

Inoltre, mi piacerebbe tanto apprendere anche altri tipi di codici linguistici, come il linguaggio dei segni e quello dell’audiovisivo. Quest’ultimo mi permetterebbe di aprire le porte a un altro mondo da cui sono sempre stata attratta: il doppiaggio.

Maria Panatta

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Mi chiamo Alessia e mi trovo nell’anticamera del “laboratorio dei sogni” di ogni studente, dove il mio compito è quello di mostrare la mappa del percorso formativo ai temerari che intendono intraprenderla.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?        

Sicuramente il fatto di relazionarmi con tantissime persone, poiché la relazione con l’altro è proprio l’elemento che più mi contraddistingue, la cosa che più amo, perché credo che ci si arricchisca molto e che ogni tipo di incontro non sia mai né casuale, né tantomeno inutile e che non ci lasci mai come ci ha trovato.

Come ti descriveresti?

In equilibrio tra una forte emotività, mio tratto distintivo, e una razionalità che cerca di porvi freno. Penso però che le emozioni siano una delle cose più importanti nella vita, perché ci permettono di entrare in contatto con noi stessi e con gli altri, e ritengo fondamentale imparare a riconoscerle e ad esprimerle.

Quello che sei oggi rispecchia, almeno in parte, quello che avresti voluto essere?

Diciamo che non credo di essere arrivata ad un traguardo finale ma di essere ancora in cammino. Penso di aver fatto molti passi verso il raggiungimento dei miei sogni ed obiettivi, sia personali che professionali, ma credo anche che ci ancora spazio per crescere.

A chi si chiede “riuscirò a diventare ciò che desidero?”, cosa risponderesti?

Secondo me, la risposta a questa domanda è che non c’è risposta, ma c’è la possibilità per ognuno che i propri sogni vadano ad aderire alla realtà e che quindi ci si possa costruire una realtà il più vicino possibile ai propri sogni, magari non come ci eravamo immaginati, o magari sotto altre forme, perché anche i sogni evolvono come noi stessi cambiamo nel tempo della nostra storia.

Alessia Antonucci

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Qual è la più grande aspirazione della tua vita?

Sono una studentessa del corso di laurea magistrale in Lingue per la comunicazione interculturale e la didattica. Quello che più mi piacerebbe fare nella vita è di rappresentare l’Italia all’estero, non tanto a livello politico, bensì a livello culturale. Sono convintissima che la cultura italiana sia una delle più belle al mondo, sia per la sua storia sia per la sua ricchezza. Infatti mi piacerebbe lavorare proprio in questo ambito. Sai, c’è una sezione in tutte le ambasciate del mondo che riguarda proprio questo: l’insegnamento della lingua italiana, nonché la promozione della nostra cultura. Oppure in alternativa potrei diventare docente universitario, ma si sa, anche in questo ambito la strada è lunga da fare!

Qual è secondo te l’elemento per eccellenza della cultura italiana che manca invece nelle altre culture?

La fantasia. E ne abbiamo tanta, eh!

Ilaria Violi

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Qual è stata l’esperienza che ti ha influenzato di più nella vita?

Quando ero in quarto superiore ho partecipato a una simulazione di diplomacy nel Parlamento Italiano. In realtà all’inizio sono stata quasi costretta dall’insegnante di latino e greco, però contro ogni previsione è stata un’esperienza molto interessante. Mi ha cambiato totalmente la visione su quello che avrei voluto fare in futuro: mi sono avvicinata inaspettatamente al mondo della diplomazia e da lì ho iniziato a pensare che potesse essere una strada da percorrere durante la mia carriera universitaria, dato che di lì a poco avrei dovuto prendere una decisione. Ho scelto infatti di buttarmi in questo ambito, piuttosto che continuare un percorso più umanistico, non so lettere o lettere antiche. È stata sicuramente un’esperienza estremamente formativa per me, mi sono sentita adulta per la prima volta.

Quanto ha influito questa esperienza nella persona che sei adesso?

Sicuramente comprendere come poter lavorare con gli altri, quindi collaborare con altre persone per poter raggiungere uno scopo comune, che in quel caso era scrivere un disegno di legge. Non solo mi ha influito nella quotidianità o nello svolgere qualsiasi tipo di lavoro, ma mi ha avvicinato anche a un mondo apparentemente lontano da noi, quello delle carriere internazionali, dove in realtà le decisioni che vengono prese in questo ambito si riflettono sulle vite di tutti noi.

Elisabetta Lannuti

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Quindi, se ho capito bene, da venticinque anni hai fatto tutto questo?

Sì, il primo pezzo è stato l’arrotino. E poi sai come sono queste cose, uno alla volta e siamo arrivati a tutto questo.

Quali altre esposizioni hai fatto? Immagino che questa non sia la prima.

No no assolutamente. Ormai sono 3 o 4 anni che allestisco il mio presepe qui a Garbatella grazie al comitato del quartiere. Poi durante il periodo delle feste spesso sono a casa di mia figlia, in Umbria dove sono nato. Un’esposizione molto importante sono riuscito a farla grazie a un’amicizia col parroco, quando già era diventato un presepe abbastanza grande, lì alla parrocchia di Santa Galla. Un parroco molto severo, non come quelli che ci sono adesso. Un giorno gli ho fatto la proposta del presepe e lui mi ha detto: “Non ti di dico subito di sì, perché se dico sì è sì davvero, non faccio false promesse”. Ha aspettato 2 giorni e mi ha richiamato subito. Ormai sono 12 anni che allestisco da loro, tant’è che l’ultima volta sono arrivato a circa 70 pezzi.

Che cosa hanno pensato i tuoi cari appena hanno visto il tuo primo pezzo?

Sono rimasti tutti sbalorditi! I miei nipoti che urlavano: “venite a vedere cosa ha fatto nonno!” Poi qualcuno lo voleva anche comprare, a mia nipote hanno proposto 150 euro, ma lei ha sempre risposto che era un’opera d’arte che ha fatto nonno per la propria famiglia. Poi da lì lo sai come vanno a finire queste cose. Si inizia con uno e si arriva a un presepe del genere. Poi io sono sempre stato una persona piuttosto pratica e manuale, quando sono arrivato a Roma infatti il primo lavoro che ho avuto era quello di riparare i televisori. Io non amo molto andare al centro anziani, cioè sì ci vado, ma non voglio rinchiudermi sempre e tutte le ore lì. Preferisco stare in cantina a volte. Lì ho il mio laboratorio, i miei strumenti. E passo il tempo a fare ‘ste cose. Piano piano visto che ho combinato?! Praticamente non c’entravo più in cantina per quanti pezzi c’erano.

Quanti pezzi hai fatto in totale?

Mi sembra una settantina di pezzi, qui ne abbiamo allestiti cinquanta.

Qual è il pezzo di cui vai più fiero?

Be’ sì, l’arrotino è comunque stato il primo, quindi sono particolarmente legato a questo. Soprattutto perché è quello che ha dato il via a tutto. Infatti io da quando allestisco non faccio un presepe senza metterlo, come se fosse un porta fortuna. Poi c’è anche questo con il telaio. Questo mi ricorda mia nonna, quando ero piccolo e le facevo compagnia mentre lei stava al telaio perché doveva fare il corredo a tutte e cinque le figlie. Santa donna! Che poi dal seme eh! E poi la battitura e il telaio. Me la ricordo ancora mentre metteva tutte le cose sull’arcolaio. Be’ diciamo che questi due mi hanno riportato in famiglia. Quindi ecco perché sono particolarmente legato a questi.

Hai mai dedicato un pezzo a qualcuno che non fosse della tua famiglia, invece?

Questa qui l’ho dedicata a un mio carissimo amico. Ama molto l’antiquariato, infatti spesso io gli riparo le cose che compra ai vari mercatini o su internet. Roba buona eh! Mica cianfrusaglie. Poi lui di mestiere fa il chirurgo, e gli ho regalato questa statuina quando mi sono fatto operare da lui per un’ernia. Soprattutto guarda la lampada, perché sono quelle vecchie che ormai non si usano più. Infatti anche lui l’ha presa a ridere perché non si capacita di come mi sia venuta in mente.

Dove prendi l’ispirazione? Non so ti ha mai ispirato qualcuno semplicemente per strada o cose così?

Sì, alla fine sì. Soprattutto nel quotidiano. Che ne so, in televisione, per strada. Cose così. Per esempio guarda questa, il salumiere. Quella l’ho dedicata a due sorelle che hanno la pizzicheria in un campeggio nel Gargano, dove vado io ogni estate da circa 20 anni. Siamo grandi amici, infatti ogni volta che vengono a Roma, perché hanno le sorelle qui, mi vengono a salutare, come se fossero parenti. Infatti guarda: “Gina e Maria” ho messo anche i nomi, perché volevo regalargliela. Ma hanno preferito che la mettessi nel presepe.

E la prossima?

Eh, che ne so. In realtà adesso le riparo o modifico quelle che ho già fatto. Ci vuole tanta pazienza e precisione soprattutto.

Diciamo che 92 anni non sono pochi, ci puoi raccontare qualche episodio della tua vita che per vari motivi hanno influenzato la persona che sei adesso?

Be’, ne vorrei raccontare soprattutto uno che per me è stato importantissimo. Soprattutto perché grazie a quello sono diventato nonno Dante oggi e posso divertirmi a fare i personaggi di questo presepe. Fino a quando ero giovane lavoravo in campagna con mio padre, poi lo sai com’era una volta, a un certo punto dovevi formare una famiglia, perché funzionava così. Infatti io mi sono sposato che avevo 24 anni. Io volevo dare una vita migliore a mia moglie e soprattutto costruire un futuro con lei. Quindi abbiamo deciso di trasferirci a Roma dato che tutti venivano qui per lavorare. Però c’era un problema, perché per lavorare qui dovevi avere il libretto del lavoro, per avere il libretto del lavoro a Roma dovevi avere la residenza e per avere la residenza bisognava avere lavoro o almeno avere un certo tipo di reddito. Altrimenti tutti potevano mettersi la residenza a Roma e prendere benefici, era anche giusto sì. Almeno prima c’erano più controlli. Sono venuto qui da alcuni parenti e ho iniziato a lavorare a Porta Portese, riparavo cose, biciclette, motorini, di tutto. Per arrangiarmi insomma. Un giorno volevo ritornare al paese per salutare i parenti. Parte il treno dalla stazione Termini, io ero dentro uno scompartimento dove un signore aveva occupato un sacco di spazio con cesti e altre valigie. A un certo punto entra una bella signora che chiede se può sedersi al posto occupato dall’altro signore con le sue cose. Glielo chiede più volte ma lui non risponde e nessuno le presta attenzione. Sai, sui treni una volta si chiacchierava molto, si urlava, poi i treni facevano un sacco di confusione. Poi io sono sempre una persona che ci tiene a ‘ste cose. Quindi le ho detto: “Signora! Si accomodi, tanto io scendo a Orte”. Lei mi racconta di lei, che veniva da Genova, era piena di bagagli e aveva corso per prendere il treno. Mentre eravamo in viaggio di fianco a noi ma verso l’altra direzione passa uno di quei treni moderni, una littorina, un pendolino, non mi ricordo come se chiamavano. Va be’, quei treni moderni per l’epoca. E uno dentro lo scompartimento dice: “quello è il treno dei papponi! Perché solo i ricchi lo prendono e non pagano mai il biglietto, invece noi siamo qui ammassati e lo paghiamo anche a loro il treno”.  La signora allora indispettita gli risponde: “non è vero! Perché io sono la moglie del vice prefetto di Terni e quando mio marito non è in servizio e non si sposta per lavoro, lo paga eccome il treno!”. Non potevo crederci! Mi sono sentito offeso io per le parole del signore, soprattutto davanti a una signora di classe come lei. Allora le ho chiesto: “senta scusi, sa’ siamo una famiglia umile, viviamo in campagna in Umbria. Siamo cinque figli e sono anche sposetto. Non è che potrebbe aiutarmi in qualche modo a ottenere il libretto di lavoro a Roma? Visto che qui è molto complicato. Sai cosa mi ha risposto lei? Mi rispose: “non si preoccupi. Lei è stato davvero educato comunque, vedo quello che posso fare”. Qualche giorno dopo mi è arrivata una lettera a casa ed era lei che diceva che il marito aveva preso in carico la cosa e che vedeva quello che si poteva fare, anche se non era molto semplice. Dopo qualche settimana è arrivata un’altra lettera che diceva: vada al municipio per ritirare il libretto del lavoro. Questo mi ha fatto capire che restare umili ripaga sempre. Perché non sai mai chi puoi avere di fronte. Da quel giorno la mia vita è stata in completa evoluzione tant’è che ho fatto tantissimi lavori.

Nonno Dante

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Quando ti sei sentita per la prima volta adulta? Che sensazione hai provato?

La prima volta che mi sono sentita adulta è stato da bambina. E io adulta da bambina mi ci sono sentita tante volte. Quando d’estate dopo cena mi piaceva vincere il sonno per restare in giardino ad ascoltare i discorsi dei ‘grandi’.

Quando ho scelto di salire sul palco da sola perché le mie compagne di danza hanno smesso a poche settimane dal saggio. E quando poco tempo dopo ho iniziato a correre in punta di piedi nella classe delle ‘grandi’.

Quando alle feste mi trattenevo al tavolo dei bimbi solo per poco e poi andavo ad ascoltare i grandi perché li trovavo più interessanti e perché io ferma in una situazione che mi annoiava proprio non ci sarei rimasta.

Quando al ristorante al momento delle ordinazioni il cameriere mi proponeva un menu a base di premure, pasta al sugo, cotoletta e patatine fritte e io rispondevo indispettita che avrei preferito un risotto.

Quando nel ’98 (e io sono del ’92) ho chiesto a mia madre di portarmi al cinema a vedere La leggenda del pianista sull’oceano.

Quando ho preparato il primo sugo di pomodoro a mio fratello.

Quando fantasticavo su come sarebbe stata la mia casa. E la immaginavo come una magione ottocentesca. Con un giardino così grande che a stento mi avrebbe consentito di scorgere l’entrata di casa, con un porticato sorretto da colonne bianche dove avrei sorseggiato il tè, con finestre in stile inglese che mi avrebbero regalato più luce, con soffitti alti oltre 3 metri che mi avrebbero fatto sentire come all’aperto, con una grande pista per ballare, una sala da pranzo dove avrei portato in tavola la colazione tutte le mattine e un tetto trasparente per guardare le stelle nelle sere serene.

Avrei scoperto più tardi che nelle sere serene è bello anche starsene ad ascoltare la pioggia. Che basta veder rifiorire le tue piante a prescindere dalla grandezza dello spazio che le ospita, che del tè mi piacciono solo le tazze, che la luce si diffonde più spesso dall’interno, che ci si può sentire come all’aperto anche in soffitta, che si può ballare stando fermi, e che a volte si può stare insieme anche senza sedersi alla stessa tavola.

Non so quanto fossi bambina e quanto adulta quando progettavo la mia magione. In fondo cercavo di progettare la mia vita. Avrei scoperto più tardi che la vita inizia quando smetti di progettarla.

La prima volta che mi sono sentita bambina è stato da adulta. E io bambina da adulta mi ci sono sentita tante volte. Quando ero la più piccola del gruppo, quando avevo desiderio di protezione pur essendo capace di proteggermi da sola, quando cercavo ripetutamente conferma del certo.

C’è stata però una volta in cui sono stata davvero una bambina. Ed è stato quando ho pensato che da adulta non sarei mai più stata bambina. E una in cui sono diventata davvero adulta. Ed è stato quando ho realizzato che sarei rimasta per sempre anche bambina.

Federica Granata

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  • Dove ti immagini tra 10 anni?
  • Dove mi immagino tra 10 anni? Beh non è una domanda del tutto semplice. Ognuno di noi avrà immaginato, almeno una volta nella vita, il proprio futuro. Io sono una grande sognatrice, mi piace viaggiare con la fantasia ma rimanere con i piedi per terra. Quando da piccola mi chiedevano “Cosa vuoi fare da grande?” avevo sempre tremila risposte in mente, ma non ho mai avuto un’idea chiara e precisa di chi sarei voluta diventare nel tempo. Certo, una cosa l’ho sempre saputa: nel mio futuro prima di ogni altra cosa vorrei una famiglia. E quando penso ad una famiglia penso anche ad una stabilità economica, una stabilità lavorativa. Ecco! Vorrei essere indipendente a livello economico, vorrei avere dei figli e vivere altrove. Chissà magari in Spagna o in Francia. Non per allontanarmi dal resto della mia famiglia, non per “abbandonare” la mia terra, ma semplicemente perché, data la situazione attuale, in Italia è difficile fare progetti a lungo termine. Al momento, spero di finire presto i miei studi e spero questi mi portino lontano. Voglio viaggiare, fare nuove esperienze, voglio girare il mondo, scoprire nuove cose perciò mi auguro tanta serenità, tanto affetto e spero di realizzarmi presto nell’ambito lavorativo.

Viviana Sestito