Secondo evento del ciclo di conferenze UNINTalks

28 maggio 2018 0 Di Giulia

Nell’anno del 70esimo anniversario della firma della Dichiarazione universale dei diritti umani, gli studenti del corso di Relazioni internazionali dell’Università degli Studi Internazionali di Roma hanno presentato il secondo evento del ciclo di conferenze “Unintalks: gli studenti incontrano le realtà internazionali”, improntato sul tema dei diritti umani. La conferenza segue un filo logico con la precedente tenutasi lo scorso 5 aprile sul tema dello Sviluppo sostenibile: negli ultimi anni, molti sono stati gli sforzi della comunità internazionale verso il riconoscimento di un “diritto all’ambiente” tra i diritti umani convenzionalmente riconosciuti.  Durante la giornata, sono intervenuti numerosi esperti nel campo dei diritti umani e del diritto internazionale, spaziando da temi quali il problema della tutela dei difensori dei diritti umani e gli spazi di agibilità di questi ultimi al delicato equilibrio tra sicurezza e libertà nella lotta al terrorismo.

“È necessario che le persone vivano in condizioni migliori in tutto il mondo” – ha affermato Francisco Matte Bon, rettore dell’Ateneo, dopo aver ringraziato di nuovo i ragazzi per l’organizzazione dell’evento – “guardiamo queste cose come se non ci riguardassero, invece esistono di questi problemi anche da noi.” – ha continuato il rettore – “dobbiamo pensare ai diritti umani a tutti i livelli: evitare la tortura, evitare la violenza di genere, dare alla gente accesso allo studio. L’educazione è fondamentale dai livelli più bassi a quelli più alti. I nostri Paesi occidentali sono colpevoli, si parla molto ma si fa poco. Le università hanno un ruolo importante: contribuire alla crescita della società”. “Nonostante le differenze tra noi nasciamo tutti liberi e uguali.” – ha sottolineato subito dopo il Preside della Facoltà di Economia dell’Ateneo Alessandro De Nisco – “Spesso si tende a focalizzarsi sul fastidio dell’invasione degli immigrati invece di pensare all’altro lato della medaglia: alle spalle di questi ingressi ci sono storie di violenza, di diritti negati, di repressione. È un mondo a noi geograficamente vicino, al nostro fianco.”

Dopo i saluti istituzionali e un brevissimo intervento introduttivo da parte di Giulia Costella, studentessa UNINT e capoprogetto di UNINTalks, Sheila Fidelio, la responsabile per le relazioni esterne del progetto, ha introdotto l’argomento della giornata: “perché diritti umani?” – ha domandato retoricamente la studentessa – “nel 2018 ricorre il 70esimo anniversario della firma della Dichiarazione universale dei diritti umani. Perché dopo 70 anni ha ancora senso parlarne?” – si è di nuovo interrogata la studentessa – “Perché purtroppo dopo 70 anni, nonostante i progressi che ci sono stati, le violazioni dei diritti umani sono realtà ancora attuali e ricorrenti, numerosi diritti sono ancora del tutto ignorati e calpestati. Accade inoltre che i difensori di diritti umani sono a loro volta minacciati, attaccati e criminalizzati. Tutto questo non avviene solo in quei paesi soggetti a regimi autoritari o dittatoriali, ma anche nella nostra democratica Europa, Italia inclusa: basti pensare ai tentativi di criminalizzazione degli atti di solidarietà nei confronti dei migranti. Il messaggio che speriamo possa trasmettere l’esperienza di oggi” – ha continuato la studentessa – “è che indipendentemente da quello che vorremo fare una volta terminati i nostri studi, ognuno di noi può essere un difensore di diritti umani. Come? attraverso le nostre scelte quotidiane o attraverso le battaglie e le cause che scegliamo di portare avanti nel nostro percorso di vita.

Dopo gli interventi della capoprogetto e della responsabile relazioni esterne del progetto, la conferenza si è aperta con l’intervento di Francesco Battaglia, docente di Diritto internazionale e dell’Unione europea presso l’ateneo: “Gli stati tendono a non cedere mai la loro sovranità e l’esercizio di questa è uno dei poteri di cui sono più gelosi. Tendenzialmente dall’esterno non si può dire ad uno stato come debba trattare i propri cittadini. Per ovviare a questo si è scelto un testo di natura declaratoria (la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ndr.), non vincolante” – ha spiegato il docente – “A 60 anni dall’adozione della Dichiarazione dobbiamo chiederci: è solo declaratoria? No, grazie alle prassi degli stati ha acquisito nei suoi aspetti più importanti una natura vincolante. Se da una parte è necessario creare degli strumenti, dall’altro, per garantire il rispetto di questi diritti, è essenziale introdurre degli strumenti giuridici di controllo. Qui il gioco si fa difficile: se gli stati già trovano difficile ratificare uno strumento che gli imponga un comportamento all’interno del proprio confine, ancora più difficile è farli sottostare ad un organo internazionale che gli imponga delle linee d’azione”

Dopo un intervento esplicativo riguardante le carte attualmente vigenti nell’ambito dei diritti umani, il Professor Battaglia ha trattato il tema dei diritti umani in contesti in cui ci si preoccupa anche della sicurezza nazionale, come ad esempio il contesto della lotta al terrorismo: “Per garantire la sicurezza degli Stati c’è la tendenza a comprimere gli spazi di agibilità per la difesa dei diritti umani. Questa tendenza è nata dagli attentati dell’11 settembre” – ha sottolineato il docente – “è impossibile bilanciare i diritti umani con il bisogno di sicurezza individuale degli Stati, esiste la tutela ed esiste la sicurezza interna degli Stati. Prevedere che si debba raggiungere un equilibrio tra diritti umani e sicurezza è impensabile. Oggi questa cosa si vede nel problema delle migrazioni” – ha continuato il professor Battaglia – “ogni politica migratoria deve essere basata sui principi fondamentali tutelati dagli strumenti, in primo luogo il divieto di tortura. Quando una persona viene intercettata bisogna valutare caso per caso. Il Direttore Generale dell’agenzia dell’unione europea per i diritti fondamentali ha ricordato come per garantire la sicurezza non si debbano comprimere i diritti umani: la tutela serve anche a garantire una sicurezza migliore all’interno degli Stati. Un livello di sicurezza adeguato” – ha concluso – “si ottiene quando, nel lavorare a essa, non si restringe l’altro lato della medaglia”.

Dopo l’esaustivo intervento del Professor Battaglia, Francesco Martone, ex Senatore della Repubblica Italiana e portavoce della rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende”, ha trattato il tema della tutela dei difensori dei diritti umani. “Il filo che intreccia gli argomenti del primo e del secondo talk in un certo senso esiste anche nella realtà concreta dei fatti: quando parliamo di Human Rights Defenders parliamo di una categoria di soggetti che esercitano il loro diritto a promuovere e proteggere i diritti umani” – ha esordito Martone – “se da una parte la società civile viene riconosciuta come cardine dello sviluppo sostenibile, dall’altra le comunità che lottano per l’ambiente vengono stigmatizzate, torturate, criminalizzate. Per quanto riguarda gli Human Rights Defenders” ha poi continuato il portavoce – “a livello internazionale la situazione è grave: la curva degli omicidi cresce. I difensori dei diritti umani non vengono solamente uccisi: i loro spazi di agibilità vengono compressi. Lo United Nations special rapporteur per i diritti dell’uomo (funzionario delle Nazioni Unite la cui mansione è monitorare e riportare pubblicamente la situazione generale dei diritti umani in tutto il mondo, ndr.) ha detto che siamo di fronte a un enorme conflitto globale tra governi che restringono le capacità dei cittadini e criminalizzano le organizzazioni delle società civile. Solo il 3% della popolazione mondiale vive in spazi aperti. 6 miliardi di persone vivono in spazi compressi, chiusi o in fase di compressione. Ci vuole cooperazione internazionale: bisogna dare la possibilità ai soggetti di difendere i diritti umani senza essere criminalizzati.” – ha concluso Martone.

Dopo l’intervento di Francesco Martone la parola è andata a Laura Fotia, Referente Migrazioni del Gruppo di Roma di Medici Senza Frontiere e ricercatrice in Storia e Istituzioni dell’America Latina presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi “Roma Tre”: “ogni giorno in oltre 70 paesi circa 30.000 operatori forniscono assistenza ai più bisognosi” – ha affermato la studiosa – “e in occasione dell’anniversario (di Medici Senza Frontiere, ndr.) è stata avviata la campagna #Umani: la campagna punta a riportare all’essenza dell’azione umanitaria invitando tutti a riscoprire l’istinto naturale all’aiuto, perché le persone appartengono tutte a un unico genere: quello umano. Lo fa raccontando 5 emozioni che accomunano operatori sanitari, pazienti e società civile: dolore, rabbia, paura, gioia, speranza”. Dopo aver introdotto la nuova campagna di Medici Senza Frontiere, la Referente ha riportato alcune esperienze sul campo: “Medici Senza Frontiere è stata presente in contesti delicati, come Lampedusa e nei centri per migranti delle varie regioni. Da tre anni è occupata anche nei salvataggi in mare. La popolazione che vive negli insediamenti informali tende a nascondersi ed è complesso fare un censimento. Gli insediamenti più consistenti si trovano a Roma a Borgo Mezzanone, a Palermo e a Torino. La maggior parte degli insediamenti è costituita da edifici pubblici occupati, seguiti da abitazioni all’aperto. Quando le persone non sono accolte in strutture governative spesso sono costrette a vivere in condizioni precarie e informali. Alle frontiere sono attuati controlli sistematici che portano a restringimenti collettivi, sistematici, sommari che non risparmiano le categorie più vulnerabili. La situazione umanitaria in questi insediamenti è critica.” Ha concluso la studiosa.

Dopo le allarmanti testimonianze portate dalla Referente di Medici Senza Frontiere il primo panel si è concluso con un intervento di Claudio Zanghì, docente di Diritti internazionale e dell’Unione europea presso l’Ateneo, il quale ha approfondito gli aspetti storici del dilemma dei diritti umani e quelli legati alle migrazioni: “A seguito della Conferenza di Vienna, quello che era un vecchio bisticcio (diritti umani universali ma che necessitano ugualmente di essere approvati, ndr) si risolse in parte: tutti i Paesi riconobbero l’esistenza dei diritti universali. Da quel momento in poi è cominciata un’attività da parte dei Paesi Occidentali verso chi non rispettava i diritti umani. L’arma è sempre stata quella economica: la clausola di condizionalità. Che piaccia o no è l’unica arma che il Paese ricco ha nei confronti del Paese povero nell’ambito dei diritti umani. Il terrorismo è una situazione eccezionale” – ha continuato il docente allacciandosi al precedente intervento del collega – “lo stesso sistema dei diritti umani a partire dalle Nazioni Unite prevede che ci sia una compressione dei diritti umani di fronte a situazioni eccezionali. Il bilanciamento non è così inconcepibile” ha affermato in controtendenza con l’intervento precedente. “Per quanto riguarda le migrazioni” – ha proseguito il docente – “qualunque popolazione cerca di andare a vivere meglio altrove: queste forme di migrazione spontanee sono la realtà. Di fronte ad una situazione di emergenza la risposta è altrettanto di emergenza. Se il campo può accogliere poche persone e ne arrivano molte di più è un problema. Gli Stati “poveri” come Italia, Spagna e Grecia sono in prima linea mentre i Paesi più a nord non si interessano così tanto al problema delle migrazioni, creando un forte squilibrio”.

Con l’intervento del Professor Zanghì si è concluso il primo panel. Dopo un breve dibattito, il secondo panel è cominciato con un intervento da parte di Lorena Cotza, consulente Comunicazione e Campagne dell’ONG FrontLine Defenders e responsabile di comunicazione e ufficio stampa della rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende”, che ha approfondito il tema della comunicazione nell’ambito dei diritti umani: “La comunicazione può essere essa stessa un modo di proteggere, ma comporta dei rischi. Alcuni attivisti agiscono nell’anonimato” – ha esordito la giornalista – “per alcuni attivisti in alcuni Paesi come l’Algeria l’anonimato è d’obbligo”. Tuttavia, come ha riconosciuto in seguito la relatrice, la principale risorsa per gli attivisti per i diritti umani è proprio la visibilità: “non bisogna sostituirsi mai alle voci, bisogna dare una piattaforma per comunicare le proprie esperienze. Dare visibilità e riconoscimento nei confronti degli attivisti è un’attività fondamentale per proteggerli. Il difensore ha bisogno anche di sostegno psicologico: sapere che da qualche parte c’è qualcuno disposto a supportare psicologicamente è un aiuto enorme. Il lavoro del difensore è un lavoro durissimo. L’ultimo impatto positivo della comunicazione è che raccontando le esperienze si rafforza la rete di sostegno anche a livello pubblico e relazionale. Comunicare in modo effettivo le storie dei difensori fa sì che la loro rete di sostegno aumenti. I difensori sono sotto continuo attacco da parte dei governi e delle istituzioni. Una delle loro armi sono le campagne di stigmatizzazione e persecuzione in generale. Spesso, nel mondo, i difensori dei diritti umani vengono persino tacciati di terrorismo” – ha concluso la scrittrice – “tuttavia i difensori non sono mai vittime: sono sempre persone forti, che resistono, e la narrazione deve dare gloria a questa forza”.

Dopo l’interessante testimonianza di Lorena Cotza, Carlo Spoldi, Professore presso l’Isituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) di Firenze, artista, esperto di comunicazione e graphic design, ha fornito un breve intervento incentrato sui diritti umani nell’ambito scolastico: “Sono diversi anni che insegno” – ha raccontato il docente – “e ho avuto molte esperienze in giro per il mondo. Nel mio progetto “Human, Right?” invito gli studenti a scegliere uno dei 30 articoli della Carta dei Diritti dell’Uomo e a rappresentarlo artisticamente. Ci sono due aspetti di questa cosa: nessuno ha mai letto questi articoli come nessuno conosce la Costituzione italiana, e quando i ragazzi li leggono senza rapportarli alle situazioni terribili in giro per il mondo pensano comunque che essi non vengano rispettati. Essi hanno restituito una personale e disincantata valutazione della loro reale applicazione, dettata dalla loro sensibilità, in relazione alla attuale situazione nel Mediterraneo e ai problemi a essa connessi”.

Dopo il Professor Spoldi è stato il turno di Stefano Bleggi, coordinatore del progetto MeltingPot Europa, spazio di informazione e approfondimento libero, autonomo ed indipendente nato nel 1996: “Possiamo dire che esista un articolato e diffusissimo sistema di pensiero secondo il quale, in definitiva, non sia legittimo migrare” – ha affermato il redattore – “questo genera narrazioni diverse: la narrazione populista, l’architrave della quale è il nesso sicurezza-immigrazione ed i cui termini chiave sono ansiogeni e apocalittici come invasione, sostituzione etnica, perdita dell’identità e delle tradizioni; la narrazione compassionevole, in cui la complessità del fenomeno migratorio, il suo segno strutturale e la centralità del discorso sulla supremazia dei diritti lasciano il campo ad un’immagine altrettanto stereotipata e paternalista rispetto alla precedente, ossia quella del migrante bisognoso d’aiuto. In questo tipo di narrazione scompare o rimane sullo sfondo, come contorno flebile, la voce del migrante, il suo essere un soggetto attivo e autodeterminato”. Dopo un interessante spaccato della situazione culturale italiana riguardo il fenomeno delle migrazioni il focus si è spostato sulla delicata situazione libica, concludendo l’intervento con una domanda: “Il rispetto dei diritti umani in Libia, prevede il rimpatrio delle persone nei loro Paesi d’origine. Siamo certi che una volta rientrati i loro diritti saranno rispettati?”

 

L’ultimo intervento della parte mattutina della conferenza è stato tenuto da Arianna Lombari, laureata in Scienze Politiche alla LUISS e Youth Ambassador del programma di ONE (organizzazione di campaigning e advocacy per la lotta alla povertà e alle malattie, ndr.), che ha brevemente descritto le attività dell’organizzazione: “ONE è un’organizzazione di campaigning e advocacy di cui fanno parte oltre 9 milioni di persone in giro per il mondo” – ha esordito la Youth Ambassador – “non chiediamo soldi, chiediamo la vostra voce, chiediamo di fare qualcosa per i paesi in via di sviluppo. Noi usiamo la nostra voce per ridurre la povertà e le disuguaglianze. La comunicazione è estremamente importante, nonostante ci sia stato detto per anni che la nostra voce non fosse importante. Dove vivi non dovrebbe mai determinare se vivrai o meno” – ha concluso la dottoressa.

Dopo il buffet offerto dall’ateneo in occasione della pausa pranzo, l’evento è andato avanti con un workshop sull’advocacy, tenuto da Elena Santiemma, responsabile dell’Ufficio Policy e Lobby di Amnesty International e Francesco Martone, già intervenuto in mattinata.

Elena Santiemma, dopo aver ripercorso brevemente le origini e la storia di Amnesty International ha offerto agli studenti a agli ospiti presenti un’interessante analisi delle strategie di lobbying e advocacy messe in atto da Amnesty nell’ottica della realizzazione di un campaigning integrato che si avvale di un’azione differenziata e mirata in base a ogni singolo caso. L’attivista di Amnesty ha inoltre spiegato come ogni azione intrapresa dalla sua organizzazione (ricerca, lobbying, advocacy, campaigning) a livello locale o regionale, così come a livello globale, risponda alle esigenze degli obiettivi strategici di Amnesty: avanzare richieste di libertà, assicurare uguali diritti per tutti, rispondere alle crisi, assicurare accountability delle violazioni, massimizzare le risorse e l’impegno. L’intervento di Elena Santiemma, che si è concluso con la discussione di due diversi case study di campagne portare avanti da Amnesty, è stato accompagnato da un approfondimento teorico offerto da Francesco Martone. Il portavoce della rete In Difesa Di ha ribadito l’importanza di un approccio strategico nel perseguimento di obiettivi SMART: semplici, misurabili, realizzabili, realistici e definiti nel tempo, individuando al contempo, grazie all’elaborazione di una power map, i centri di potere e gli agenti sui quali è opportuno concentrare la pressione per ottenere un effettivo cambiamento. I due esperti hanno poi concluso la presentazione sottolineando come sia importante il dialogo tra organizzazioni che perseguono obiettivi comuni o convergenti, e di come diverse campagne possano supportarsi a vicenda creando preziosi accumuli di pressione utilizzabili in sede negoziale.

Al termine dell’evento Giulia Costella, ideatrice del progetto UNINTalks, ha rinnovato l’invito a partecipare all’evento conclusivo del ciclo di incontri organizzato dagli studenti di Relazioni Internazionali: UNINTalks about International Cooperation, che si terrà il 23 maggio presso l’UNINT. L’ultima conferenza dell’anno accademico avrà luogo all’interno della cornice offerta dal Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso dall’ASVIS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile.