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Le lingue: un mondo affascinante e profondo, imprescindibile nella vita di ognuno di noi fin dall’infanzia. Nonostante il ruolo fondamentale che riveste nella quotidianità, la maggior parte delle persone utilizza questo strumento di comunicazione in maniera inconsapevole, ignorando la complessità che si cela dietro al suo sviluppo e alla sua continua evoluzione.

Io mi sono sempre interessata allo studio delle lingue perché ho avuto modo di entrare in contatto fin dall’infanzia con diverse realtà linguistiche. Il ramo paterno della mia famiglia infatti è di origine umbra, per cui mi sono spesso trovata ad ascoltare conversazioni e proverbi in dialetto che mi incuriosivano data la differenza con il modo di parlare a cui ero abituata. Ciò che mi colpiva era come, già all’interno del mio nucleo famigliare, ci fosse una differenza linguistica così accentuata.

Crescendo, il mio contatto con le lingue aumentava, grazie anche all’influenza di mia madre, che mi ha sempre incoraggiata ad imparare l’inglese mediante la frequentazione di corsi privati fin da quando avevo otto anni.

Durante il mio percorso alle scuole medie, oltre a rafforzare la mia conoscenza dell’inglese, ho avuto modo di ampliare il mio panorama linguistico con lo studio dello spagnolo. La musicalità della lingua, unita al fascino della cultura, ha reso lo spagnolo una delle mie lingue preferite, sebbene abbia deciso di non inserirlo nei miei studi universitari. Questa decisione però non deve far sottovalutare l’importanza che ha avuto nella mia vita: infatti è stato proprio l’amore per lo spagnolo ad indirizzarmi verso la scelta del liceo linguistico.

Alle scuole superiori quindi ho avuto l’opportunità di apprendere una nuova lingua: il francese, con il quale inizialmente ho avuto molte difficoltà. Nonostante la mia avversione però, grazie all’aiuto del mio professore sono riuscita a comprendere i complicati meccanismi di grammatica e pronuncia ed ho iniziato ad apprezzare veramente questa lingua. Durante gli anni, il mio rapporto col francese è andato via via rafforzandosi soprattutto attraverso la lettura in lingua originale di grandi classici della letteratura, tra cui autori come Voltaire, Zola e Camus.

Il motivo per cui ho deciso di continuare il mio percorso con la lingua francese all’università è stata l’importanza che ai miei occhi riveste nell’ambito internazionale e diplomatico, coerente con il mio sogno di diventare un’interprete parlamentare.

Una cosa per cui mi ritengo particolarmente fortunata è l’opportunità che ho avuto di entrare in contatto con queste lingue non solo a livello accademico, ma anche a livello personale. Ho iniziato a viaggiare sin da piccola con mia madre e ho visitato molti Paesi, diversi tra loro ma ognuno meraviglioso a modo suo. Lo Yucatan, Zanzibar e Dubai ne sono la prova. Nonostante mi sia immersa in mondi diametralmente opposti, non ho potuto fare a meno di amarli proprio per le loro peculiarità. Vedere con i miei occhi realtà differenti dalla mia quotidianità e farne esperienza concreta mi ha stimolata sempre più in questo mio percorso, spinta dalla voglia di comprendere e di essere parte del mondo.

L’ultimo arrivato, in termini di studio linguistico, è il russo, che ho deciso di iniziare all’università. Ad essere sincera, la mia è stata una scelta azzardata, fatta in nome della mia passione più grande, la danza. La Russia è infatti la patria del balletto classico, che io amo, e la voglia di migliorare la mia conoscenza di questo paese dal punto di vista culturale mi ha spinta ad inserire questa lingua nel mio corso di laurea. Inoltre, il mio desiderio era studiare una lingua fuori dal comune in prospettiva del mio futuro lavorativo.

In conclusione, guardandomi indietro, posso dire che mi sono trovata quasi involontariamente ad interagire con lingue diverse, ma ora, guardando avanti, ho deciso volontariamente che esse facciano parte della mia vita per sempre.

Elisa Fiorucci

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Sin da quando ero bambina ho sempre avuto un ottimo rapporto con la lingua italiana; ricordo che alla scuola primaria, quando la maestra assegnava i compiti di scrittura, li svolgeva appena tornata a casa, tentando di trasmettere su un foglio di carta tutto il mio entusiasmo e la mia immaginazione.

Col passare del tempo questa passione è aumentata sempre di più, e alla scuola media ho iniziato a scrivere qualche piccolo componimento che rispecchiava le mie emozioni e le mie sensazioni provate durante quel periodo della mia vita.

L’amore per le lingue straniere, invece, non è nato tra i banchi di scuola, poiché a mio parere in Italia esse non vengono insegnate correttamente, dunque questa mia passione, in particolar modo per la lingua inglese, è nata quando i miei genitori hanno ospitato per un mese una ragazza americana. Da quel momento ho pensato quanto potesse essere affascinante approfondire le altre lingue per conoscere i costumi degli altri popoli; questo è il motivo per cui ho scelto di frequentare il liceo linguistico, e andando avanti ho scoperto che la conoscenza delle lingue è fondamentale al giorno d’oggi, non solo perché offre un vasto campo di lavoro, ma soprattutto per un proprio bagaglio culturale che ognuno di noi porta con sé. Padroneggiare una lingua è importante per comunicare con persone che provengono da altri paesi, per conoscere le loro culture e tradizioni. Conoscere le lingue straniere è un modo per aprirsi al mondo e non restare chiusi nella propria mentalità. Ed è proprio per questo motivo che ho scelto di intraprendere questo percorso universitario, in quanto io credo fermamente che sia importante sperimentare nuove culture per guardare verso nuovi orizzonti. Inoltre dentro di me è sempre rimasta accesa la passione per i viaggi. Quando si viaggia si esce dalla solita routine, si ammirano paesaggi diversi, l’architettura e i monumenti del posto, si scoprono nuovi sapori e odori. L’apprendimento delle lingue aiuta a rendere il tutto più piacevole e a capire molte più cose sui luoghi e sulle abitudini delle persone.

Prendendo spunto da un proverbio ceco (“Imparate una nuova lingua e avrete una nuova anima”), spero vivamente che tutti i miei sogni si possano realizzare attraverso questo percorso che avrò la possibilità di intraprendere in questi anni.

Beatrice Fortunati

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Le lauree ai tempi del Coronavirus

Non si tratta di un reboot del romanzo di Gabriel García Márquez, bensì di un titolo molto inflazionato nelle storie e nei post dei giovani laureati di questo periodo, che descrive una realtà fattasi strada nel contesto della pandemia che in Europa ha colpito per prima l’Italia, diffondendosi poi a macchia d’olio in tutte le nazioni del continente e al di là della Manica. Infatti, un gruppo di studenti dell’Università degli Studi Internazionali di Roma ha consumato un breve momento di celebrazione e gioia all’interno delle loro quattro mura domestiche, mentre il mondo fuori dalla loro finestra combatteva un nemico invisibile; è stata la fioritura del germe del futuro, che è sbocciato in una serra fertile e protetta, mentre fuori c’era una primavera secca.

“Mi sono laureata ai tempi del coronavirus”, sarà questa la frase che diranno ai posteri i 73 laureati della UNINT di Roma che hanno conseguito il titolo per via telematica; non sarà però facile spiegare cosa questo significhi realmente, perché sarebbe riduttivo dire solamente che un percorso universitario si è concluso dentro il proprio domicilio, davanti ad un computer quando fuori c’era un virus che viaggiava dal nord al sud dell’Italia, costringendo l’intera nazione a casa, dato che il sistema sanitario era vicino al collasso. Parleranno di isolamento, di restrizioni, di spirito di adattamento e di distanze, ma anche del potere dei social media e dello spirito di comunità che ha unito tutti virtualmente e spiritualmente per festeggiare un traguardo meritato; parleranno di come un momento straordinario in una condizione straordinaria sia stato condiviso da molti giovani, i quali si aspettavano di discutere la tesi davanti ad una commissione, vestiti di tutto punto e di festeggiare nelle loro facoltà e poi in qualche locale con i propri cari, magari facendo foto con corone d’alloro, tocchi e mazzi di fiori, ma che poi hanno dovuto ridimensionare tutto e adattarsi alla situazione. Quindi, anche se ognuno di questi si è ritrovato a parlare a immagini catturate da webcam sparse in tutta la penisola, nel confinato spazio della propria cameretta o del proprio salone, erano tutti lì, nella stessa piattaforma, seppur virtualmente. I protagonisti di questo evento si sono resi disponibili a dare il proprio contributo per ricostruire l’intera vicenda, fornendo la loro prospettiva e dopo essere stati contattati tramite un gruppo Facebook creato due anni fa per facilitare la comunicazione tra compagni di corso, hanno condiviso la loro esperienza, ricorrendo allo stesso software usato per discutere la tesi e per la proclamazione: Skype. È stato chiesto loro di raccontare come avessero vissuto l’esperienza in una videochiamata tête-à-tête ed è subito risultato chiaro come ogni storia fosse a sé, ma in qualche modo simile alle altre, disegnando così la fitta rete che ha messo in connessione i membri della micro comunità di laureati.

Tutto è iniziato il 4 marzo 2020 con la notizia arrivata dal Presidente Giuseppe Conte, che annunciava la sospensione delle attività didattiche per far fronte all’emergenza dovuta alla diffusione del coronavirus. Ovviamente, i provvedimenti emanati da Palazzo Chigi hanno impiegato alcune ore per percorrere i 5,6 chilometri di strade e venir posti in essere all’interno della sede dell’Università degli Studi Internazionali di Roma; ore piene di incertezza e preoccupazione per i futuri laureandi, incollati al televisore insieme alle famiglie, i coinquilini, gli amici e i propri cari, per capire quale fosse stato il destino della nazione. Inevitabilmente, dopo aver appreso la notizia, il loro pensiero è andato anche alla sessione di laurea ed è così che sono iniziate le supposizioni in merito ai possibili scenari: la rimandano? Si farà a porte chiuse? Non mi laureerò mai? E altri dubbi che alimentavano il disorientamento dato all’intero contesto.

Le risposte sono arrivate giovedì 5 marzo con una comunicazione che annunciava la decisione di svolgere le lauree a porte chiuse, vietando anche i festeggiamenti nelle immediate prossimità dalla struttura per non creare assembramenti e vanificare le misure di contenimento; a quel punto si sono diffusi sentimenti contrastanti negli animi degli studenti laureandi: c’era chi voleva “solamente laurearsi”, chi invece ha messo in moto la rete dei rappresentanti degli studenti per poter parlare con la presidenza e richiedere almeno di far entrare in aula due invitati per candidato. Lo smarrimento si era tinto di disapprovazione e delusione; Giulia racconta “mio padre mi ha detto: ‘mi stai dando una pugnalata’. Però poi entrambi i miei genitori mi hanno mostrato grande sostegno per risollevare almeno il mio di morale” e aggiunge “sinceramente all’inizio mi sembrava tutto surreale e neanche ci pensavo troppo alla laurea, ero più preoccupata per la salute dei miei genitori e dei miei nonni”. Ma tutto il dissenso si è placato alla successiva comunicazione, che è stata accolta anche con più consapevolezza dei rischi da parte degli studenti: il 10 marzo l’università ha comunicato la chiusura della sede e la coerente e conseguente scelta di svolgere le lauree per via telematica a seguito del decreto che dichiarava l’estensione della zona rossa a tutta l’Italia. Gli studenti si sono rassegnati davanti alla gravità della situazione, rinunciando a tutti i piani che si erano costruiti per questo giorno che doveva essere il culmine della loro carriera universitaria; Virginia dice “avevo perso l’entusiasmo, non volevo quasi più laurearmi, ho proprio deciso di fregarmene”, anche Alice denuncia lo stesso sconforto “non mi andava giù”. Un’altra Giulia (che per comodità chiamerò L’altra Giulia) dice “in quel momento mi sembrava che la laurea stesse perdendo il suo valore simbolico. Ero molto dispiaciuta”; hanno iniziato, quindi, a provare rifiuto per l’intera situazione, tanto che Giulia (questa volta si tratta de La Prima Giulia) confessa “inizialmente mi sembrava una barzelletta, tanto che mi è tornata in mente una storia fatta dalla mia collega Clarissa quando non si sapevano ancora le nostre sorti, dove ironizzava sul fatto che avrebbe preferito quasi laurearsi in pigiama a casa e mi ricordo di averci riso su per l’assurdità della cosa”; Vita invece racconta “ero a Roma nella mia stanza in affitto, lontana dalla mia famiglia e quando mia madre l’ha saputo, ha iniziato a piangere e credo abbia pianto tutti giorni fino a quando non mi hanno proclamata”. Successivamente è arrivata la fase dell’accettazione, dove ormai gli studenti si erano abituati all’idea e hanno iniziato a reagire: un’altra Giulia (che chiamerò L’ultima Giulia) dice “il decreto è uscito proprio il giorno in cui ho ritirato la copia cartacea della tesi. Mi è dispiaciuto, ma mi sono rassegnata” poi aggiunge “mi sono detta di rimanere positiva, perché volevo concludere questo percorso”, la stessa conclusione alla quale è arrivata Alice “pensare positivo era l’unica cosa che restava da fare, l’unica cosa che ci rimane”; La Prima Giulia è sulla stessa linea “ho pensato che quasi era meglio così, perché almeno avrei avuto la mia famiglia con me, nella stessa stanza”. Anche Virginia con il passare dei giorni ha iniziato a reagire: “ho metabolizzato la cosa. Ho pensato a cosa mettere e ho cominciato a lavorare alla presentazione”. Enrico invece, si è mostrato positivo fin da subito: “l’ho subito vista come un’opportunità”, mentre dall’altra parte c’è stato chi si è sentito privato di un’occasione di riscatto, ad esempio Isabella con un po’ di amaro in bocca dice: “ero curiosa di vedere cosa si provasse ad aspettare davanti all’Aula Magna con le gambe che tremano e il discorso in mano, per poi parlare al microfono davanti ad una commissione, perché alla triennale non abbiamo vissuto una laurea del genere. Non potrò dire di aver mai discusso una tesi nella modalità canonica”. Lo stesso dice Laura con un animo ancora più deluso “mi ero buttata molto giù, perché alla triennale non avevo sostenuto una vera discussione con i miei cari alle spalle e aspettavo la magistrale per farlo. La delusione era talmente tanta che avevo deciso di non ripetere neanche la presentazione” aggiunge “non mi sono mai comportata così, sono andata a tutti gli esami sempre più che preparata. Solo qualche ora prima del mio discorso, ho iniziato a rivedere il PowerPoint”.

Sta di fatto che nei giorni prima del grande evento fuori dall’ordinario, si sono attivati tutti, grazie anche al sostegno dei familiari, degli amici e niente po’ po’ di meno che dei rispettivi relatori; alcuni hanno organizzato dirette su Facebook, Twitch e Instagram per accorciare le distanze e condividere il momento in sicurezza, creando un piccolo spazio virtuale di celebrazione e affetto. La maggioranza ha vissuto in tranquillità i giorni precedenti alla laurea, senza troppa ansia, tanto che Flavia, come altri, ammette di non averci proprio pensato quasi, fino a che non si è ritrovata davanti al suo computer ad aspettare la chiamata dalla facoltà e La Prima Giulia la sera prima dice di avere risposto alla domanda della sue amiche sul suo stato d’animo con un secco e spensierato “sto guardando Harry Potter sul divano”.

Il giorno è arrivato inesorabilmente, COVID o non COVID, i nostri ragazzi hanno preparato la postazione nella propria cameretta o nel soggiorno e hanno aspettato, anche più del dovuto per via di imprevisti tecnici; l’attesa in alcuni casi è salita addirittura a due ore e questa potrebbe essere la dimostrazione che la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma non riesce ancora a raggiungere l’uomo in tempo. Francesca racconta “la mattina stessa abbiamo deciso di fare come se fossimo dovute andare a Roma. Abbiamo fatto colazione, trucco e parrucco e poi dal bagno sono andata in sala praticamente” facendo quasi finta che quello fosse il tragitto dalle Marche a Roma; mentre, La Prima Giulia e Federica dicono di non esser riuscite a portare da Roma i vestiti che avevano comprato per l’occasione e si sono viste costrette a rimediare qualcosa di già usato o, come ha confessato Federica, di andare a frugare nell’armadio della mamma. Molti invece non si trovavano a casa con i propri cari, ma piuttosto con i coinquilini in un appartamento nella capitale; Valerio infatti ci dice “ero rimasto a Roma con la mia ragazza. Ho provato ansia solo nei minuti che hanno preceduto la discussione, ma ho sciolto la tensione parlando su WhatsApp con i miei colleghi, che erano nella mia stessa situazione” e precisa “ecco, forse è questa la cosa che mi è mancata di più: non poterli avere fisicamente con me e festeggiare con loro il completamento di un percorso che abbiamo condiviso in tutti i suoi aspetti”. L’ansia si è fatta avanti, un po’ per tutti, negli attimi prima della chiamata, quando alcuni dei candidati hanno iniziato a fare avanti e dietro per la stanza, a maturare preoccupazioni relative al funzionamento di internet e agitazione per quanto stava per accadere.

Accesi microfono e webcam, si è dato inizio alla sessione, in un’atmosfera che via via è diventata sempre più distesa, grazie anche alla presenza sullo schermo delle facce note di colleghi e professori; la sensazione di tutti è stata quella di aver vissuto una chiamata molto veloce e come afferma Irene, quasi da non rendersi conto di essersi laureati; Alice inoltre dichiara “ho avuto l’impressione che fosse tutto più informale di quello che mi aspettavo. Mi è mancato un po’ l’aspetto rituale dell’evento” anche nelle parole de La Prima Giulia c’è sostegno per questa tesi “non c’erano tutti i fronzoli di una laurea classica, ma il valore ce l’ha avuto lo stesso” poi aggiunge “ho potuto vedere gli occhi lucidi di mio padre in piedi davanti a me, cosa che non sarebbe successa de fossi stata in un’aula universitaria con lo sguardo rivolto verso la commissione”; in quasi tutti i laureati, quel velo di delusione piano piano è svanito, lasciando il posto all’emozione e alla contentezza che si è sfogata in centinaia di chiamate ai parenti e videochiamate e anche alcune nonne sono diventante social per l’occasione. Ovviamente, non sono mancate bottiglie di spumante stappate con coinquilini o familiari, infatti Laura afferma “i miei coinquilini si sono impegnati molto per farmi sentire speciale e regalarmi dei festeggiamenti degni”; Clarissa racconta “il mio ragazzo e il mio coinquilino hanno preparato dei lancia coriandoli con un rotolo finito della carta igienica e un palloncino attaccato in fondo” e una cosa simile l’ha fatta anche la famiglia di Francesca “abbiamo tagliato dei giornali a forma di coriandolo e li abbiamo lanciati dopo la proclamazione”. Valerio, dal suo canto, dice “per festeggiare ho fatto una cosa per me inusuale: ho ordinato la pizza a domicilio e insieme alla mia ragazza abbiamo preparato una torta”; anche Alice e Federica si sono date alla cucina, preparando una crostata nelle rispettive case. Ilaria invece afferma “eravamo solo io e la mia coinquilina ma non siamo riuscite a brindare, perché non abbiamo fatto in tempo a comprare lo spumante, dato che le file alle casse dei supermercati durano ore”. Di sicuro i festeggiamenti non sono stati in linea con le aspettative e La Prima Giulia sottolinea infatti che qualcosa è mancato particolarmente: “il più grande rammarico di mio padre è quello di non avermi potuto regalare dei fiori, perché era tutto chiuso”; da questo punto di vista Federica e Francesca sono state invece più fortunate, perché hanno potuto confezionare un piccolo mazzetto con i fiori dei loro giardini e Flavia ha ricevuto da parte di sua madre una corona fatta da lei stessa. L’alloro in testa è mancato a molti, tanto che alcuni hanno riesumato le vecchie corone secche della triennale oppure di qualche coinquilina laureata da poco, come è stato il caso di Virginia o si sono arrangiati con vecchi tocchi, altri invece come Alice non sono riusciti ad avere né tesi stampata né contrassegni vari, infatti dice di aver pubblicato una sua foto del giorno senza alcun elemento che richiamasse una laurea dove ha scritto: “mi sono appena laureata, mi dovete credere”. Non sono mancati comunque momenti di comunità, soprattutto con gli amici in diretta sui social e con il vicinato che ha testimoniato le celebrazioni: Vita ci racconta infatti che, appena si è conclusa la chiamata con la commissione, ha iniziato a esultare e a saltare insieme alla sua coinquilina, che l’ha sostenuta in tutto il processo, si sono spostate poi in balcone e vedendo il vicinato affacciato per il flash mob delle 18, la neolaureata ha urlato “mi sono laureata” sentendo la necessità di condividere un momento avvenuto lontano dallo sguardo del mondo e che rischiava di passare in sordina. È lì che da tutti i balconi del circondario sono arrivate le congratulazioni per il suo traguardo e i condomini hanno addirittura tirato fuori i calici per brindare a distanza insieme a lei; è simile un po’ a quello che è successo a Flavia,che uscendo in balcone per festeggiare, è stata accolta dall’Inno d’Italia che poi ha fatto da sottofondo a cori di congratulazioni. Clarissa ha invece trovato una lettera per lei attaccata al suo portone, firmata “la ragazza dell’appartamento di sopra” dove questa sua coetanea, deducendo cosa stesse succedendo dai festeggiamenti, si congratulava con lei per il traguardo raggiunto, con un gesto spontaneo e inaspettato; a questo proposito, aggiunge Clarissa “mi sono sentita parte di una comunità. Già dopo che sono stata riconosciuta nel video dei The Jackal ho ricevuto tanta solidarietà da parte degli utenti dei social, anche da persone che non conoscevo”. Come detto prima alcuni hanno organizzato delle dirette con i propri amici e come dice Enrico “nella sfortuna sono stato fortunato, perché avevo lì con me in diretta miei amici un po’ da tutto il mondo, anche dall’Australia, che in una condizione ‘normale’ non avrebbero mai potuto prendere parte alla mia laurea. Persino mia nonna ha guardato la mia diretta” e anche Vita ha detto lo stesso “mi hanno potuto vedere anche miei amici dalla Spagna”; essere rimasti a casa, inoltre, ha sicuramente fatto sentire ad alcuni più calore, perché come dice Federica “se fossi stata a Roma le persone a me care non sarebbero potute essere presenti e magari non sarei stata giù di tono, ma sicuramente sarei stata sottotono”. In alcuni casi, le persone care erano però distanti dai laureati, ma si sono comunque fatti sentire anche in videomessaggi e come dice Clarissa “hanno trovato il modo di essere ugualmente come me”. Ma ovviamente, tutti concordano sul fatto che i grandi festeggiamenti sono solo rimandati a data da destinarsi e ovviamente saranno l’occasione perfetta per stare tutti insieme e non solo per festeggiare la laurea. Relativamente a ciò, La Prima Giulia dice “anche questa è una cosa straordinaria, perché in una situazione normale non avrei mai potuto sperare che avrei festeggiato la mia laurea ancora dopo due mesi”.

Ho lasciato poi spazio alle loro riflessioni in merito all’intera vicenda, chiedendo loro di fare un appello ai ragazzi che si sarebbero laureati nella loro stessa modalità e hanno lanciato tutti messaggi carichi di speranza, dipingendo il lato positivo di questa situazione; come Irene che sottolinea “è stato il nostro modo di contribuire a queste emergenza” e L’ultima Giulia aggiunge “bisogna pensare che andrà tutto bene e imparare ad apprezzare le piccole cose e non bisogna smettere di sognare neanche ora”. A questo pensiero si unisce anche la riflessione di Clarissa: “a volte ci preoccupiamo troppo di come andranno le cose, ma una volta che queste passano e volgiamo lo sguardo indietro, ci rendiamo conto che quelli che vedevamo come macigni erano in realtà dei sassolini”. La Prima Giulia riporta le stesse parole che ha detto a suo cugino, che si laureerà a breve sempre telematicamente: “è stata una bellissima sensazione e un’esperienza nuova. Abbiamo comunque vissuto un giorno di allegria e felicità in un periodo così buio e ci siamo sentiti straordinari!”; Federica sottolinea “siamo la dimostrazione che nulla può fermarci! Non ci siamo abbattuti e ce l’abbiamo fatta: abbiamo raggiunto il nostro obiettivo”. Nella sua testimonianza, Enrico fa una sua riflessione “mi ha colpito molto una cosa che mi ha detto un mio amico: ‘mia nonna si è laureata nel 1944 in un rifugio antiaereo’. Anche se fuori non ci sono bombardamenti, mi sono riconosciuto nella situazione e se ce l’hanno fatta loro, ce la faremo anche noi ad uscire da questa guerra”.

Come nota conclusiva, ho chiesto loro di condividere con me la prima cosa che vorrebbero fare quando l’emergenza finirà e tutti hanno parlato di passeggiate all’aperto e viaggi, anche se, come sottolinea L’altra Giulia, ci sarà un po’ di preoccupazione nel guardare al di là dei confini una volta che l’Italia ne sarà uscita, dato che probabilmente alcuni paesi saranno nel cuore dell’emergenza. A parte questo, come dice La Prima Giulia: “ci sarà una grande voglia di stare insieme e di condivisione. Sarà tutto più sentito” ma anche di affetto, come rivela Vita: “vorrei prendere una persona X alla quale tengo e che non ho visto in tutto questo tempo e abbracciarla in silenzio per alcuni minuti”.  Molti hanno approfittato di questo periodo per prendersi cura di se stessi, come sta facendo Isabella: “sicuramente questa situazione mi ha regalato molto più tempo per capire cosa voglio, così da arrivare a delle consapevolezze che mi potranno indirizzare nel lavoro”; altri sono rimasti attivi nella ricerca di un impiego come Irene che mentre fa lezioni su Skype di lingua, continua a mandare CV sperando che, una volta tornati alla normalità, ci possano essere altre opportunità lavorative. Ilaria aveva invece trovato un tirocinio in Spagna ed è per questo che era rimasta a Roma, ma è stato bloccato a causa dell’emergenza: “vorrei sfruttare questo periodo per formarmi: seguo webinar e provo ad imparare lo spagnolo. Ma quando sarà finito tutto vorrei tornare a casa e farmi una passeggiata al mare”. Anche Laura stava lavorando per la Regione Lazio quando il governo ha tagliato i fondi per gli stage: “ero riuscita a crearmi la mia indipendenza a Roma e vorrei solo riavere il mio posto nel mondo”.

Per quanto la situazione sia incerta, ognuno ha conservato i propri sogni e non sarà una pandemia a fermare la determinazione di realizzarli; chi ha le redini nel mondo degli adulti deve però ascoltare il nostro grido di rivalsa che si diffonde più rapidamente di un virus e risuona più forte di un tuono ripetendo: fateci posto!

Claudia Cesetti

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Mi chiamo Sara, nome che mi è stato dato da mia sorella perché deriva dall’ebraico שָׂרָה (Sarah) che significa ‘signora’ o ‘principessa’, ma in famiglia mi chiamano spesso con il nome della mia bisnonna Marietta, una donna che ricordo dolce e allo stesso tempo testarda, alla quale assomiglio moltissimo.

I miei genitori sono italiani, papà di origine napoletana e mia madre romana.

Da bambina andavo spesso a Sant’Agata De Goti, in provincia di Benevento, il paese di mio nonno paterno e quando tornavo a casa mi capitava di avere un accento molto simile a quello napoletano. I dialetti influenzano molto il modo di parlare ed io mi divertivo ad impararli tutti fino a mescolarli completamente.

Considerato che dalla scuola materna alla scuola secondaria di primo grado sono andata in un istituto privato frequentato anche da ragazzi audiolesi, per dialogare con loro imparai la “LIS”, la lingua dei segni italiani che mi influenzò così tanto da arrivare ad utilizzare questi gesti ogni volta che parlavo con una persona.

Per me gli anni dell’adolescenza sono stati molto importanti perché mi hanno aiutata a crescere e a capire un po’ chi sono. Nel periodo in cui avevo 12 anni mio padre scoprì di avere un altro fratello che viveva in America. Era nato a New York dalla relazione, avuta prima del matrimonio, di mio nonno paterno con una donna italiana che si trasferì successivamente negli Stati Uniti, dove poi nacque mio zio. Dopo circa un anno di vita del bambino, la madre, purtroppo, venne a mancare e il bambino venne adottato da una buona famiglia che lo portò a conoscenza della sua situazione. Nel suo cuore restò sempre un desiderio, quello di conoscere i suoi fratelli, e dopo circa 60 anni ha ritrovato quello che stava cercando, noi. È stato un incontro emozionante alla Carramba che sorpresa.

I miei genitori non parlano molto bene l’inglese, mentre mio zio conosce il Broccolino, una specie di dialetto napoletano nato dalla fusione di termini inglesi e napoletani, parlato dagli italo-americani di Brooklyn che erano emigrati in America tra l’800 e il ’900 e che non avevano una grande padronanza della lingua italiana. A questo punto ho fatto da intermediario linguistico tra i miei genitori e mio zio. Da qui è nata la volontà di studiare le lingue straniere. Iniziai a vedere serie tv in spagnolo e in inglese, ad appassionarmi alla moda e al liceo linguistico mi ritrovai a studiare tre lingue: inglese, francese e spagnolo.

Agli ultimi anni del liceo iniziai a pensare a come proseguire gli studi. Molti dei miei coetanei volevano fuggire da questo “paese senza speranza” e questo non mi rincuorava affatto. Bisogna ammettere che per molti giovani lavorare all’estero non è più un’opportunità ma una strada quasi obbligatoria e quindi rimanere è un rischio che molti di noi non sono pronti a correre, a causa dei tanti problemi in cui versa l’Italia.

Nonostante ciò alcuni hanno deciso di scommettere proprio sull’Italia raccogliendosi addirittura intorno al movimento “io voglio restare”, fondato nel 2012 per dare voce a chi vuole fare qualcosa per il nostro Paese. È quello che vorrei fare io se le circostanze me lo permetteranno: restare qui, crearmi un futuro, una famiglia e contribuire a ringiovanire questo “paese di anziani”.

Così ho deciso di iscrivermi all’università, al corso di interpretariato e traduzione, di iniziare a studiare il tedesco ed allargare le mie conoscenze e la mia cultura anche a quella degli altri paesi, senza dimenticare mai le mie origini.

Sara Zaino

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Come ti descriveresti?

Anzitutto mi presento. Sono Ludovica e mi occupo dell’Ufficio Dottorati qui alla UNINT. Questa domanda un po’ mi spiazza, quasi da non sapere come descrivermi. Dal punto di vista lavorativo sono una ragazza molto pignola e puntuale, curiosa e determinata invece dal punto di vista caratteriale. Sicuramente sono sorridente, solare e cerco di esserlo tutti i giorni e con tutti i colleghi che mi circondano.

La persona che sei oggi è quella che sognavi di essere?

Ho studiato qui alla UNINT solo nel biennio magistrale perché il mio sogno era quello di fare l’interprete. Poi, strada facendo, ho capito che in realtà il mondo dell’interpretariato e la vita da interprete era più una passione, un hobby da coltivare nel mio tempo libero, e non da dedicarmici a pieno nella vita. Perché a livello lavorativo mi sento molto inserita qui e spero che questo percorso possa continuare. Come già detto sono inserita nell’Ufficio Dottorati e anche in quello per l’Alternanza. Seguo la parte selettiva dei concorsi, supporto la commissione e la consegna dei documenti, controllo le attività, le organizzo a livello mensile, faccio insomma un po’ da tramite. Per quanto riguarda l’Alternanza con le scuole ci stiamo adoperando per delle video lezioni che saranno sottoposte a ragazzi/e liceali per il loro futuro inserimento universitario.

Se tornassi indietro cosa diresti alla te di un tempo?

Premettendo che io guardo sempre e solo avanti, non tornerei mai indietro. Sono molto soddisfatta di me stessa perché penso di non aver mai lasciato un obiettivo cadere. Da testarda quale sono, quando mi dico di fare qualcosa, la porto sempre a termine, perché sarebbe contro la mia natura lasciare le cose in sospeso.

Non mi sono mai pentita delle mie scelte. Spero di poter restare qui perché mi sento molto a casa. Ci sono cresciuta dentro. Per me la UNINT è come una famiglia ormai.

Ludovica

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Sono Barbara Bartoli, ho 47 anni, sono di Trieste, ho una bambina di 8 anni che si chiama Maria e sono felicemente sposata.

In realtà non nasco come insegnante. Ho avuto un percorso abbastanza variegato, prevalentemente, nel mondo delle aziende del profit. Dopo una laurea in Scienze Politiche ad indirizzo economico, ho lavorato inizialmente all’estero, per l’AIESEC, un’associazione di economia e commercio in Danimarca, e poi sono in un’azienda di ricerca e di mercato a Rotterdam.

Mi sono sempre appassionata e interessata al marketing ed alla comunicazione, e ho cambiato oltre 15 lavori. E non c’è nulla di male se uno cambia 15 lavori, perché significa che è una persona che ha voglia di mettersi in gioco e sperimentarsi. Siccome sono un sagittario creativo e pazzo, mi appassiono facilmente ma altrettanto facilmente, dopo un po’, sento il bisogno di cambiare e rimettermi in gioco.

La mia carriera lavorativa, partita nel mondo del digital all’estero, è proseguita nel 1999 a Milano nel primo portale italiano, Virgilio, all’epoca del boom di Internet. Precisamente, lavoravo per la concessionaria pubblicitaria, ovvero un’azienda che mette a disposizione i propri spazi, in quel caso digital, quindi i siti, per fare comunicazione e pubblicità. Ovviamente internet era abbastanza un precursore e nessuno sceglieva il digital come canale, però proprio per questo era altamente stimolante cercare di convincere le aziende ad avvalersi di Internet per valorizzare le proprie marche all’interno di un sito.

Dopo questa esperienza, dato che le aziende digital aprivano come funghi e altrettanto celermente chiudevano, c’erano i famosi incentivi all’esodo, e quindi un bel riciclo e ricambio, e quindi ho lasciato Virgilio e sono andata a lavorare in un’azienda che si occupava di ricerche di mercato motivazionali, qualitative, ovvero l’obiettivo di questa azienda era andare a studiare perché le persone si comportano in un determinato modo, non semplicemente come si comportano, e ciò è stato veramente interessante perché ho lavorato per marchi internazionali come Coca Cola, Unilever, Heineken, per studi globali, quindi mi occupavo di strategie di marca per grandi aziende. Quindi il nuovo lancio di Coca Cola Zero? Sia dal punto di vista del prodotto, che del packaging, della pubblicità, si faceva sempre analizzando le persone, andando in giro per il mondo a fare ricerche. Per questo motivo un giorno mi trovavo a Cape Town, una volta ero a New York, una volta a Rotterdam; una bellissima esperienza, molto entusiasmante, ma anche sfiancante. Dopodiché, come spesso accade per i professionisti che lavorano nel mondo delle ricerche, solitamente poi a un certo punto tu passi nell’azienda, perché una cosa è fare il consulente, lavorare nelle ricerche e vedere tante cose diverse, ma poi non fare fino in fondo le cose, un’altra cosa è vivere da dentro lo sviluppo e la strategia di marche e marchi. E quindi sono andata in Unilever, che ha sia Algida che mille altri marchi, dove lavoravo al Centro di innovazione del gelato, dove seguivo soprattutto Cornetto e Magnum, perché seguivo soprattutto quei gelati e il mio ruolo era quello di CMI ossia Consumer Insight Manager. Il CMI è quella persona che cerca di assicurare che le innovazioni all’interno delle multinazionali sia in linea con i bisogni delle persone, perché su 100 lanci di nuovi prodotti, lo 0,002% ha successo, quindi tutto dipende quanto più tu ascolti le persone e le analizzi, ed è da là che parte l’innovazione, non dal brainstorming aziendale. Poi in quell’azienda, siccome ho lavorato per un marchio meraviglioso che si chiama Ben & Jerry, una marca valoriale che pur facendo gelato, fa sensibilizzazione a impatto, infatti questa marca ha dei gelati che si chiamano tipo “Global warming”, ma ce l’aveva già 30 anni fa, mentre oggi piuttosto celebra i matrimoni gay e lesbo, quindi molto avanti, molto sociale e progressista. Lì ho pensato di andare a fare marketing sociale nel non-profit, e quindi sono andata in Amnesty International dove sono stata per 3 anni direttore di “Innovazione e crescita”, dove mi occupavo del posizionamento di marca e dei vari spot e comunicazioni per la raccolta in quel caso di fondi per finanziare le campagne di questa associazione che si occupa della difesa dei diritti umani, ovvero, laddove ci sono le violazioni, Amnesty interviene e ha dei ricercatori in giro per il mondo che raccontano le storie di prigionieri dimenticati, che vengono torturati, carcerati. Per cui io mi sentivo molto in linea, dal punto di vista valoriale, con ciò che faceva Amnesty, ma non come approccio, perché il non-profit è un po’ come il mondo politico, un po’ burocratizzato e non ha le logiche della multinazionale. Alla fine dei 3 anni di contratto, mi hanno proposto di seguire dei progetti ma non come dipendente, e quella è stata la mia nuova rinascita.

Quindi a 43 anni mi sono rimessa in gioco, e adesso ho una società che si chiama Purpose House, il cui obiettivo e posizionamento è quello di aiutare le aziende a trovare il proprio scopo sociale in cui fare uno storytelling che vada al di là del mero prodotto, ma vada a parlare e sensibilizzare le persone su temi importanti, vedi per esempio lo spot di Gillette che ha fatto uno spot meraviglioso che parla della nuova tipologia dell’essere maschio. Un tempo si parlava dell’uomo figo, sensuale, che aveva successo, l’uomo alfa, il colletto bianco. Oggi come parla dell’uomo Gillette? Parla Della sua intelligenza emotiva, dell’uomo empatico, dell’uomo che separa due bambini mentre stanno litigando o che ferma un altro uomo che fa un commento maschilista su due ragazze. l’uomo che si comporta da uomo, non ponendo la donna in secondo piano.

Quello che io faccio è lavorare con aziende per aiutarle a capire visto il loro posizionamento di marche, ognuno ha il suo, per esempio Gillette parla di mascolinità, che tipo di mascolinità è importante raccontare oggi? anche per trasmettere dei valori positivi in un mondo in cui mai come oggi ci sono narrative brutte che fomentano all’odio, il razzismo, la brutalità, disuguaglianza.

Oggi paradossalmente le marche hanno un bello spazio da ricoprire, laddove istituzioni e altre realtà non riescono ad essere d’ispirazione. Quindi io aiuto le aziende a trovare il proprio scopo, attivando poi il posizionamento con delle partnership con il mondo delle ONG. Perché una cosa è fare campagna, ad esempio “Dream crazy” della Nike, un tipico esempio di marketing sociale; io faccio quello per intenderci. Una cosa è fare storytelling semplicemente a livello di spot, un’altra cosa è fare campagne e attivazioni in cui si realizza davvero un women’s empowerment. E quindi oggi cosa faccio? Da un po’ di più di tre anni, ho sempre insegnato in università e insegnando all’università ho imparato a restituire quello che sono diventata, soprattutto attraverso i miei errori.  Ho adoperato delle modalità di insegnamento sempre un po’ atipiche, sinceramente se vuoi un modello, la didattica, ti prendi un libro e te lo leggi. Io ti racconto la mia storia e quella di tutte le persone e le marche che ho conosciuto, e ti racconto soprattutto gli errori, perché questi sono molto più motivazionali dei casi di successo.  A volte un caso di successo crea solo distanza e scoraggiamento, perché dici “che cavolo io non ci arriverò mai lì!” Invece, se vai a raccontare le tue difficoltà, le mie in qualità di donna, oggi di successo, vedi che ho faticato, non sono mai stata ferma e non mi son mai arresa. E la perseveranza e la resilienza è donna e noi abbiamo un gioco fondamentale nella società di oggi!

 Sono anche membro di una associazione che si chiama Young Women Network e faccio women’s empowerment; faccio moduli nei teatri e nelle università in cui insegno un riscatto. Ad esempio quello dell’arte della disobbedienza che terrò anche con il Prof. De Nisco: si è notato che le donne non riescono a dire di no, molto meno degli uomini, questo perché ci insegnano sin da piccole ad essere educate, gentili e rispettose e avere timore referenziale rispetto ai maschi. Considera che io è da 34 anni che lavoro e ho lavorato sempre con uomini attorno, mai una donna. Questo mi faceva molto arrabbiare e mi lasciava pensare: ma perché solo io? Oggi il mio scopo è proprio quello di aiutare i ragazzi a trovare un loro posto nella società e a sentirsi soddisfatti, perché la ricerca di un lavoro non deve essere “vado in una grossa azienda”, perché lavorare in una grossa azienda con un capo che non ti considera, a quel punto sarebbe meglio restare in una azienda piccola e sapere di poter fare il tuo. Io aiuto le persone a trovare il proprio scopo, proprio come fa in Purpose House, il sito spiega molto l’approccio – personal storytelling, io sono co-founder di questa realtà, costituita da ragazzi di ex-Unilever. Io come insegnante voglio fare un give-back, concetto di restituzione. Percorso di coach mentoring attraverso il racconto degli errori, questo è il mio posizionamento come insegnante.

Barbara Bartoli

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Come ti descriveresti?

Sono Rosanna e ho 24 anni. Se mi dovessi descrivere in quattro parole, sarebbero: responsabile, determinata, curiosa e scherzosa. Ho un senso del dovere particolarmente sviluppato e quando mi prefiggo un obiettivo faccio di tutto per raggiungerlo. La monotonia un po’ mi spaventa perciò cerco sempre di sperimentare cose nuove anche se costano più sacrificio del previsto e mi mettono a dura prova. A casa e con gli amici, sono un po’ la mascotte di turno e tra le battute e la mia spontaneità cerco sempre di strappare un sorriso e di regalare spensieratezza.

Sono una neolaureata della magistrale di Economia e Management Internazionale, curriculum in Digital Marketing.  La scelta di avviare i miei “ultimi” due anni di studio alla UNINT è stata determinata dal mio percorso di studi precedente, ovvero in Marketing e Comunicazione d’Azienda, e dalla passione che mi muove verso la comunicazione digitale, i social media, il copywriting, il branding e il marketing in tutte le sue sfaccettature.

La persona che sei oggi è chi sognavi di essere?

Ad oggi sto svolgendo uno stage come marketing assistant, consapevole che si tratta di un punto di partenza e non di arrivo. Ho un’idea del lavoro dei miei sogni, ma devo ancora metterla a fuoco, perché sto constatando concretamente che le opportunità e i profili professionali di un “laureato in economia” sono molteplici e richiedono una formazione continua e sempre aggiornata.

Mi piacerebbe diventare brand manager di una casa di moda del settore sportivo e supportarla nello sviluppo della brand awareness avvalendomi degli strumenti di comunicazione digitale. Non perché io sia la classica ragazza “healthy” attenta alla linea; mi piace l’idea che la gente possa vestirsi sportiva e sentirsi cool allo stesso tempo, in qualsiasi situazione.   

La persona che sono oggi è sicuramente diversa rispetto a quella che immaginavo di diventare, ormai quasi sei anni fa. Vado fiera delle scelte che ho fatto, sebbene alcune di esse mi abbiano fatto cadere, ma tutte mi hanno reso più forte e consapevole.

Se tornassi indietro, cosa diresti alla te di un tempo?

Alla me di qualche tempo fa consiglierei di continuare a credere e a praticare l’onestà, il rispetto e il non prevaricare sugli altri; di accogliere gli imprevisti come delle opportunità; di non aver timore di osare e non smettere mai di credere in se stessa.

Solo chi non sa dove sta andando può arrivare lontano!

Rosanna

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Sono Diletta e sono al secondo anno magistrale del percorso di studi in Economia e Management Internazionale-Marketing Digitale. La mia scelta di studiare economia è stata totalmente diversa da quella fatta per la triennale quando avevo optato per un percorso di natura giuridica, nello specifico Diritto per le Imprese che ho frequentato a Torino, la mia città, perché ho sentito il bisogno di avere una conoscenza più profonda del mondo aziendale e di tutto ciò che lo caratterizza. L’inizio della magistrale ha comportato un grande cambiamento nella mia vita: mi sono dovuta trasferire qui a Roma e ho dovuto imparare ad ambientarmi in una nuova realtà. Ma l’ho fatto con coscienza, specie perché questo percorso di studi si trovava solo qui.

Sei felice della scelta che ti ha portato qui oggi?

Sì, sono contenta del percorso di studi che ho fatto, perché da un lato l’economia mi ha sempre appassionata, dall’altro ho anche superato dei miei limiti dal momento che ero abituata a un metodo di studio completamente differente. Per cui ti direi sì lo rifarei, rifarei questa scelta sia per esperienza personale che formativa.

Che tipo di ragazza sei? Come ti definiresti?

Sono una ragazza ambiziosa, determinata e testarda, perché tutto quello che voglio, cerco di ottenerlo anche se mi costerà fatica. Non so ancora chi voglio diventare, non so ancora dove mi porterà questo percorso di studi, se continuerò a studiare o se dopo la laurea potrò avviare la mia carriera lavorativa. So che il mondo del Digital Marketing mi affascina, cerco di rendermi sempre attiva dal punto di vista dei social, di apprendere quanto più posso dal punto di vista universitario. Fare marketing significa soddisfare il bisogno del cliente, quindi spero anch’io di riuscire nel mio lavoro ad aiutare il prossimo. Non so se questo comunque mi avvicinerà a una carriera bancaria che mi piacerebbe molto o piuttosto a un’impresa in cui occuparmi della gestione degli aspetti legali. In ogni caso sono molto fiduciosa.

Senti di stare procedendo nella giusta direzione?

Quello che sono oggi è quello che ho sognato di essere, nonostante le difficoltà che ho incontrato. Alla fine penso che tutti i nodi vengano al pettine e che quindi prima o poi tutte le soddisfazioni possano essere raggiunte, alcuni traguardi sono infatti già stati segnati, ma non mi posso ovviamente fermare qui.

Come dico sempre: Nonostante i periodi di pioggia, bisogna guardare la luce del sole in fondo al tunnel.

Diletta

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Molte persone che mi vedono qui pensano che ormai faccia parte del sistema universitario stesso, poiché sono sempre in Ateneo e amo vivere la vita universitaria: è un po’ come stare a casa mia. Adesso sono quasi alla fine del mio percorso magistrale in Interpretariato e Traduzione inglese e cinese.

Perché hai scelto di studiare le lingue?

All’inizio, nel 2014 ho provato un po’ di tutto: la scuola di preparazione ai test di medicina, per poi capire che quella non fosse la mia strada; poi ho fatto il test alla Sapienza per lingue orientali: volevo fare Giapponese, per me era una fissa. Faccio parte della generazione dei cartoni, dei manga giapponesi, ecco spiegato il mio desiderio di studiarlo. La scelta di iscrivermi a una facoltà linguistica nasce anche dal fatto che mia mamma è insegnante di inglese e in casa si è sempre respirato questo clima.

Avevo passato il test ed ero pronto a iscrivermi, quando mia madre mi ha parlato della UNINT e ho deciso di informarmi. Dopo aver prenotato un colloquio di orientamento per vedere l’ateneo e avere delucidazioni sul mio possibile percorso di studi,m ho deciso che questa era l’università fatta apposta per me nonostante non si studiasse il giapponese, ma solo il cinese. Poiché molti aspetti del giapponese derivano dal cinese, ho pensato che non sarebbe stato poi così male studiare la radice, la lingua da cui ha avuto origine, appunto il cinese.

Nel mio percorso universitario ci sono stati alti e bassi, ma la UNINT e il rapporto con i miei docenti mi ha fatto crescere molto. Quasi alla fine di questi 5 anni, mi sento un po’ Gulliver, un survivor se ci riferiamo allo studio della lingua cinese, che non cambierei per nulla al mondo.

Sei mai stato in Cina e quale aspetto ami della cultura cinese?

Sì, dopo la laurea triennale, nel 2017, ho trascorso 6 mesi in Cina, i più belli della mia vita. Ho incontrato un sacco di persone provenienti da ogni parte del mondo e con molte siamo diventati amici. I primi mesi di vita lì sono stati i più difficili. Quando però dovevo andar via, non avrei più voluto staccarmi da quella realtà. Però ho pesato alla mia istruzione, a quello che poi mi avrebbe permesso di inserirmi al meglio nel mondo lavorativo; ed ecco che ho deciso di proseguire con la magistrale qui alla UNINT. Della cultura cinese mi affascina il fatto che la Cina va scoperta. Ho avuto una forte cultura letteraria fantasy a partire da Tolkien, poi mi sono spostato verso l’esoterismo, verso le cose più assurde e diverse, e nella Cina ho ritrovato proprio questo. Qui vivono in modo diverso, hanno un senso del rispetto e dell’aiutare il prossimo diverso, ci si sente un po’ tutti parenti dell’altro. Amo la cucina cinese, la loro letteratura molto provocatoria, affiancata ad uno scrivere elegante e non scontato. Mi sono innamorato della Cina a 360 gradi, per la mia voglia di scoprire tutto ciò che è nuovo, diverso e particolare;  e lo  è sempre, pertanto ho questa voglia di continuare ad arricchirmi di questa cultura.   

Cosa farai dopo la laurea? Programmi per il futuro?

Nonostante il lavoro da interprete sia molto difficile, io non mollerò, anche se so che sarà dura: pian piano arriverò a conseguire il mio sogno, con la mia “cazzimma” che mi contraddistingue. Dopo la laurea però voglio subito ripartire per la Cina, voglio scoprire se effettivamente è un posto con cui ho voglia di averci a che fare, lavorare lì come insegnate di italiano perché no. Sento il bisogno di spostarmi verso altri luoghi e di parlare le lingue.

Massimo Carchedi

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Mi chiamo Francesca. Sono nata in Italia e posso dire che la mia lingua madre é l’italiano. Nonostante questo, da sempre, le lingue sono state parte integrante della mia vita.
Sono figlia di italiani e anche la loro lingua è l’italiano. O almeno, per mio padre che ha sempre vissuto in Italia lo è stata, anche perché non ha avuto la possibilità di avvicinarsi ad altre lingue; nonostante ciò questo non gli ha impedito di viaggiare e entrare a contatto con altre culture. Invece, mia madre ha avuto la possibilità di vivere, da ragazza, per necessità lavorative dei suoi genitori, in Brasile. Questo gli ha permesso di imparare come seconda lingua, il portoghese. Purtroppo però, la conoscenza parziale e anche poco specifica del portoghese è arrivata a me solo più tardi e questa lingua non mi è stata parlata da bambina, esclusivamente qualche ninna nanna o canzone semplice che mi ha consentito, non di imparare le basi grammaticali, bensì di avvicinarmi a nuovi suoni.
Le lingue straniere mi hanno sempre affascinata , da che no ho memoria, anche l’italiano stesso che per me è sempre stato punto di riferimento perché mia lingua madre, ha sempre qualcosa di interessante e nuovo da scoprire.
Da bambina ho iniziato a parlare molto presto, ero molto loquace e nonostante la mia timidezza e introversione incombenti, alle persone che conoscevo e con cui mi sentivo a mio agio non davo un attimo di respiro con i miei discorsi e chiacchierate infantili.
Potrei definire l’italiano la lingua della mia infanzia ma, entra in gioco un altro elemento fondamentale: mio zio, fratello di mia madre, vive in Inghilterra da quando è un bambino. E cosa poteva fare una bambina curiosa e affascinata dal mondo se non voler imparare un nuovo modo di comunicare? L’inglese per questo è stata la seconda lingua che ho imparato, e fin da subito l’ho utilizzata non tanto per qualcosa di funzionale, ma piuttosto per un po’ di divertimento, perché dopotutto ero molto piccola.
Se penso alla mia infanzia penso alle parole come “cioccolata” e “aereo”, parole tanto semplici e quotidiane quanto, per una bambina piccola difficili da pronunciare. Ricordo le ore passate con mio nonno a fare giochi , o per così dire esercizi, di pronuncia delle mie parole preferite, di quei momenti ricordo tanto affetto e anche tanto divertimento.
Ma quando penso ad una me piccola ricordo, anche, vividamente di aver cantato “Happy Birthday Moon” fino all’ esaurimento dei miei genitori. Non so neanche cosa mi spingesse a cantare la canzone di auguri alla luna.Tuttavia ricordo le risate e gli sguardi divertiti che suscitavo negli adulti della mia famiglia che vedevano una bambina di tre o quattro anni che si impegnava in qualcosa di così apparentemente sciocco ma allo stesso tempo che la faceva ridere così tanto.
I miei genitori avendo notato il mio desiderio di conoscere l’inglese mi hanno dato la possibilità di studiarlo privatamente fin dall’asilo e io non gliene sarò mai abbastanza grata.
Essendo molto curiosa, appena ho imparato a leggere ho cominciato a divorare libri di qualsiasi genere, sia in italiano che in inglese. Il problema era che leggevo così tanto che ho finito presto i libri per ragazzi e ho iniziato a leggere libri per adulti quando già facevo il primo anno di scuole medie. Questo però ha implicato che mia madre dovesse attuare una censura perché alcuni argomenti non erano adatti ad una bambina ancora troppo piccola. Questo pero non mi ha impedito di appassionarmi alle parole più strane: ricordo che per molto tempo la mia parola preferita è stata il verbo ‘defenestrare”. Ricordo che amavo l’idea che qualcuno avesse trovato una parola che a me sembrava così raffinata per dire semplicemente “buttare giù dalla finestra”. O per esempio in inglese trovavo molto affascinante la parola “corpse” che pur significando cadavere per me aveva veramente un bel suono.
Alle scuole medie ho studiato lo spagnolo, ma date esperienze negative con gli insegnanti non sono appassionata più di tanto alla lingua in se, piuttosto alla cultura. E si unì al mio grande amore per la Gran Bretagna anche una grande ammirazione per il Sud America, soprattutto dopo aver letto “La casa degli spiriti” di Isabel Allende. Affascinata dal Sud America ho cominciato ad interessarmi al portoghese, parlato da mia madre,i miei nonni mio zio e sua moglie che è brasiliana.
Quando arrivo il momento di scegliere il liceo optai non per la scelta più ovvia quindi il linguistico, ma decisi di prendere il liceo classico, perché la mia curiosità non si limitava alle lingue moderne, conoscere il latino ma soprattutto il greco antico mi interessava molto.
Ed arrivando ad oggi non ho altro da dire se non che penso proprio di aver trovato la mia strada, studio con passione e interesse e la mia curiosità è sempre più grande, cresce ogni momento di più e a volte mi trovo a desiderare come quando ero bambina di poter parlare tutte le lingue del mondo, perché a mio parere conoscere più lingue è quasi come vivere più vite.

Francesca Merola